Vedere, ascoltare, accogliere Gesù

Le parabole sono il genere che Gesù preferisce per comunicare con la gente. Gli piace raccontare storie di vita quotidiana, di relazioni tra persone, con le cose: la natura, il lavoro, la pesca, la pastorizia, l’agricoltura. A prima vista sembrano storie semplici, facili da immaginare. In realtà, le parabole servono ad interrogarsi, ancor meglio a porre domande a Gesù, perché non tutto è chiaro come appare.

Quella del seminatore, ad esempio, riguarda il rapporto tra il Signore che parla e coloro che lo ascoltano. La sua parola è rivolta non solo a quelli che comprendono e lo accolgono, per una semplice ragione: Gesù è venuto per tutti, e cerca il modo di raggiungere ciascuno lì dov’è.

Per comunicare questo messaggio, Gesù sacrifica persino la competenza del seminatore, al quale potremmo chiedere perché sparge il buon seme non solo nella terra buona, ma anche sulla strada, tra i sassi, sui rovi. Cosa può aspettarsi da questi terreni improbabili per il raccolto? Non sarebbe meglio calcolare meglio e non sprecare il seme?

Questa apparente disattenzione, in realtà, serve a spostare lo sguardo dal seminatore a noi ascoltatori, per rivolgerci direttamente la domanda: quale tipo di accoglienza riservo alla parola di Gesù? Sono distratto e superficiale, come la strada? Sono entusiasta ad un primo impatto, ma poi basta poco per passare ad altro, come tra i sassi? Oppure prevalgono le mie preoccupazioni materiali, e allora la parola è soffocata dai rovi?

Per interpretare la parabola, Gesù spiega ai discepoli il senso di queste diverse immagini, dando persino l’impressione di voler nascondere agli altri il loro senso. Per la verità, la sua preoccupazione è quella del profeta Isaia, che cita: «Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile».

Può succedere anche a noi di pensare di aver compreso cosa vuol comunicarci il Signore, ma non è detto. Prendiamo il caso di chi riduce il messaggio del Vangelo a un insieme di regole da osservare. Ci si stanca presto, perché il cuore resta indifferente: non basta sentirsi a posto con l’osservanza dei precetti. Si potrebbe pensare di accogliere la parola del Signore come imperativo etico, ma poi ci si accorge di non farcela con le proprie forze. Oppure potremmo ritenerci eletti e illuminati da una conoscenza superiore. Sono solo alcuni esempi, ne potrebbero seguire altri.

Comprendere, nel linguaggio biblico, non significa capire con l’intelligenza, ma accogliere nel cuore colui che ci parla: Gesù, il Signore. È lui la Parola, che semina costantemente nella nostra vita la sua presenza amorosa: nelle persone che incontriamo, nei momenti di gioia e in quelli di prova. Un cuore semplice e attento è il terreno buono, reso capace dalla grazia di vedere, ascoltare e accogliere.

Don Maurizio