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Purificazione

«Venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: “Se vuoi, puoi purificarmi!”. Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: “Lo voglio, sii purificato!”. E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato» (Marco 1,40-41). Purificare è una parola antica, rituale, religiosa, che oggi s’imparenta col corrente “sanificare”, dovuto alla pandemia, per via della quale sanifichiamo quasi tutto: mani, ambienti, oggetti. Non basta pulire, detergere, disinfettare, c’è bisogno di qualcosa di più: di passare dall’infetto al sano, dall’impuro al puro. Nei tempi passati, la lebbra non riguardava solo una questione igienica e di salute, ma anche di contaminazione morale, proprio perché collegata in qualche strano modo al peccato. Quindi, di male in peggio: il lebbroso non era solo ammalato e segregato, ma anche considerato lontano da Dio.

Forse capita anche a noi di provare un certo disagio, non solo fisico, nei confronti di chi è trasandato, degli straccioni, di coloro che vivono per strada. Magari siamo tentati di pensare che si trovano in quella situazione per colpa loro, se la sono scelta, meritata. Si replica così l’ingiustificata connessione tra male fisico e male morale: il poveraccio è causa del proprio male, dunque, pianga se stesso. Ma vi è di più: per purificarsi dal peccato, qualcuno crede che bisogna soffrire fisicamente. Niente di più lontano dal Vangelo di Gesù. Perché è lui a farsi carico di ciò che per noi è impossibile: accoglie il peccato, lo perdona, ci purifica col suo sangue, solo per amore, senza nostro merito. Per i credenti, la purificazione è un dono, non una conquista.

Ma la questione più seria è un’altra: credere di farcela da soli – che per qualcuno diventa lo scopo della vita. Quando non ci si sporca le mani credendo di mantenere puro l’animo; quando si guardano gli altri e ci si crede migliori; quando si giudica l’apparenza senza saper nulla di chi incontriamo; quando scarichiamo le responsabilità invece di assumercele; quando facciamo finta di non capire che tocca noi e non agli altri.

Rivolgendosi ai giovani, perché dessero “Uno scopo alla vita”, così scriveva Raoul Follereau, l’apostolo dei lebbrosi: «All’opera miei giovani amici! Mentre i Grandi preparano il suicidio dell’umanità o si divertono a giocare alle bocce nella stratosfera, la sconvolgente moltitudine dei Poveri si sforza di sopravvivere amandosi. È verso di loro che bisogna andare. È per loro che bisogna combattere. Sono loro che dobbiamo amare. Cercate uno scopo alla vostra vita? Mancano nel mondo tre milioni di medici: diventate medici. Più di un miliardo di esseri umani non sanno né leggere né scrivere: diventate insegnanti. Due uomini su tre non mangiano a sazietà: diventate seminatori e fate sorgere dalle terre incolte raccolti che li sazieranno».

don Maurizio

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