SPINAE

Sabato 23 ottobre alle ore 17:00 presso la Chiesa della Spina si è tenuta l’inaugurazione della mostra di pittura “SPINAE” alla presenza del maestro Pietro Calvetti, autore delle opere esposte, del Sindaco di Pisa Michele Conti, dell’assessore alla cultura Pier Paolo Magnani, di Riccardo Buscemi presidente dell’Associazione “Il Mosaico”, dello storico dell’arte Antonio Natali, del teologo don Maurizio Gronchi.

Si tratta di una mostra di arte contemporanea, un percorso all’interno delle ferite: “SPINAE” della vita, non solo di Gesù, ma della stessa umanità, illuminate dalla speranza e aperte al futuro di Dio che è Pienezza di vita.

La mostra sarà aperta al pubblico fino al 28 novembre con i seguenti orari: venerdì ore 15 – 17, sabato e domenica ore 10.30 – 12.30 / 15 – 17. Ingresso libero. 

Gridare più forte

Gridare forte vuol dire urlare disperatamente. Di solito lo si fa per paura, quando ci sentiamo perduti. Nel brano evangelico di oggi, questa espressione riguarda un cieco mendicante, che avverte il passaggio di Gesù. «Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”». L’evangelista riferisce il nome e il padre di questo non vedente, per giunta anche povero: Bartimeo, figlio di Timeo. Vuol dire che è noto, molti lo conoscono, e chissà quante volte gli sono passati accanto senza neppure guardarlo, persino infastiditi dalla sua inutile presenza. Il suo dolore disturba, e allora lui urla più forte.

Gesù passa, ode il suo grido disperato, lo fa chiamare e lo incontra. La scena è accelerata, tutto si svolge con estrema rapidità e con l’esito sperato: «E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada». In poche righe c’è il racconto della svolta di una vita. Ciascuno di noi, come Bartimeo, potrebbe avere gli occhi chiusi, ma gli orecchi aperti. Mai tutto di noi è completamente fuori dalla portata del Signore che passa. Ci fanno dunque pensare questi tre diversi sensi: la vista, l’udito, la voce.

Non vedere significa dipendere da altri, doversi fidare, rischiando anche di sbagliare molto, e non è sempre del tutto negativo, specialmente quando si affinano di più gli altri sensi. Chi ha difficoltà visive migliora nell’udito, fa maggior appello alla parola. La fede che ha salvato Bartimeo – Gesù stesso gliela riconosce – è venuta dall’ascolto, dall’attenzione alla voce degli altri. A volte può capitare anche a noi di non vedere il Signore, ma di avvertire solo sussurri che ne fanno intuire la presenza: a questi bisogna dare ascolto. Poi tocca a noi, magari con la supplica, il lamento, il grido. Non è forse questo il momento più vero della preghiera?

Bartimeo ha supplicato Gesù ed ha avuto la grazia di vedere, per poter camminare dietro a lui lungo la strada. È la storia di ogni discepolo, del credente che è passato dalle tenebre alla luce, da mendicante ad autosufficiente, e ha ritrovato dignità. Non è solo questione di guarigione da una malattia, ma di novità di vita. Se ne poteva tornare a casa, come tanti altri sanati nel corpo, invece comincia a seguirlo. Ecco perché si tratta del discepolo.

Forse anche ciascuno di noi ha bisogno, certe volte, di qualcuno che gli dica: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Se abbiamo avuto la grazia di ascoltare questo appello, ricordiamoci che anche gli altri hanno diritto di sentirlo da noi, specialmente coloro che sono ai margini della strada, disprezzati da tutti, fastidiosi per il fatto stesso di mendicare. Non giudichiamoli: sono i fantasmi di ciò che potevamo essere senza aver incontrato Gesù.

don Maurizio

Gruppo informale “Cultura e carità”

– Webinars su I semi teologici di Francesco

venerdì 22 ottobre ore 21: “Il popolo”, con Fausto Morroni e Lina Romano

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Video del webinar

Dominare o servire

I due fratelli Giacomo e Giovanni chiedono apertamente a Gesù una cosa molto impegnativa, di cui non si rendono ben conto: stare vicino a lui, a destra e a sinistra, nel suo regno futuro. A prima vista sembra una richiesta buona, persino ingenua, che nasce dalla sincera amicizia e dal desiderio di rimanergli accanto per sempre. Due sono le reazioni a tanto ardire. Da una parte, la risposta del Maestro: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?»

Con questa domanda, Gesù sposta la loro posizione dal futuro lontano a quello prossimo. Egli sta andando verso la croce: i discepoli sono pronti a rimanergli accanto nell’ora della Passione? Prima della gloria c’è la sofferenza. Giacomo e Giovanni sembrano non temerla, rispondono di sì, ma forse non hanno ben compreso. E Gesù rinvia al Padre la scelta dei primi posti nella gloria: saranno per coloro che sono stati ai margini in questa vita, che hanno sofferto, sono stati scartati, ma non solo.

Di fronte all’indignazione degli altri dieci nei confronti dei due discepoli ambiziosi, Gesù chiarisce il senso dell’inversione delle precedenze. I potenti di questa terra dominano e opprimono, ma tra i suoi amici non dovrà essere così: «chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti». Com’è stato per il Maestro così dovrà essere per i seguaci: primeggerà chi ha servito, sarà più grande l’ultimo di tutti. Perché Dio non si va a cercare tra le nuvole, ma nelle pieghe nascoste della terra che Egli è venuto ad amare senza riserve.

don Maurizio

Lasciarsi guardare

Un giovane entusiasta insegue Gesù, si prostra ai suoi piedi e tenta il tutto per tutto: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». La richiesta è ardita, impegna soprattutto chi aspira al massimo, cioè al meglio per se stesso: avere la vita eterna. Domanda legittima: chi non spera nel paradiso? Di primo acchito, a insospettire Gesù è l’ambigua captatio benevolentiae, perciò subito precisa: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo». Poi, assecondando il desiderio del giovane – che spera di “avere”, perciò chiede cosa “fare” – lo rimanda alla Legge di Mosè: «Tu conosci i comandamenti». Ma sembra che questo non basti, altrimenti non si sarebbe rivolto al Rabbì originale. Questa strada la conosceva bene, non avrebbe avuto bisogno di cercare qualcosa di più. Il cuore sembra aperto, disponibile ad andare oltre la Legge, a seguire qualche ulteriore indicazione.

Bisogna soffermarsi sul desiderio di questo giovane aspirante alla santità. Talmente forte è lo slancio, con il coraggio di affrontare apertamente il Maestro, che viene da credere alla sua sincera disponibilità a sacrificarsi: è pronto a darsi da “fare”. Ma qui la scena cambia: «Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: “Una cosa sola ti manca…”». Che cosa manca al ragazzo? Pare che la delusione di fronte alla risposta del Maestro, che gli chiede di lasciare i suoi beni ai poveri e di seguirlo, stia tutta nell’attaccamento alle proprie ricchezze – almeno così conclude l’evangelista: «possedeva infatti molti beni». Forse non si tratta solo di questa eccessiva richiesta, ma ancor prima dell’imbarazzo di fronte ad uno sguardo intenso, profondo e amoroso, che gli legge dentro la sete di autoaffermazione, di conquista con le proprie forze del premio ambito. Il giovane è pronto a fare, ma non a lasciarsi cogliere interiormente; possiede se stesso prima che i suoi beni, questa è la ricchezza da cui non vuol distaccarsi.

A volte può capitare anche a noi di avere buone intenzioni, genuini desideri di impegno, prontezza nel donarsi, ma ciò che il Signore ci chiede – anzi, ci dona –  è di accogliere uno sguardo d’amore che fa uscire da se stessi. Non si tratta di lasciare qualcosa, ma di ricevere un regalo; non c’è da sacrificare beni, ma da abbandonarsi al bene più grande: la liberazione dalla propria sete di autorealizzazione. La cruna dell’io è troppo stretta per lasciar passare l’ago della libertà. Gesù coglie l’occasione di questo incontro per ripetere ancora una volta ai discepoli cos’è la grazia: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».

don Maurizio

Oltre la legge

«Alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, domandavano a Gesù se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie». Nasce da una provocazione, carica di ambiguità, l’interrogazione dei farisei. Vogliono sapere da quale parte sta questo scomodo Maestro autodidatta, che avvicina peccatori, malati, prostitute, poveri e disgraziati di ogni genere. Prendono la questione spinosa del divorzio – a certe condizioni concesso persino dalla legge di Mosè – vogliono sapere se lui permette o proibisce, esattamente come fanno loro. Sì, perché le norme servono a regolare la società, e secondo i suoi paladini è Dio stesso a darle, quindi chi si crede di essere questo Gesù che oltrepassa continuamente i confini del lecito. Abituati come sono a decidere sulla vita degli altri in nome di Dio, tendono un tranello al Rabbi galileo.

La risposta di Gesù è semplice. L’amore è il progetto originario: si lascia la casa dell’infanzia e della giovinezza e si forma una famiglia. Invece di pensare alla fine dell’amore, occorre volgersi al suo inizio. Il resto viene di conseguenza. Questo non significa dunque dare permessi o proibire, ma richiamare le esigenze dell’amore, che valgono per tutti. Sulla questione poi tornano anche i discepoli, e il Maestro non esita a rispondere in modo ancora più chiaro: ciò che vale per l’uomo vale anche per la donna. Si tratta di una precisazione importante, proprio in una cultura fondamentalmente maschilista, che escogitava vie legali per concedere di più all’uomo e meno alla donna, anche in tema di divorzio. Così Gesù riporta l’uomo e la donna a riscoprire la loro pari dignità e responsabilità nel costruire una relazione d’amore.

Purtroppo questo brano del vangelo è stato circoscritto entro una visione moralistica, mentre Gesù va oltre. Chi ama fa di tutto per essere fedele, poi però può capitare di non riuscirci, di non volerlo, d’indurire il cuore. E allora che si fa? Dio trova sempre il modo di riprenderci dopo ogni fallimento, perché non rinuncia al sogno di renderci felici. Affermare l’ideale non significa, per Gesù, negare il reale: se si cade ci si può rialzare. Ci sarà sempre una via per ritrovare l’amore, e non lontano dal Signore, che ci ama in qualunque situazione ci troviamo, anche in quelle di cui siamo responsabili o vittime.

La seconda questione che il brano di oggi ci presenta riguarda i bambini. Nelle società antiche – nel mondo giudaico come in quello greco-romano – i bambini non contano, vanno lasciati da parte. I discepoli risentono di questa mentalità, e Gesù sposta ancora più avanti lo sguardo, li abbraccia e indica in loro la forma del discepolo: «a chi è come loro infatti appartiene il regno di Dio». Il che vuol dire che tutti coloro che sono indifesi, emarginati, piccoli e senza diritti avranno la precedenza nel regno. La signoria di Dio non si rivela in chi domina, ma in chi accoglie; non appartiene ai potenti, ma agli umili.

don Maurizio