Il racconto evangelico di oggi contiene alcuni elementi che descrivono l’esperienza di fede dei suoi amici, dunque anche la nostra. Dapprima, Gesù costringe i discepoli a salire su una barca, mentre lui fa un altro percorso: prima rimane con la gente, poi sale sul monte a pregare. Sembra volerli lasciare soli di proposito. Sopraggiunge la notte sul lago in tempesta, la barca è sballottata dalle onde, e Gesù non è con loro. Quante volte capita anche a noi di sentirci abbandonati, in balìa di venti contrari, minacciati dall’esterno, pieni di paure interiori, affidati solo a noi stessi, anche quando siamo con gli altri.
Il Signore si avvicina, non è facilmente riconoscibile, sembra prendere la forma di uno dei nostri fantasmi, si confonde con le tenebre che invadono il cuore. Solo nel momento in cui Gesù fa sentire la sua voce – «Coraggio, sono io, non abbiate paura!» – si apre uno spiraglio di luce. A volte, non si vede bene con gli occhi, ma si è capaci di ascoltare una parola rivolta al cuore, non ai sensi esterni.
Lo slancio di Pietro, tra entusiasmo e incoscienza, ci insegna l’autentico movimento della fede. Egli domanda la grazia di esporsi, e si affida. Se è veramente il Signore che gli sta venendo incontro, anch’egli può fare un passo verso di lui. È la sua attrazione che lo spinge a rischiare. Ma siamo ancora di notte, e le percezioni restano confuse. Pietro ascolta Gesù, confida in lui, e al tempo stesso guarda a sé. Fa qualche passo sulle acque, ma poi sprofonda. Il filo invisibile che li tiene insieme non si è spezzato: è solo una corda lunga.
Il chiaroscuro della fede funziona così: si oscilla tra l’abbandono alla presenza sicura e amorosa del Signore, e la tentazione del ripiegamento sulla propria fragilità. Non c’è conquista definitiva, non si possiede nulla, né il Signore né se stessi. Possiamo solo rimanere appesi al filo della fiducia, dell’apertura, dell’accoglienza. A Pietro non resta che gridare: «Signore, salvami!». La mano tesa di Gesù lo afferra, lo tira fuori dall’abisso della paura in cui sta sprofondando e, con il suo rimprovero, gli ricorda la debolezza che non può vincere da solo.
Nonostante la finale confessione di fede dei discepoli rimasti sulla barca, i racconti evangelici sono una continua riprova della incapacità di comprendere da parte di discepoli, del loro bisogno di essere sempre di nuovo ripresi per i capelli, del loro – e nostro – non bastare a se stessi. Credere è un dono che si riceve per grazia, e come tale rimane sempre appeso ad una relazione che è iniziativa di Dio, non nostra.
Ci guardi il Signore da perdere questa consapevolezza. E noi guardiamoci dal ridurre la fede ad un corredo di dottrine e di rigide norme, dalle quali potrebbe scomparire il volto di Gesù, il Salvatore di tutti.
Don Maurizio
