Non abbiate paura

Gesù inizia dicendo: «Non abbiate paura». Lo ripete tre volte. Perché? Perché la paura è la prima cosa che ci toglie la libertà. La paura del giudizio altrui, la paura di non essere all’altezza, la paura di perdere la faccia o la sicurezza.

Gesù comincia il suo discorso con la faccenda dei segreti, per i quali non ha affatto simpatia. Questa prima indicazione ci mette in guardia soprattutto da presunti veggenti che credono di ricevere celesti messaggi catastrofici, che servono solo a impaurire. Quanta predicazione del passato ha insistito su un Dio minaccioso, arrabbiato, punitivo. Da questa caricatura umana di Dio, Gesù prende netta distanza.

Egli sa che anche noi, come gli apostoli, siamo esitanti, incerti, deboli. Perciò vuole liberarci dalle paure, e ci invita a venire allo scoperto: «Quello che ascoltate all’orecchio, proclamatelo sulle terrazze». È un invito a smettere di vivere nell’angolo, a smettere di nascondere la propria fede per timore di disturbare o di essere presi in giro. La fede che rimane nascosta è una fede agonizzante. La fede ha bisogno di terrazze, di aria aperta, di essere gridata con la vita.

Qui Gesù mette in discussione le nostre priorità. «Non lasciatevi spaventare da quelli che uccidono il corpo». È una frase sconvolgente. Ci sta dicendo che la vera sconfitta, la vera morte è quando rinunciamo alla nostra anima, quando vendiamo la nostra coscienza per un po’ di tranquillità, quando tradiamo il Vangelo per paura del giudizio degli altri.

La libertà cristiana nasce da questa consapevolezza: il mondo può toglierti tutto, ma non può toglierti ciò che sei davanti a Dio. Se il tuo cuore è in pace con il Padre, il giudizio degli altri diventa rumore di fondo; può darti fastidio, ma non riesce a toglierti la pace.

Poi Gesù cambia tono, e impiega una delle immagini più belle della Scrittura: «anche i capelli del vostro capo sono tutti contati». La nostra sicurezza riposa nella consapevolezza di essere conosciuti e amati, in modo unico, senza condizioni, al di là di ogni nostro merito. L’amore di Dio non si guadagna, si è amati e basta. Perciò tocca a noi crederci e rispondere con amore, da veri figli, senza paura.

Infine, il richiamo alla responsabilità: «Chi mi riconoscerà davanti agli uomini». Riconoscere Gesù significa che, quando qualcuno guarda la nostra vita – il nostro modo di lavorare, di amare, di perdonare – deve poter intuire che lì c’è l’impronta di Dio. Rinnegare Gesù, invece, è vivere come se egli non fosse presente, sempre vicino; è chinare la testa davanti alle logiche del mondo quando sappiamo che sono ingiuste. E di ingiustizie ce ne sono molte, alle quali si risponde solo con la forza dell’amore. Quello che scaccia ogni timore, perché lo Spirito santo lo ha riversato nei nostri cuori.

Don Maurizio

Date gratuitamente

La conclusione del brano evangelico di oggi è decisamente controtendenza rispetto al nostro umano modo di agire, che prevede uno scambio – “do ut des” – io ti dono qualcosa in attesa che tu ricambi. Gesù invece dice: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date».

Per capire questa inversione, conviene riprendere il discorso di Gesù. Egli sceglie i suoi apostoli, affida loro un compito ben al di sopra delle loro capacità, li investe di un potere che solo lui ha ricevuto dal Padre: cacciare gli spiriti cattivi, guarire i malati, persino risuscitare i morti. Tutto questo, però, dopo aver predicato che il regno dei cieli è vicino. In qualche modo, Gesù rende partecipi gli apostoli della sua missione, ma con qualche inziale differenza: «Non andate fra i pagani e non entrate nelle città dei Samaritani; rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele». Come per dire che a questo ci penserà lui; intanto loro debbono cominciare con i più vicini.

A prima vista sembra che Gesù doti i suoi di un grande potere sugli altri – sul male fisico e spirituale –, grazie al quale potrebbero sentirsi importanti. Purtroppo a volte anche noi siamo tentati di pensare che Dio sia potente, onnipotente nel senso di fare cose sovrumane, sempre soprannaturali, e lo decida in base al suo arbitrio. Invece, Gesù intende il potere come servizio della carità, come amore senza condizioni, proprio come ha fatto lui.

Quando noi pensiamo di combattere il male con la potenza rischiamo di prendere la strada sbagliata. Il male sfida proprio su chi è più forte. E Gesù vince con la debolezza della croce. Gli operai della messe non sono chiamati a dominare, ma a servire con umiltà, perché la potenza non viene da loro, ma da lui, che ha dato gratuitamente la sua vita per tutti, soprattutto senza alcun merito da parte nostra. Ce lo ha ricordato san Paolo: «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi». Questa è la vera gratuità da accogliere e ricambiare: senza alcun merito siamo stati amati, perdonati, riconciliati.

L’annuncio del Vangelo – che ci è affidato come agli apostoli, perché noi tutti siamo operai nella messe del mondo – è fatto di fede e di carità, per ridonare speranza a chi l’ha perduta. Lo ha ripetuto papa Leone nel suo viaggio in Spagna: «Siate, quindi, testimoni credibili della speranza cristiana nel servizio sollecito ai fratelli e alle sorelle che, in una condizione di vita precaria, segnata dalla privazione, dalla fragilità o dalla marginalizzazione, oltre all’aiuto materiale e al sostegno morale, necessitano di Dio, della sua amicizia, della sua benedizione, della sua Parola, dei suoi Sacramenti e della proposta di un percorso di crescita e di maturazione nella fede» (Barcellona, 10 giugno 2026).

Don Maurizio

Io sono con voi tutti i giorni

Nel mistero dell’eucaristia vengono a comporsi due dimensioni che solo Dio sa tenere insieme: il desiderio dell’uomo e quello di Dio. Al desiderio umano di Dio, Gesù risponde con il dono permanente della sua presenza – «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20) –, distinto, ma non separato dal bisogno che Dio ha di essere sfamato nei poveri: «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare» (Mt 25,35).

Come ha scritto papa Leone XIV nella sua prima esortazione apostolica Dilexi te: «Quel Gesù che dice: “I poveri li avete sempre con voi” (Mt 26,11) esprime il medesimo significato quando promette ai discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni” (Mt 28,20). E nello stesso tempo ci tornano alla mente quelle parole del Signore: “Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40). Non siamo nell’orizzonte della beneficenza, ma della rivelazione: il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia. Nei poveri Egli ha ancora qualcosa da dirci» (n. 5).

Cristo, fatto povero nell’eucaristia, si è reso presente anche nei poveri: è lui che sfama e ha fame. Questa singolare combinazione, senza confusione, indica dov’è possibile incontrare Dio: in Gesù, egli ci viene incontro di persona e nei più deboli.

Nella cappella della Cité San Pierre, voluta da monsignor Jean Rodhain, a Lourdes, c’è un tabernacolo posto sul piatto di una bilancia, sull’altro c’è un piccolo mappamondo, con accanto alcune spighe di grano e una manciata di riso, e in mezzo la frase: «J’ai eu faim et vous m’avez donné à manger».

La presenza di Gesù nell’eucaristia e nei poveri stanno insieme, in equilibrio: l’eucaristia evita di idealizzare e assolutizzare i poveri, riducendo la fede ad opere sociali; i poveri impediscono all’eucaristia di rimanere una celebrazione separata dalla vita. Con poveri qui non s’intendono soltanto gli indigenti materiali, ma ogni persona segnata dalla vulnerabilità fisica, psichica, morale e materiale.

Don Maurizio

L’intelligenza divina della santa Trinità

Celebrare la solennità della santissima Trinità significa ricordare che tutto, nella liturgia cristiana, ha inizio e compimento nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Non è affatto scontato tenere presente che Dio è Uno in tre Persone: ha il volto del Figlio, lo sguardo del Padre e l’abbraccio dello Spirito. Tre modi diversi di essere rivolto verso di noi, dell’unico amore che crea, salva, santifica.

Purtroppo persiste ancora in molte persone l’idea che Dio sia assolutamente invisibile, nascosto nel suo cielo impenetrabile, dal qual attendiamo segni soprannaturali. Invece, il Signore si è fatto vedere, è venuto ad abitare tra noi, in questo nostro mondo ferito e lacerato da sofferenze che non vengono certo da lui, ma soprattutto da noi.

Quante volte alziamo gli occhi al cielo, nella speranza che qualcuno ci ascolti: sembra non arrivare mai risposta alle attese, e i desideri rimangono inascoltati. La risposta del Signore, invece, è arrivata, ma facciamo fatica a riconoscerla: egli è qui, nell’eucaristia, tutti i giorni fino alla fine del tempo, e nei poveri, che avremo sempre con noi.

Lo sguardo del Padre ha dato inizio al mondo, uscito dalle sue due mani – il Figlio e lo Spirito, insegnava sant’Ireneo – e attende di portarla a compimento con le nostre fragili mani. La debolezza umana non è un ostacolo per il Signore, ma il vaso di creta in cui ha posto il suo tesoro. Lui ci ha fatti così perché non prendessimo il suo posto, anzi, il suo Figlio Gesù ha condiviso le nostre pene, per risollevarci mediante lo Spirito. Non tocca a noi superare l’umano, potenziarlo al punto di salvarci da soli: questa è una grande tentazione, che scarta i più deboli.

Papa Leone, nella sua prima enciclica Magnifica humanitas, ci ricorda una verità fondamentale: «se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. […] Per questo è necessario distinguere con chiarezza: una cosa è integrare le tecnologie in una visione umana e relazionale, un’altra è lasciarsi guidare da un immaginario che svaluta il limite e promette una “salvezza” puramente tecnica» (n. 117).

La bellezza dell’umanità risplende anche nelle ferite, che abbiamo il dovere di curare e non di acuire. Quelle stesse ferite che Cristo risorto conserva e mostra ai suoi discepoli, perché ancora presenti in troppe persone non più umane. «Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore» (n. 15).

Piuttosto che a quella artificiale, vediamo di affidarci all’intelligenza divina della santa Trinità, l’unica che conosce l’amore di cui abbiamo bisogno.

Don Maurizio

Oltre l’omologazione e la contrapposizione

Il racconto della Pentecoste, negli Atti degli Apostoli, ci riempie di stupore. Uomini semplici e di poca cultura, fino ad allora impauriti e chiusi nello stesso luogo, escono fuori sospinti da un forte vento, e cominciano a parlare. Gesù aveva promesso che sarebbe venuto il Consolatore, l’altro Paraclito, e avrebbe insegnato loro ogni cosa sul suo conto. Anzi, già la stessa sera del giorno di Pasqua, Gesù aveva donato lo Spirito, abilitandoli a perdonare in suo nome – ci ha ricordato il brano evangelico. Ma si vede che questo non è ancora tutto: il dono dello Spirito procede rispettando le nostre lentezze, attende i tempi umani, ma avanza instancabilmente.

Cinquanta giorni dopo, finalmente è arrivata l’ora di uscire fuori, di annunciare a tutti che Gesù crocifisso è il Signore risorto dai morti. Gente venuta da ogni parte capisce nella propria lingua, con grande meraviglia.

Che cosa è avvenuto il giorno di Pentecoste? Ce lo ha ricordato san Paolo: non si può dire «Gesù è Signore!», se non sotto l’azione dello Spirito santo. Gli apostoli aprono la bocca e dicono questo non da se stessi, e poi c’è un effetto sorprendente: lo stesso Spirito apre le orecchie a chi ascolta, in modo che ci si possa intendere.

Tante volte capita anche a noi di parlare senza intendersi. Non ci capiamo perché ognuno pensa più a ciò che dice che a ciò che ascolta. Si parla senza dialogare. Il dialogo richiede prima di tutto l’ascolto, la disponibilità ad accogliere invece di imporsi. Il prodigio della Pentecoste ci insegna che quando siamo aperti all’azione di Dio, riusciamo a sentire meglio anche gli altri.

L’apostolo Paolo ci fa riflettere sugli effetti dell’accoglienza dello Spirito santo: «Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito. […] A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune».

Abbiamo tutti bisogno di imparare la bellezza delle differenze, la ricchezza delle particolarità, l’armonia tra voci diverse. La tentazione della omologazione, dove tutti la pensano allo stesso modo e fanno le stesse cose è molto simile, seppur per contrasto, con quella della opposizione radicale, dove tutti sono contro tutti. Riconosceremo che lo Spirito santo opera in mezzo a noi dalla resistenza a queste due tentazioni: dell’omologazione e della contrapposizione. Il mondo di oggi, infatti, oscilla spesso tra i due poli: o tutti uguali, o tutti contro. Anzi, peggio ancora: tutti uguali da una parte, contro tutti gli altri dall’altra. Lo Spirito santo che abbiamo ricevuto, invece, ci insegna la strada del dialogo, dell’armonia, della comunione. Da questo dono nasce il compito di essere per il nostro prossimo: «nella fatica, riposo, nella calura, riparo, nel pianto, conforto»

Don Maurizio

In cielo e sulla terra

L’ascensione di Gesù al cielo, che oggi celebriamo dopo quaranta giorni dalla sua risurrezione, ci invita a contemplare il mistero della duplice presenza del Signore: in cielo e sulla terra. In cielo significa nel seno del Padre, nell’eternità di Dio, dove ormai è presente per sempre la nostra umanità, con la carne trasfigurata che il Figlio ha ricevuto da Maria e dallo Spirito santo. In terra vuol dire nell’eucaristia e nei poveri, dove Gesù ha scelto di rimanere con noi «tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

Sembrano due luoghi distanti – l’invisibilità celeste e questa terra confusa e dolorante –, eppure così vicini, ripieni di amore e sfuggenti al dominio umano. Dio abita dove non te lo immagini, perché non puoi afferrarlo, né con i tuoi pensieri né con le tue mani. Ma è proprio lì, vicino e lontano: misteriosamente prossimo a te, affamato e assetato, prigioniero, viandante, ferito. Solo un cuore aperto, non appesantito dall’io sempre insoddisfatto, riceve la grazia di riconoscerlo, di accoglierlo e di amarlo.

Nella prima lettura, il libro degli Atti degli apostoli ci racconta il congedo di Gesù, con i saluti, la promessa dello Spirito santo e il mandato per la missione. I discepoli non comprendono, pensano ancora al regno d’Israele, ma ben presto si renderanno conto che questa è una perversa illusione. Non è un morto che parla nel sogno di sopravvissuti sconsolati, è il Signore risorto e vivo, che affida ai suoi amici un compito sostenibile solo per grazia: «riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni».

Con l’evento pasquale, la storia ha preso un’altra direzione: l’unico vero potere che Gesù ha ricevuto dal Padre, consegnato ai suoi con il dono dello Spirito, è quello di donare la vita per amore, non di sottomettere tutti ad un’altra legge. Saranno necessarie continue conversioni per resistere alla tentazione di trasformare il Vangelo in strumento di potere umano. La Chiesa passerà dalla persecuzione all’impero, e poi di nuovo all’irrilevanza, che oggi la rende ininfluente di fronte ai dominatori di questo mondo.

Mentre papa Leone continua a supplicare i potenti e a pregare Dio per la pace, i capi religiosi ortodossi benedicono le armi, i capi israeliani uccidono nel nome del Dio degli eserciti, i capi musulmani combattono la guerra santa. Sembra davvero che la parola di Gesù non conti nulla, e serva solo a consolare gli sconfitti, senza smuovere i cuori induriti dalla violenza e dalla vendetta. Questo però è anche il segno di una Chiesa libera dai poteri di questo mondo, testimone del suo Signore crocifisso e risorto.

Non lasciamoci rubare la speranza! Tocca a noi la testimonianza del perdono, della riconciliazione, della pace. Confidiamo nella presenza di Gesù, in cielo e sulla terra, e preghiamo il Padre nostro: che sia fatta la sua volontà come in cielo così in terra.    

Don Maurizio

Ascensione -Vangelo-e-omelia (17 maggio)