XXIX Giornata Mondiale del Malato – 11 febbraio 2021

In comunione con tutti i malati e i curanti, ci uniamo nella preghiera della Giornata Mondiale del Malato:

Padre santo, noi siamo tuoi figli e tutti fratelli.
Conosciamo il tuo amore per ciascuno di noi
e per tutta l’umanità.
Aiutaci a rimanere nella tua luce
per crescere nell’amore vicendevole,
e a farci prossimi di chi soffre nel corpo e nello spirito.

Gesù figlio amato, vero uomo e vero Dio,
Tu sei il nostro unico Maestro.
Insegnaci a camminare nella speranza.
Donaci anche nella malattia di imparare da Te
ad accogliere le fragilità della vita.
Concedi pace alle nostre paure
e conforto alle nostre sofferenze.

Spirito consolatore,
i tuoi frutti sono pace, mitezza e benevolenza.
Dona sollievo all’umanità
afflitta dalla pandemia e da ogni malattia.
Cura con il Tuo amore le relazioni ferite,
donaci il perdono reciproco, converti i nostri cuori
affinché sappiamo prenderci cura gli uni degli altri.

Maria, testimone della speranza presso la croce,
prega per noi.

cartolina/preghiera pdf
messaggio di Papa Francesco del 20.12.20 pdf

Lessico spirituale per Casa Ilaria

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Guarire

«Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni» (Marco 1,34). Con queste poche parole, il vangelo sintetizza l’agire di Gesù in mezzo a malati e indemoniati. Gente disastrata dalla vita, poveracci scartati da tutti, a cominciare dalle autorità religiose. Avvicinare chi sta male, per varie ragioni, non è facile per nessuno. Dalla sofferenza altrui si fugge: è una minaccia per la propria incolumità. Purtroppo lo sappiamo bene specialmente di questi tempi, assediati come siamo dalla paura del contagio. Questa è una situazione estrema, alla quale però si affiancano le relazioni quotidiane, anche senza la pandemia, quando s’incontra il dolore feriale.

Ci si può ammalare, si possono ammalare gli altri. Due diversi modi segnano il confine tra salute e malattia. Altro è ciò che riguarda se stessi, altro quel che riguarda gli altri, ma in comune vi è la medesima prospettiva: il radicale cambiamento di sguardo. Quando ci si scopre malati, la visione del mondo si trasforma. La malattia sembra definire tutto l’orizzonte e persino l’identità: la persona non si percepisce più come libera, ormai è “malata”. Il futuro incerto si colora di scuro, la novità è minacciosa, ciò che non dipende da sé adesso riguarda tutto di sé.

Poi si ammalano gli altri, le persone care. Insieme all’empatia dell’affetto, insorge un sentimento confuso, come se il desiderio di vicinanza, di farsi prossimi al dolore venisse frenato: sei in una condizione diversa, che mi fa paura, per te, per me. Mi avvicino, mi prendo cura, ma ti sento e mi sento lontano. Se è vero che in tutti e in ognuno la malattia genera il mutamento di sguardo, allora è possibile che sia questo a dover prendere un’altra direzione, nei sani come nei malati. Mentre al dolore non si può impedire di restare avvolto nel mistero, si può consentire all’amore di dischiudere un mistero ancor più grande, l’unico che può davvero guarire tutti nell’animo.

Così scriveva Sr Ilaria nel suo diario: «Questa sera mi sono commossa vedendo una malata che mangiava un pezzo di pane e beveva un po’ d’acqua: la sua cena per questa sera! E l’altro con la febbre che si stava sdraiando su una panchina di 30 cm di larghezza… e ogni sera un malato portato sulla barella e quasi in coma. Mi sento impotente di fronte alla maggior parte delle situazioni. Alcune migliorano… ma dovessi dire perché, sarei veramente in difficoltà! Se ora è così, non oso pensare come sarà quando non ci saremo più né io né Sabrina. Eppure non posso pensare di essere indispensabile per nessuno, nemmeno per questo pezzo d’Africa. […] Gesù dove sei? Cerco nuovamente il tuo volto, soprattutto nel volto di questi malati? So gioire delle loro guarigioni? Donami la gioia di servirti in questi poveri, malati, sofferenti!» (Accetto tutto, 25 settembre 2002, p.185).

don Maurizio

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Insegnare

«Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi» (Marco 1,21-22). Da dove viene l’autorevolezza di un buon maestro, com’era Gesù? Potrà sembrare un po’ strano parlare d’insegnamento, specialmente oggi, con tutte le difficoltà che docenti e studenti di ogni ordine e grado debbono affrontare a causa della pandemia. Forse proprio per questo merita ragionarne, anche se in genere va più di moda parlare d’informazione piuttosto che d’insegnamento, per via del sapore antiquato del termine. Ovviamente, la questione non riguarda soltanto la scuola e la didattica, ma la ben più ampia esperienza – offerta e ricevuta mediante parole ed esempi – che permette di conoscere, decidere e agire liberamente. Se qualcuno non t’insegna, è difficile diventare persone in grado di autodeterminarsi, di crescere e di lavorare.
Per molto tempo si è creduto che l’insegnamento consistesse principalmente nell’accumulo di nozioni, dalle quali si è presa distanza considerando piuttosto il metodo. In contesti diversi da quello occidentale, invece, è prevalsa la forma sapienziale, diversa dal sapere che cosa e come. Un rischio odierno, globalizzato, viene dalla massa di informazioni che ci investono, vere o false che siano. Come se chi ne ha di più sapesse stare meglio al mondo. Allora, come imparare, e da quali maestri? Chi di noi non ha incontrato professori ossessionati, frustrati e frustranti? Come pure insegnanti attenti ai giovani, entusiasti ed entusiasmanti, veri maestri di vita oltre che di cultura? Don Lorenzo Milani scriveva: «Spesso gli amici mi chiedono come faccio a fare scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola» (Esperienze pastorali – LEF, Firenze 1957, p. 239).
Quando s’incontrano adulti generosi e appassionati – specialmente in età giovanile – in grado di infondere fiducia, che partono da ciò che siamo e valorizzano il più piccolo passo in avanti, è allora che impariamo a ragionare con la nostra testa, diventiamo persone libere, capaci di affrontare nuove sfide, invece di evitarle. Ancora don Milani, nel suo “testamento pedagogico”, raccomandava: «Non ho bisogno di lasciare un testamento con le mie ultime volontà perché tutti sapete cosa vi ho raccontato sempre: fate scuola, fate scuola; ma non come me, fatela come vi richiederanno le circostanze». E poco prima di morire ripeteva: «Guai se vi diranno: il Priore avrebbe fatto in un altro modo. Non date retta, fateli star zitti, voi dovrete agire come vi suggerirà l’ambiente e l’epoca in cui vivrete. Essere fedeli a un morto è la peggiore infedeltà» (Dalla testimonianza di Adele Corradi).

don Maurizio

Gruppo informale “Cultura e carità”

Webinars su I semi teologici di Francesco

Calendario

Venerdì 29 gennaio – L’ armonia Relatore : Dr. Marco Mustaro

Per partecipare al Webinar, ecco le credenziali per accedere:

Link alla riunione: https://zoom.us/j/97707717754?pwd=UDNIMGpNWHJLMWNWdjAwY0I2yIRwUT09

ID riunione: 977 0771 7754

Passcode: KR8e04

E’ consigliato scaricare Zoom sul proprio dispositivo.

Webinar “L’armonia” del 29 gennaio

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Prossimità

«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Marco 1,15). La vicinanza della signoria di Dio è il cuore dell’annuncio di Gesù, il Figlio che s’immerge nell’umanità per risollevarne il destino. Per i credenti questa è una buona notizia, per tutti una faccenda su cui riflettere. Vicino vuol dire prossimo, a breve distanza interiore più che fisica. Proviamo perciò a ragionare sulla prossimità come scelta decisiva, proprio in un tempo in cui si raccomanda la distanza di sicurezza. Fa pensare la storia del buon samaritano, presa da papa Francesco, nell’ultima sua enciclica, come specchio in cui si riflettono molti tratti della nostra vita odierna, perché: «tutti abbiamo qualcosa dell’uomo ferito, qualcosa dei briganti, qualcosa di quelli che passano a distanza e qualcosa del buon samaritano» (Fratelli tutti 69).

A chi di noi non capita d’incontrare per strada persone con lo sguardo smarrito, il capo chino, l’andatura incerta, che tradiscono solitudine, paura, sconforto? Mai come in questi giorni non si riescono a camuffare i sentimenti più nascosti. Vedi uno con la mascherina abbassata e lo giudichi irresponsabile. Passa un altro troppo vicino e ti affretti a scansarlo. Due o tre siedono a un caffè e li guardi perplesso. Rischiamo così di diventare ossessivi, dibattendoci continuamente tra sentimenti opposti. Ma davvero questa situazione ci giustifica nel rimanere lontani, diffidenti, sospettosi di tutto e di tutti?

Accorgersi dell’altro, che ci passi accanto o sia distante, è un dono inatteso, una luce che si accende dentro, fa vedere oltre, al di là di sé, e spinge il cuore in avanti. Ci si può anche sentire più soli che mai, persino compagni di sventura, mai però totalmente estranei all’umano comune bisogno di compagnia e di prossimità. Nelle sue meditazioni Verso Gerusalemme, il cardinale Carlo Maria Martini scriveva: «Essere nel deserto vuol dire accorgersi di chi, ai lati della strada, è più disperato di noi, più solo di noi; vuol dire vivere la prossimità. Nel deserto, infatti, la prossimità è come più immediata, perché si comprende il bisogno di chi è più solo di noi».

All’incontro con chi è più debole, ferito o mezzo morto cadono le maschere, si viene fuori per ciò che si è veramente: «Nei momenti di crisi la scelta diventa incalzante: potremmo dire che, in questo momento, chiunque non è brigante e chiunque non passa a distanza, o è ferito o sta portando sulle sue spalle qualche ferito» (FT 70). La vita scorre, il tempo passa, rimane solo quanto donato senza calcolo e senza rumore, che altri occhi oltre quelli di Dio non hanno visto. Non sarà mai stato inutile aver speso qualche briciola di tempo a raccogliere frammenti di umanità – ci rammenta Emily Dickinson:

«Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano».

don Maurizio