Gesù racconta parabole invece di dettare regole da osservare. È una scelta precisa la sua: desidera far pensare, vuole che i suoi ascoltatori diventino interlocutori, non semplici esecutori di comandi. Il dialogo con il maestro fa crescere i discepoli attraverso domande e risposte.
Nel brano evangelico di oggi, Gesù racconta tre parabole: il buon grano e la zizzania, il chicco di senape, il lievito e la farina. Ma è sulla prima che si ferma l’attenzione dei presenti, e Gesù ne dà la spiegazione. Tutte e tre riguardano la vita quotidiana, in campagna e in cucina, dove uomini e donne faticano a trarre frutto dal lavoro, nella speranza di vedere un risultato del loro impegno.
Come la gente del tempo di Gesù, anche noi vorremmo vedere il buon risultato nelle nostre attività, ma c’è sempre qualche ostacolo. A volte sono gli altri, che seminano zizzania, a volte siamo noi stessi a vivere conflitti interni: anche nel nostro cuore vige la legge del chiaroscuro. Non tutto è sempre bianco o nero, e sembra che le cose non vadano sempre a buon fine per colpa di qualcuno, forse anche a causa nostra. Allora che fare? Cosa pensare?
La proposta di Gesù – rivelatrice del cuore stesso di Dio – è la pazienza. Quante volte ci capita di non averne, di lamentarci in continuazione per il mondo che va male, per la lentezza della soluzioni auspicate, per la resistenza al bene che vorremmo veder subito realizzato. La pazienza del contadino, invece, è la via giusta: egli sa che non tutto dipende da lui. In un piccolo orto è bene togliere l’erbaccia appena cresce – e questo potrebbe valere per il nostro cuore –, ma quando si tratta di un grande campo di grano, la zizzania non conviene toglierla prima della mietitura, perché potrebbe compromettere anche il buon grano. Alla fine, come si vede, quella di Gesù è una sapienza semplice, concreta, comprensibile. Eppure noi facciamo resistenza. Perché?
Forse ci crediamo autori del bene, e tendiamo a giudicare sempre il male che fanno solo gli altri. Ci resta più facile togliere pagliuzze dagli occhi altrui che vedere le travi nei nostri. Invece Gesù alza lo sguardo, indica il modo di guardare di Dio, che offre sempre una possibilità anche al peggiore e più incallito degli umani. A noi pare ingiustizia, come al figlio maggiore che vede tornare il fratello perduto. Vorremmo un Dio che premia e castiga subito. Ma siamo proprio sicuri che verremmo premiati?
Il Dio Figlio che è Gesù cambia direzione: il chicco di senape cresce in silenzio, il lievito fermenta la farina pian piano, la signoria di Dio in mezzo a noi matura lentamente, per una potenza diversa da quella umana, che vuole tutto e subito.
Chiediamo al Signore di insegnarci la memoria. Solo ricordando quanto egli ha avuto pazienza con noi, impareremo ad avere pazienza con gli altri. Soprattutto smettendo di lamentarci.
Don Maurizio
