«Abbiamo visto il Signore!»

Il vangelo dell’Ottava di Pasqua ci riporta in quella stanza chiusa a chiave, dove aleggiano paura, senso di colpa e sogni infranti. È il luogo dove i discepoli si sono rifugiati dopo i giorni della passione del Signore. La pietra del sepolcro di Gesù è stata rovesciata, ma sul loro cuore pesa ancora il macigno della tristezza. C’è però un dettaglio non irrilevante: dopo la cattura di Gesù sono fuggiti, probabilmente ognuno per conto suo, ma adesso sono di nuovo insieme, seppur stretti nella morsa del dolore. Gesù risorto non bussa, non chiede permesso e, soprattutto, non arriva per rimproverare. Dopo il rinnegamento di Pietro e la fuga di tutti gli altri, ci saremmo aspettati una lezione, un “ve l’avevo detto”, invece, la prima parola è sorprendente: «Pace a voi!». Anzi, la ripete più volte, per assicurarsi che abbiano capito bene: li ha davvero perdonati, perciò affida loro un compito umanamente impensabile: «A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati». I peccatori perdonati porteranno a tutti il perdono di Dio.

Gesù mostra le mani e il fianco. Perché il Risorto conserva i segni della crocifissione? Perché la risurrezione non è un colpo di spugna che cancella il passato. Le sue ferite sono le impronte della sua carta d’identità: servono a dire che il corpo che vedono è lo stesso che è stato appeso al legno. Quelle ferite sono le porte aperte del cuore: da lì passa lo Spirito, da lì nasce la missione. Un Dio che non  conosce il dolore non saprebbe cosa farsene delle nostre ferite; ma il Figlio che le mostra, senza cancellarle, ci dice che sa bene cosa proviamo, e che lui è con noi, sempre, per curarci.

Tommaso è uno che non si accontenta del sentito dire. Gli altri gli dicono: «Abbiamo visto», ma lui vede dei volti ancora spaventati e chiusi, e forse pensa: “Se lo avete visto davvero, perché siete ancora chiusi qui dentro?”. Tommaso ha bisogno di fare un’esperienza personale, vuole toccare, e Gesù, otto giorni dopo, torna proprio per lui. Non lo sgrida per il suo dubbio, ma lo invita a mettere il dito nelle sue piaghe: solo quelle possono sanare le ferite che Tommaso porta ancora dentro di sé.

Nasce così la confessione più alta di tutto il vangelo: «Mio Signore e mio Dio!». E qui Gesù pronuncia l’ultima beatitudine, dedicata a tutti coloro che verranno dopo, tra i quali siamo anche noi oggi: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Noi non possiamo mettere il dito nel suo fianco fisico, ma possiamo toccare la sua carne nello spezzare il pane eucaristico, nelle piaghe dei sofferenti, nel perdono ricevuto e donato.

Anche oggi non esiste porta chiusa che Gesù non possa attraversare. Non c’è dubbio di Tommaso che egli non voglia illuminare. Non vergogniamoci delle nostre ferite e non temiamo i nostri dubbi: sono il luogo dove Dio ci aspetta per dirci ancora una volta: «Pace a voi». Lasciamo che il suo soffio porti via l’aria viziata delle nostre paure e ci spinga fuori, nel mondo, come testimoni di una vita che la morte non è riuscita a trattenere: anche noi abbiamo visto il Signore!

Don Maurizio