Davvero il Signore è risorto

L’incontro tra Gesù e i discepoli in cammino verso Emmaus rappresenta in modo esemplare anche la nostra esperienza odierna di credenti. Gesù ascolta in silenzio le nostre delusioni, lascia che emergano in tutta la loro amarezza, perché sa bene che il dolore non se ne va finché qualcuno non lo accoglie e lo prende su di sé. Il Signore fa il primo passo, si avvicina e si mette da parte, a fianco, non comincia con il rimprovero, perché nel suo cuore c’è già il perdono offerto a coloro che si sono tirati indietro lasciandolo solo nei giorni della passione.

I discepoli hanno gli occhi tristi e impediti di riconoscere Gesù, eppure parlano con lui, gli raccontano eventi ai quali non hanno preso parte se non a distanza; sono ben informati, sanno tutto nei dettagli, ma non c’erano. Impressiona la pazienza del Signore nell’ascoltare la sua storia, e forse è anche consolato dal fatto che sanno cosa è avvenuto: un giorno potranno raccontarla, ma con il sorprendente epilogo che ancora non conoscono.

Questo è il lento cammino della fede, che avanza con fatica verso il passaggio – la Pasqua – dalla morte alla vita. Loro sono ancora fermi al primo passo, dalla vita alla morte, e lì restano imprigionati. Quando il racconto arriva alla notizia delle donne, che dicono che egli è vivo, Gesù interviene – “O insensati e tardi di cuore” – e richiama alla loro memoria le parole dei profeti, di color che guardavano avanti con speranza. Proprio a questo punto il Signore accenna a proseguire, come per lasciarli andare: ormai hanno gli elementi per ascoltare il cuore che ha ripreso a battere. Non pretende di convincerli, riconsegna loro la libertà per uscire da se stessi, e allora si ferma, per rimanere finché gli occhi non si aprono, e lo riconoscono.

C’è un dettaglio interessante, che potrebbe sfuggirci. Questi due non fanno parte dei dodici – uno di loro si chiama Cleopa, e quando tornano a Gerusalemme trovano gli undici riuniti (manca Giuda) –, eppure riconoscono Gesù allo spezzare il pane. Non sappiamo se anche questi due erano presenti all’ultima cena, ma questa è la prima cena del Risorto, proprio con loro. Questo gesto indica la continuità tra colui che ha donato la sua vita sulla croce ed ora, risorto dai morti, sara riconoscibile nell’eucaristia.

In quarantotto ore è cambiata la direzione della storia, della storia di questi due, di tutti gli altri riuniti a Gerusalemme, del mondo intero. Una storia che attende, soprattutto oggi, di passare dalla morte di troppi innocenti – per mano di “un manipolo di tiranni” – alla vita offerta dal Dio della riconciliazione e della pace, che mai può essere invocato come dio della guerra. Lo ha detto chiaro papa Leone in Camerun: “Guai a chi piega le religioni e il nome stesso di Dio ai propri obiettivi militari, economici e politici, trascinando ciò che è santo in ciò che vi è di sporco e tenebroso”.    

Don Maurizio

III Domenica di Pasqua – Vangelo e omelia (19 aprile)