Nuovo calendario Messe

Per gentile ospitalità del Parroco del Carmine,
celebrerò la Santa Messa nella chiesa di San Sepolcro
nelle seguenti domeniche alle ore 12.00:

  • Domenica 5 luglio – ore 12
  • Domenica 12 luglio – ore 12
  • Domenica 19 luglio – ore 12
  • Domenica 26 luglio – non c’è la Messa delle ore 12
  • Domenica 2 agosto – non c’è la Messa delle ore 12
  • Domenica 9 agosto – ore 12
  • S. Maria Assunta – sabato 15 agosto – ore 12
  • Domenica 16 agosto – ore12
  • Domenica 23 agosto – ore 12
  • Domenica 30 agosto – ore 12
  • Domenica 6 settembre – ore 12
  • Domenica 13 settembre – ore 12
  • Domenica 20 settembre – ore 12 pranzo con i poveri
  • Domenica 27 settembre – non c’è la Messa delle ore 12

* La Santa Messa delle 12.00 non è parrocchiale

Don Maurizio Gronchi

Chi accoglie

La serie di insegnamenti che Gesù impartisce oggi agli apostoli ha un centro di gravità intorno al quale tutti ruotano: accogliere. Ciò vale anzitutto per gli affetti familiari: padre e madre, figli e figlie sono doni da accogliere, non proprietà da controllare. Quante volte capita anche a noi di dimenticare che tutto ciò che ci è caro è un regalo. Invece spesso succede di non vivere con gratitudine e libertà i rapporti affettivi, scambiando la cura con il possesso, la protezione con il soffocamento.

Poi c’è la croce che ognuno si ritrova sulle spalle. Anziché un peso insostenibile, le difficoltà che incontriamo possono diventare, con la grazia di Dio, atti d’amore. A noi però viene più facile lamentarci continuamente, pensando che solo a noi toccano le cose più pesanti e difficili. E così dimentichiamo che il Signore si prende cura di noi, non ci lascia soli nella prova, non ci abbandonerà mai.

La propria vita è dono ricevuto da spendere per coloro ai quali vogliamo bene, anzi, per tutti. Chi accoglie la propria vita così, farà meno fatica ad accogliere gli altri; chi pensa di essere autore della propria fortuna, forse penserà che ognuno deve cavarsela da sé.

Questa è la prima parte del discorso. Poi Gesù passa ad alcuni esempi concreti di accoglienza. Prima il discepolo che si presenta davanti agli altri nel nome del Signore: chi lo accoglie, riceve la visita di Gesù stesso. Come il profeta Eliseo – ce lo ha ricordato la prima lettura – venne accolto da due anziani senza figli, e portò loro la benedizione di Dio, così avverrà per coloro che fanno spazio a chi ci parla di Gesù: ne verrà di sicuro una benedizione.

Gesù conclude con l’invito al gesto più semplice – quanto mai essenziale nei giorni di calura come questi –: dare un bicchiere di acqua fresca ai piccoli, a coloro che non contano, che sono assetati d’amore e bisognosi di cura.

Se ci riconosciamo come figli accolti e amati, impareremo ad accogliere e amare, come ha fatto Gesù, e come ci ha insegnato. La vita cristiana non è una cosa impossibile: basta l’umiltà che sposta il centro da se stessi a Gesù, da se stessi agli altri. La vita si trova spendendola, l’amore si riceve donandolo.

Proviamo a semplificare la vita invece di complicarla. Gli insegnamenti del Signore sono chiari e facili da capire. La difficoltà sorge soltanto quando crediamo che tutto dipenda dalla nostra volontà, e sappiamo bene che è fragile. Perciò abbiamo bisogno della grazia. Non abbiamo voglia di spenderci. È più facile fare troppi ragionamenti, e poi finiamo per pensare solo a noi stessi. Le parole del vangelo di oggi ci confortano: tutti abbiamo bisogno di accogliere ed essere accolti. Questa è opera della grazia.

Don Maurizio

Non abbiate paura

Gesù inizia dicendo: «Non abbiate paura». Lo ripete tre volte. Perché? Perché la paura è la prima cosa che ci toglie la libertà. La paura del giudizio altrui, la paura di non essere all’altezza, la paura di perdere la faccia o la sicurezza.

Gesù comincia il suo discorso con la faccenda dei segreti, per i quali non ha affatto simpatia. Questa prima indicazione ci mette in guardia soprattutto da presunti veggenti che credono di ricevere celesti messaggi catastrofici, che servono solo a impaurire. Quanta predicazione del passato ha insistito su un Dio minaccioso, arrabbiato, punitivo. Da questa caricatura umana di Dio, Gesù prende netta distanza.

Egli sa che anche noi, come gli apostoli, siamo esitanti, incerti, deboli. Perciò vuole liberarci dalle paure, e ci invita a venire allo scoperto: «Quello che ascoltate all’orecchio, proclamatelo sulle terrazze». È un invito a smettere di vivere nell’angolo, a smettere di nascondere la propria fede per timore di disturbare o di essere presi in giro. La fede che rimane nascosta è una fede agonizzante. La fede ha bisogno di terrazze, di aria aperta, di essere gridata con la vita.

Qui Gesù mette in discussione le nostre priorità. «Non lasciatevi spaventare da quelli che uccidono il corpo». È una frase sconvolgente. Ci sta dicendo che la vera sconfitta, la vera morte è quando rinunciamo alla nostra anima, quando vendiamo la nostra coscienza per un po’ di tranquillità, quando tradiamo il Vangelo per paura del giudizio degli altri.

La libertà cristiana nasce da questa consapevolezza: il mondo può toglierti tutto, ma non può toglierti ciò che sei davanti a Dio. Se il tuo cuore è in pace con il Padre, il giudizio degli altri diventa rumore di fondo; può darti fastidio, ma non riesce a toglierti la pace.

Poi Gesù cambia tono, e impiega una delle immagini più belle della Scrittura: «anche i capelli del vostro capo sono tutti contati». La nostra sicurezza riposa nella consapevolezza di essere conosciuti e amati, in modo unico, senza condizioni, al di là di ogni nostro merito. L’amore di Dio non si guadagna, si è amati e basta. Perciò tocca a noi crederci e rispondere con amore, da veri figli, senza paura.

Infine, il richiamo alla responsabilità: «Chi mi riconoscerà davanti agli uomini». Riconoscere Gesù significa che, quando qualcuno guarda la nostra vita – il nostro modo di lavorare, di amare, di perdonare – deve poter intuire che lì c’è l’impronta di Dio. Rinnegare Gesù, invece, è vivere come se egli non fosse presente, sempre vicino; è chinare la testa davanti alle logiche del mondo quando sappiamo che sono ingiuste. E di ingiustizie ce ne sono molte, alle quali si risponde solo con la forza dell’amore. Quello che scaccia ogni timore, perché lo Spirito santo lo ha riversato nei nostri cuori.

Don Maurizio

Date gratuitamente

La conclusione del brano evangelico di oggi è decisamente controtendenza rispetto al nostro umano modo di agire, che prevede uno scambio – “do ut des” – io ti dono qualcosa in attesa che tu ricambi. Gesù invece dice: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Per capire questa inversione, conviene riprendere il discorso di Gesù. Egli sceglie i suoi apostoli, affida loro un compito ben al di sopra delle loro capacità, li investe di un potere che solo lui ha ricevuto dal Padre: cacciare gli spiriti cattivi, guarire i malati, persino risuscitare i morti. Tutto questo, però, dopo aver predicato che il regno dei cieli è vicino. In qualche modo, Gesù rende partecipi gli apostoli della sua missione, ma con qualche inziale differenza: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele». Come per dire che a questo ci penserà lui; intanto loro debbono cominciare con i più vicini.

A prima vista sembra che Gesù doti i suoi di un grande potere sugli altri – sul male fisico e spirituale –, grazie al quale potrebbero sentirsi importanti. Purtroppo a volte anche noi siamo tentati di pensare che Dio sia potente, onnipotente nel senso di fare cose sovrumane, sempre soprannaturali, e lo decida in base al suo arbitrio. Invece, Gesù intende il potere come servizio della carità, come amore senza condizioni, proprio come ha fatto lui.

Quando noi pensiamo di combattere il male con la potenza rischiamo di prendere la strada sbagliata. Il male sfida proprio su chi è più forte. E Gesù vince con la debolezza della croce. Gli operai della messe non sono chiamati a dominare, ma a servire con umiltà, perché la potenza non viene da loro, ma da lui, che ha dato gratuitamente la sua vita per tutti, soprattutto senza alcun merito da parte nostra. Ce lo ha ricordato san Paolo: «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi». Questa è la vera gratuità da accogliere e ricambiare: senza alcun merito siamo stati amati, perdonati, riconciliati.

L’annuncio del Vangelo – che ci è affidato come agli apostoli, perché noi tutti siamo operai nella messe del mondo – è fatto di fede e di carità, per ridonare speranza a chi l’ha perduta. Lo ha ripetuto papa Leone nel suo viaggio in Spagna: «Siate, quindi, testimoni credibili della speranza cristiana nel servizio sollecito ai fratelli e alle sorelle che, in una condizione di vita precaria, segnata dalla privazione, dalla fragilità o dalla marginalizzazione, oltre all’aiuto materiale e al sostegno morale, necessitano di Dio, della sua amicizia, della sua benedizione, della sua Parola, dei suoi Sacramenti e della proposta di un percorso di crescita e di maturazione nella fede» (Barcellona, 10 giugno 2026).

Don Maurizio

Io sono con voi tutti i giorni

Nel mistero dell’eucaristia vengono a comporsi due dimensioni che solo Dio sa tenere insieme: il desiderio dell’uomo e quello di Dio. Al desiderio umano di Dio, Gesù risponde con il dono permanente della sua presenza – «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20) –, distinto, ma non separato dal bisogno che Dio ha di essere sfamato nei poveri: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare» (Mt 25,35).

Come ha scritto papa Leone XIV nella sua prima esortazione apostolica Dilexi te: «Quel Gesù che dice: “I poveri li avete sempre con voi” (Mt 26,11) esprime il medesimo significato quando promette ai discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni” (Mt 28,20). E nello stesso tempo ci tornano alla mente quelle parole del Signore: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Non siamo nell’orizzonte della beneficenza, ma della rivelazione: il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia. Nei poveri Egli ha ancora qualcosa da dirci» (n. 5).

Cristo, fatto povero nell’eucaristia, si è reso presente anche nei poveri: è lui che sfama e ha fame. Questa singolare combinazione, senza confusione, indica dov’è possibile incontrare Dio: in Gesù, egli ci viene incontro di persona e nei più deboli.

Nella cappella della Cité San Pierre, voluta da monsignor Jean Rodhain, a Lourdes, c’è un tabernacolo posto sul piatto di una bilancia, sull’altro c’è un piccolo mappamondo, con accanto alcune spighe di grano e una manciata di riso, e in mezzo la frase: «J’ai eu faim et vous m’avez donné à manger».

La presenza di Gesù nell’eucaristia e nei poveri stanno insieme, in equilibrio: l’eucaristia evita di idealizzare e assolutizzare i poveri, riducendo la fede ad opere sociali; i poveri impediscono all’eucaristia di rimanere una celebrazione separata dalla vita. Con poveri qui non s’intendono soltanto gli indigenti materiali, ma ogni persona segnata dalla vulnerabilità fisica, psichica, morale e materiale.

Don Maurizio

L’intelligenza divina della santa Trinità

Celebrare la solennità della santissima Trinità significa ricordare che tutto, nella liturgia cristiana, ha inizio e compimento nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Non è affatto scontato tenere presente che Dio è Uno in tre Persone: ha il volto del Figlio, lo sguardo del Padre e l’abbraccio dello Spirito. Tre modi diversi di essere rivolto verso di noi, dell’unico amore che crea, salva, santifica.

Purtroppo persiste ancora in molte persone l’idea che Dio sia assolutamente invisibile, nascosto nel suo cielo impenetrabile, dal qual attendiamo segni soprannaturali. Invece, il Signore si è fatto vedere, è venuto ad abitare tra noi, in questo nostro mondo ferito e lacerato da sofferenze che non vengono certo da lui, ma soprattutto da noi.

Quante volte alziamo gli occhi al cielo, nella speranza che qualcuno ci ascolti: sembra non arrivare mai risposta alle attese, e i desideri rimangono inascoltati. La risposta del Signore, invece, è arrivata, ma facciamo fatica a riconoscerla: egli è qui, nell’eucaristia, tutti i giorni fino alla fine del tempo, e nei poveri, che avremo sempre con noi.

Lo sguardo del Padre ha dato inizio al mondo, uscito dalle sue due mani – il Figlio e lo Spirito, insegnava sant’Ireneo – e attende di portarla a compimento con le nostre fragili mani. La debolezza umana non è un ostacolo per il Signore, ma il vaso di creta in cui ha posto il suo tesoro. Lui ci ha fatti così perché non prendessimo il suo posto, anzi, il suo Figlio Gesù ha condiviso le nostre pene, per risollevarci mediante lo Spirito. Non tocca a noi superare l’umano, potenziarlo al punto di salvarci da soli: questa è una grande tentazione, che scarta i più deboli.

Papa Leone, nella sua prima enciclica Magnifica humanitas, ci ricorda una verità fondamentale: «se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. […] Per questo è necessario distinguere con chiarezza: una cosa è integrare le tecnologie in una visione umana e relazionale, un’altra è lasciarsi guidare da un immaginario che svaluta il limite e promette una “salvezza” puramente tecnica» (n. 117).

La bellezza dell’umanità risplende anche nelle ferite, che abbiamo il dovere di curare e non di acuire. Quelle stesse ferite che Cristo risorto conserva e mostra ai suoi discepoli, perché ancora presenti in troppe persone non più umane. «Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore» (n. 15).

Piuttosto che a quella artificiale, vediamo di affidarci all’intelligenza divina della santa Trinità, l’unica che conosce l’amore di cui abbiamo bisogno.

Don Maurizio