Non vi lascerò orfani: verrò da voi

Nel tempo pasquale, la liturgia ci accompagna dalla risurrezione di Gesù dai morti alla venuta dello Spirito santo, alla Pentecoste. Mentre, da una parte, leggiamo il lento e progressivo formarsi della Chiesa attraverso il racconto degli Atti degli Apostoli e le Lettere degli apostoli, dall’altra ci tornano alla mente le parole di Gesù, con le quali egli ha preparato il tempo della sua nuova presenza, una volta scomparso dalla loro vista.

La fede in lui adesso necessita di un nuovo affidamento: bisogna attendere lo Spirito, occorre pregarlo e fidarsi della promessa del Signore. Le parole di Gesù mirano a questa nuova fiducia: «Non vi lascerò orfani: verrò da voi». Essere orfani significa non avere radici, non sapere a chi si appartiene, sentirsi persi e spaesati. Gesù vuol proteggere i suoi amici da questo naturale smarrimento. Ci ha amati fino a donare la sua vita per noi, ha promesso di rimanere nell’Eucaristia e nei poveri, ma questa presenza non appare evidente, va ritrovata. E non si riesce a vedere il Signore se non con gli occhi illuminati dallo Spirito, che muove il cuore e spinge ad amare.

C’è un solo modo per incontrare e riconoscere il Signore Gesù presente in mezzo a noi: amare, nient’altro. Questo è il suo comandamento: chi ama vede il Signore, e chi è amato può incontrarlo, anche se ancora non lo conosce.

Alcuni fanno fatica ad immaginare Dio, lo pensano come uno indaffarato a tirare i fili del mondo, nascosto nel suo cielo impenetrabile. Invece Gesù ne parla come di un padre, di suo Padre, che ha inviato ciò che ha di più caro, il Figlio, e insieme manderanno un altro Paraclito, il Consolatore. In greco, Parakletos significa letteralmente “colui che viene chiamato vicino”. In questo modo, egli promette di non abbandonarci mai. Quando siamo tristi e sconsolati, e le voci interiori ed esterne ci dicono: non vali nulla, non ce la farai mai, c’è un’altra voce ancora più potente che ripete al cuore: sono con te, non temere, insieme ce la faremo.

Abbiamo tutti bisogno di rinnovare una fede semplice, che dispone all’ascolto e dona la parola, perché ciò che udiamo possiamo ripeterlo agli altri. Chi incontra i cristiani attende proprio di udire l’eco della voce di Gesù. Come noi siamo rassicurati dal dono dello Spirito, così coloro che incontriamo hanno diritto di essere consolati. Soprattutto oggi, in un mondo segnato dolorosamente dall’odio e dalla violenza, dove i più deboli pagano il prezzo più alto, tocca a noi credenti il coraggio di una parola piena di fiducia e di speranza. L’indicazione di Pietro, nella sua lettera, ci insegna anche il modo: «questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza […] è meglio soffrire operando il bene che facendo il male».

Don Maurizio