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Riposo

«Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» (Marco 6,31). Squisita delicatezza quella del Maestro nei riguardi dei discepoli, segno di premura verso coloro che ha trascinato in un’avventura tutt’altro che comoda, sia per l’impegno quotidiano richiesto dall’attenzione alla sua parola e ai suoi gesti, sia per la missione che pian piano affida loro. Il bisogno di riposare è di tutti, a cominciare da chi vive intensamente con senso di responsabilità. Il dispendio di energie, infatti, non è soltanto fisico, soprattutto per coloro che si fanno carico degli altri prima che di sé stessi.

Esistono fatiche del cuore e della mente non meno pesanti di quelle delle braccia e del corpo, alle quali talvolta si dà meno considerazione, anzi, chi le sopporta spesso tende a sottovalutarle, mentre chi giunge alla sera dopo una giornata di lavoro manuale si dispone più serenamente al meritato riposo. Chi è animato da forti interessi difficilmente si concede una sosta, la considera una perdita di tempo, come se non ne avesse diritto, al punto da sentirsi in colpa. Lo scrittore francese Nicolas de Chamfort, della seconda metà del Settecento, osservava acutamente: «Gli amanti, i bricconi, i gelosi, gli avari, gli ambiziosi, i giocatori non conoscono riposo».

Una pausa tra le occupazioni è una sospensione non del tempo, ma del cuore e dei pensieri; la mente ha bisogno di silenzio per trovare nutrimento e ristoro, come il corpo richiede il sonno. Si tratta di un diritto e di un dovere, al tempo stesso.

Ognuno ha il proprio modo di fare intervallo: per chi fa lavori manuali leggere un libro o ascoltare musica è riposante, mentre l’intellettuale si rilassa quando impiega braccia e mani. Spostarsi da ciò che affanna è salutare per tutti, anche se l’idea stessa di prendere distanza dal dovere è già una fatica. Solo dopo aver accettato l’interruzione ne potremo apprezzare il valore.

Fermarsi e sostare può anche fare paura, se temiamo di trovarci di fronte a noi stessi. Ma forse è proprio di questo tempo inattivo che abbiamo più bisogno: per fare memoria, per custodire, per non fuggire. Potrà anche capitare di rivoltarsi nelle piaghe della propria infelicità, ma di qui passa la grazia che sgretola il muro interiore dell’insoddisfazione, inaugurando il riposo autentico.

Scriveva Platone nel Fedro: «L’anima se ne sta smarrita per la stranezza della sua condizione e, non sapendo che fare, smania e fuor di sé non trova sonno di notte né riposo di giorno, ma corre, anela là dove spera di poter rimirare colui che possiede la bellezza. E appena l’ha riguardato, invasa dall’onda del desiderio amoroso, le si sciolgono i canali ostruiti: essa prende respiro, si riposa delle trafitture e degli affanni, e di nuovo gode, per il momento almeno, questo soavissimo piacere».

don Maurizio

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