Una fede grande

Il Vangelo di oggi ci presenta una scena che a prima vista ci mette a disagio. È un Gesù insolito, quasi irriconoscibile, che sembra freddo, indifferente, persino scostante. Di fronte alle grida di una madre disperata, una Cananea – una pagana, una straniera, che non faceva parte del popolo eletto –, Gesù sembra chiudersi nel silenzio. E quando finalmente parla, usa parole dure: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini”.

Cosa sta accadendo? Perché il Signore, che di solito si muove a compassione per ogni dolore, qui sembra opporre un muro?

Spesso, anche noi, sperimentiamo il silenzio di Dio. Gridiamo, preghiamo, chiediamo una guarigione, una soluzione a un tormento, e non riceviamo alcuna risposta. È la prova più difficile per la fede. Ma guardando questa donna, capiamo che il silenzio di Gesù è l’attesa paziente di una richiesta che venga davvero dal cuore.

Gesù vuol portare la fede di questa donna a un livello di autenticità che lei stessa forse non sapeva di avere. Il silenzio serve a far emergere ciò che è autentico, a separare il bisogno superficiale dalla fiducia radicale.

La Cananea è una madre. E una madre non si arrende mai davanti agli ostacoli. Quando i discepoli – che in realtà vogliono solo che lei smetta di gridare, appunto come un cane che dà fastidio – cercano di intercedere, ricevono un ulteriore rifiuto. Ma lei non si offende. Non si gira dall’altra parte risentita. Si prostra umilmente.

Ecco il cuore del miracolo: la donna accetta di essere l’ultima, pur di ottenere la salvezza per sua figlia. La sua umiltà è la sua forza. Lei non reclama diritti, non fa discorsi complicati; ha un bisogno che solo Gesù può soddisfare. E in quel momento, la sua fede diventa grande, perché è totalmente spogliata di ogni pretesa.

La tavola di Dio è così ricca che anche solo una briciola — un frammento del suo amore — è sufficiente a guarire una vita intera. Gesù, a quel punto, non può più tacere. La fede di questa donna non solo ha ottenuto la guarigione, ma ha allargato l’orizzonte della missione di Gesù. La salvezza non è più chiusa nel recinto di Israele, ma diventa universale, proprio come il cuore di questa madre.

Il brano di oggi ci interroga sulla qualità della nostra preghiera. La Cananea ci insegna a pregare con la fede che insiste, che non si scandalizza del silenzio di Dio, che non si arrende all’evidenza dei rifiuti.

Impariamo da questa donna straniera a cercare la certezza della presenza di Dio, anche quando egli sembra lontano. Ricordiamo che, anche quando ci sentiamo solo briciole davanti a lui, quelle briciole sono parte del pane di vita che egli stesso ci dona.

Don Maurizio

XX Domenica – Vangelo e omelia (16 agosto)

Signore, salvami!

Il racconto evangelico di oggi contiene alcuni elementi che descrivono l’esperienza di fede dei suoi amici, dunque anche la nostra. Dapprima, Gesù costringe i discepoli a salire su una barca, mentre lui fa un altro percorso: prima rimane con la gente, poi sale sul monte a pregare. Sembra volerli lasciare soli di proposito. Sopraggiunge la notte sul lago in tempesta, la barca è sballottata dalle onde, e Gesù non è con loro. Quante volte capita anche a noi di sentirci abbandonati, in balìa di venti contrari, minacciati dall’esterno, pieni di paure interiori, affidati solo a noi stessi, anche quando siamo con gli altri.

Il Signore si avvicina, non è facilmente riconoscibile, sembra prendere la forma di uno dei nostri fantasmi, si confonde con le tenebre che invadono il cuore. Solo nel momento in cui Gesù fa sentire la sua voce – «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» – si apre uno spiraglio di luce. A volte, non si vede bene con gli occhi, ma si è capaci di ascoltare una parola rivolta al cuore, non ai sensi esterni.

Lo slancio di Pietro, tra entusiasmo e incoscienza, ci insegna l’autentico movimento della fede. Egli domanda la grazia di esporsi, e si affida. Se è veramente il Signore che gli sta venendo incontro, anch’egli può fare un passo verso di lui. È la sua attrazione che lo spinge a rischiare. Ma siamo ancora di notte, e le percezioni restano confuse. Pietro ascolta Gesù, confida in lui, e al tempo stesso guarda a sé. Fa qualche passo sulle acque, ma poi sprofonda. Il filo invisibile che li tiene insieme non si è spezzato: è solo una corda lunga.

Il chiaroscuro della fede funziona così: si oscilla tra l’abbandono alla presenza sicura e amorosa del Signore, e la tentazione del ripiegamento sulla propria fragilità. Non c’è conquista definitiva, non si possiede nulla, né il Signore né se stessi. Possiamo solo rimanere appesi al filo della fiducia, dell’apertura, dell’accoglienza. A Pietro non resta che gridare: «Signore, salvami!». La mano tesa di Gesù lo afferra, lo tira fuori dall’abisso della paura in cui sta sprofondando e, con il suo rimprovero, gli ricorda la debolezza che non può vincere da solo.

Nonostante la finale confessione di fede dei discepoli rimasti sulla barca, i racconti evangelici sono una continua riprova della incapacità di comprendere da parte di discepoli, del loro bisogno di essere sempre di nuovo ripresi per i capelli, del loro – e nostro – non bastare a se stessi. Credere è un dono che si riceve per grazia, e come tale rimane sempre appeso ad una relazione che è iniziativa di Dio, non nostra.

Ci guardi il Signore da perdere questa consapevolezza. E noi guardiamoci dal ridurre la fede ad un corredo di dottrine e di rigide norme, dalle quali potrebbe scomparire il volto di Gesù, il Salvatore di tutti.

Don Maurizio

XIX Domenica – Vangelo e omelia (9 agosto)

La pazienza

Gesù racconta parabole invece di dettare regole da osservare. È una scelta precisa la sua: desidera far pensare, vuole che i suoi ascoltatori diventino interlocutori, non semplici esecutori di comandi. Il dialogo con il maestro fa crescere i discepoli attraverso domande e risposte.

Nel brano evangelico di oggi, Gesù racconta tre parabole: il buon grano e la zizzania, il chicco di senape, il lievito e la farina. Ma è sulla prima che si ferma l’attenzione dei presenti, e Gesù ne dà la spiegazione. Tutte e tre riguardano la vita quotidiana, in campagna e in cucina, dove uomini e donne faticano a trarre frutto dal lavoro, nella speranza di vedere un risultato del loro impegno.

Come la gente del tempo di Gesù, anche noi vorremmo vedere il buon risultato nelle nostre attività, ma c’è sempre qualche ostacolo. A volte sono gli altri, che seminano zizzania, a volte siamo noi stessi a vivere conflitti interni: anche nel nostro cuore vige la legge del chiaroscuro. Non tutto è sempre bianco o nero, e sembra che le cose non vadano sempre a buon fine per colpa di qualcuno, forse anche a causa nostra. Allora che fare? Cosa pensare?

La proposta di Gesù – rivelatrice del cuore stesso di Dio – è la pazienza. Quante volte ci capita di non averne, di lamentarci in continuazione per il mondo che va male, per la lentezza della soluzioni auspicate, per la resistenza al bene che vorremmo veder subito realizzato. La pazienza del contadino, invece, è la via giusta: egli sa che non tutto dipende da lui. In un piccolo orto è bene togliere l’erbaccia appena cresce – e questo potrebbe valere per il nostro cuore –, ma quando si tratta di un grande campo di grano, la zizzania non conviene toglierla prima della mietitura, perché potrebbe compromettere anche il buon grano. Alla fine, come si vede, quella di Gesù è una sapienza semplice, concreta, comprensibile. Eppure noi facciamo resistenza. Perché?

Forse ci crediamo autori del bene, e tendiamo a giudicare sempre il male che fanno solo gli altri. Ci resta più facile togliere pagliuzze dagli occhi altrui che vedere le travi nei nostri. Invece Gesù alza lo sguardo, indica il modo di guardare di Dio, che offre sempre una possibilità anche al peggiore e più incallito degli umani. A noi pare ingiustizia, come al figlio maggiore che vede tornare il fratello perduto. Vorremmo un Dio che premia e castiga subito. Ma siamo proprio sicuri che verremmo premiati?

Il Dio Figlio che è Gesù cambia direzione: il chicco di senape cresce in silenzio, il lievito fermenta la farina pian piano, la signoria di Dio in mezzo a noi matura lentamente, per una potenza diversa da quella umana, che vuole tutto e subito.

Chiediamo al Signore di insegnarci la memoria. Solo ricordando quanto egli ha avuto pazienza con noi, impareremo ad avere pazienza con gli altri. Soprattutto smettendo di lamentarci.

Don Maurizio

Vedere, ascoltare, accogliere Gesù

Le parabole sono il genere che Gesù preferisce per comunicare con la gente. Gli piace raccontare storie di vita quotidiana, di relazioni tra persone, con le cose: la natura, il lavoro, la pesca, la pastorizia, l’agricoltura. A prima vista sembrano storie semplici, facili da immaginare. In realtà, le parabole servono ad interrogarsi, ancor meglio a porre domande a Gesù, perché non tutto è chiaro come appare.

Quella del seminatore, ad esempio, riguarda il rapporto tra il Signore che parla e coloro che lo ascoltano. La sua parola è rivolta non solo a quelli che comprendono e lo accolgono, per una semplice ragione: Gesù è venuto per tutti, e cerca il modo di raggiungere ciascuno lì dov’è.

Per comunicare questo messaggio, Gesù sacrifica persino la competenza del seminatore, al quale potremmo chiedere perché sparge il buon seme non solo nella terra buona, ma anche sulla strada, tra i sassi, sui rovi. Cosa può aspettarsi da questi terreni improbabili per il raccolto? Non sarebbe meglio calcolare meglio e non sprecare il seme?

Questa apparente disattenzione, in realtà, serve a spostare lo sguardo dal seminatore a noi ascoltatori, per rivolgerci direttamente la domanda: quale tipo di accoglienza riservo alla parola di Gesù? Sono distratto e superficiale, come la strada? Sono entusiasta ad un primo impatto, ma poi basta poco per passare ad altro, come tra i sassi? Oppure prevalgono le mie preoccupazioni materiali, e allora la parola è soffocata dai rovi?

Per interpretare la parabola, Gesù spiega ai discepoli il senso di queste diverse immagini, dando persino l’impressione di voler nascondere agli altri il loro senso. Per la verità, la sua preoccupazione è quella del profeta Isaia, che cita: «Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile».

Può succedere anche a noi di pensare di aver compreso cosa vuol comunicarci il Signore, ma non è detto. Prendiamo il caso di chi riduce il messaggio del Vangelo a un insieme di regole da osservare. Ci si stanca presto, perché il cuore resta indifferente: non basta sentirsi a posto con l’osservanza dei precetti. Si potrebbe pensare di accogliere la parola del Signore come imperativo etico, ma poi ci si accorge di non farcela con le proprie forze. Oppure potremmo ritenerci eletti e illuminati da una conoscenza superiore. Sono solo alcuni esempi, ne potrebbero seguire altri.

Comprendere, nel linguaggio biblico, non significa capire con l’intelligenza, ma accogliere nel cuore colui che ci parla: Gesù, il Signore. È lui la Parola, che semina costantemente nella nostra vita la sua presenza amorosa: nelle persone che incontriamo, nei momenti di gioia e in quelli di prova. Un cuore semplice e attento è il terreno buono, reso capace dalla grazia di vedere, ascoltare e accogliere.

Don Maurizio

Nuovo calendario Messe

Per gentile ospitalità del Parroco del Carmine,
celebrerò la Santa Messa nella chiesa di San Sepolcro
nelle seguenti domeniche alle ore 12.00:

  • Domenica 5 luglio – ore 12
  • Domenica 12 luglio – ore 12
  • Domenica 19 luglio – ore 12
  • Domenica 26 luglio – non c’è la Messa delle ore 12
  • Domenica 2 agosto – non c’è la Messa delle ore 12
  • Domenica 9 agosto – ore 12
  • S. Maria Assunta – sabato 15 agosto – ore 12
  • Domenica 16 agosto – ore12
  • Domenica 23 agosto – ore 12
  • Domenica 30 agosto – ore 12
  • Domenica 6 settembre – ore 12
  • Domenica 13 settembre – ore 12
  • Domenica 20 settembre – ore 12 pranzo con i poveri
  • Domenica 27 settembre – non c’è la Messa delle ore 12

* La Santa Messa delle 12.00 non è parrocchiale

Don Maurizio Gronchi

Chi accoglie

La serie di insegnamenti che Gesù impartisce oggi agli apostoli ha un centro di gravità intorno al quale tutti ruotano: accogliere. Ciò vale anzitutto per gli affetti familiari: padre e madre, figli e figlie sono doni da accogliere, non proprietà da controllare. Quante volte capita anche a noi di dimenticare che tutto ciò che ci è caro è un regalo. Invece spesso succede di non vivere con gratitudine e libertà i rapporti affettivi, scambiando la cura con il possesso, la protezione con il soffocamento.

Poi c’è la croce che ognuno si ritrova sulle spalle. Anziché un peso insostenibile, le difficoltà che incontriamo possono diventare, con la grazia di Dio, atti d’amore. A noi però viene più facile lamentarci continuamente, pensando che solo a noi toccano le cose più pesanti e difficili. E così dimentichiamo che il Signore si prende cura di noi, non ci lascia soli nella prova, non ci abbandonerà mai.

La propria vita è dono ricevuto da spendere per coloro ai quali vogliamo bene, anzi, per tutti. Chi accoglie la propria vita così, farà meno fatica ad accogliere gli altri; chi pensa di essere autore della propria fortuna, forse penserà che ognuno deve cavarsela da sé.

Questa è la prima parte del discorso. Poi Gesù passa ad alcuni esempi concreti di accoglienza. Prima il discepolo che si presenta davanti agli altri nel nome del Signore: chi lo accoglie, riceve la visita di Gesù stesso. Come il profeta Eliseo – ce lo ha ricordato la prima lettura – venne accolto da due anziani senza figli, e portò loro la benedizione di Dio, così avverrà per coloro che fanno spazio a chi ci parla di Gesù: ne verrà di sicuro una benedizione.

Gesù conclude con l’invito al gesto più semplice – quanto mai essenziale nei giorni di calura come questi –: dare un bicchiere di acqua fresca ai piccoli, a coloro che non contano, che sono assetati d’amore e bisognosi di cura.

Se ci riconosciamo come figli accolti e amati, impareremo ad accogliere e amare, come ha fatto Gesù, e come ci ha insegnato. La vita cristiana non è una cosa impossibile: basta l’umiltà che sposta il centro da se stessi a Gesù, da se stessi agli altri. La vita si trova spendendola, l’amore si riceve donandolo.

Proviamo a semplificare la vita invece di complicarla. Gli insegnamenti del Signore sono chiari e facili da capire. La difficoltà sorge soltanto quando crediamo che tutto dipenda dalla nostra volontà, e sappiamo bene che è fragile. Perciò abbiamo bisogno della grazia. Non abbiamo voglia di spenderci. È più facile fare troppi ragionamenti, e poi finiamo per pensare solo a noi stessi. Le parole del vangelo di oggi ci confortano: tutti abbiamo bisogno di accogliere ed essere accolti. Questa è opera della grazia.

Don Maurizio