Nuovo calendario Messe

Per gentile ospitalità del Parroco del Carmine,
celebrerò la Santa Messa nella chiesa di San Sepolcro nei seguenti giorni:

  • Epifania 6 gennaio – ore 12
  • Domenica 9 gennaio – ore 12
  • Domenica 16 gennaio – ore 12
  • Domenica 23 gennaio – ore 12                (pranzo con i poveri)
  • Domenica 30 gennaio – non c’è la Messa delle ore 12
  • Domenica 6 febbraio – non c’è la Messa delle ore 12
  • Domenica 13 febbraio – ore 12
  • Domenica 20 febbraio – ore 12               (pranzo con i poveri)
  • Domenica 27 febbraio – ore 12
  • Domenica 6 marzo – ore 12
  • Domenica 13 marzo – non c’è la Messa delle ore 12
  • Domenica 20 marzo – ore 12                   (pranzo con i poveri)
  • Domenica 27 marzo – ore 12

NB: La Santa Messa delle 12 non è parrocchiale

Don Maurizio Gronchi

Il Bambino con Maria sua madre

«Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». Con queste parole, alcuni sapienti d’Oriente vanno in cerca del nuovo misterioso re appena nato. Ma non è certo cosa tanto saggia andare a chiederlo ad Erode, che sente così vacillare la propria corona. I potenti sono talmente attaccati al potere che vivono con la costante paura di perderlo, e sono disposti a qualunque cosa pur di mantenerlo. Singolare profezia quella dei Magi: sulla croce di Gesù sarà Pilato a scrivere “Il re dei Giudei”, prendendo ancora l’ultimo abbaglio.

Potrebbe succedere anche a noi di attenderci un Dio sovrano, un Signore dei signori, capace di mettere in riga tutti i potenti del mondo, di liberare da ogni oppressione e di far trionfare con forza la giustizia. Ma non è di questo che si tratta, e i Magi se ne accorgeranno, nonostante il segno celeste che li ha guidati, di cui si sono fidati, portando omaggi regali. «Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono». Un bambino in braccio alla sua mamma, in una casa qualsiasi, senza corte né anticamera: questo è il Signore dinanzi al quale inginocchiarsi.

La tradizione della liturgia cristiana, interpretando simbolicamente i doni dei Magi, guarderà più avanti: l’oro offerto al grande Re, la mirra per l’uomo deposto dalla croce, l’incenso per il Dio immortale. Segni che annunciano il destino di quel bambino, profezie di un compimento adesso nascosto, protetto dalle braccia di Maria, custodito nel suo cuore, in attesa di rivelarsi al mondo. Anche i Magi vedono quel che brilla negli occhi stanchi del vecchio Simeone: «la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli, luce per illuminare le genti» (Lc 2,30-32). La guida della stella è il riflesso della «luce vera, quella che illumina ogni uomo» (Gv 1,9). Il segno nel cielo ha sospinto la ricerca sulla terra, a guardare in alto per trovare in basso. Questa via vale anche per noi, specialmente quando pensiamo a un Dio lontano, troppo in alto, che invece viene a cercarci quaggiù, dove siamo, dove viviamo.

La solennità dell’Epifania è l’inizio di quella manifestazione del Signore che procede per gradi: seguirà poi il battesimo sul Giordano, le nozze di Cana, quindi il suo cammino verso la Pasqua. Anche noi, accompagnati dai segni che ogni giorno ci vengono offerti lungo la strada, portiamo a Gesù quanto abbiamo di più prezioso. E quando nelle nostre mani vuote ci sarà solo paura, sofferenza e scoraggiamento, non temiamo: le braccia di Maria, che cullano il bambino Gesù, saranno sempre pronte ad offrirci il suo Figlio, il vero regalo che Dio attende di donarci. In fondo, questo è anche il capovolgimento di prospettiva cui si sono ritrovati i Magi: pensavano di portare doni e, invece, ne hanno ricevuto uno ben più prezioso dei loro.

don Maurizio

La nascita di Gesù

«Se in te semplicità non fosse, come
t’accadrebbe il miracolo
di questa notte lucente? Quel Dio,
vedi, che sopra i popoli tuonava
si fa mansueto e viene al mondo in te.
Più grande forse lo avevi pensato?
Se mediti grandezza: ogni misura umana
dritto attraversa ed annienta
l’inflessibile fato di lui.
Simili vie neppure le stelle hanno.
Son grandi, vedi, questi re;
e tesori, i più grandi agli occhi loro,
al tuo grembo dinanzi essi trascinano.
Tu meravigli forse a tanto dono:
ma fra le pieghe del tuo panno guarda,
come ogni cosa Egli sorpassi già.
tutta l’ambra imbarcata dalle terre più remote,
i gioielli aurei, gli aromi
che penetrano i sensi conturbanti:
tutto questo non era che fuggevole
revità: d’essi, poi, ci si ravvede;
ma è gioia – vedrai – ciò che Egli dà».

Rainer Maria Rilke

Senza indugio

«I pastori andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia». Colpisce il lettore l’indicazione temporale con cui l’evangelista annota la prontezza dei pastori nel rispondere all’invito dell’angelo, che ha annunciato la nascita del Signore Gesù. Non mettono tempo in mezzo, il richiamo è potente, si tratta di un’occasione unica, da non perdere.

L’urgenza è una dimensione interiore collegata al tempo, che fa pensare anche noi, all’inizio di un nuovo anno civile, posto dalla liturgia della Chiesa sotto la protezione materna di Maria. Abbiamo bisogno di rispondere con slancio alla proposta: Gesù viene tra noi, non possiamo perdere l’occasione di incontrarlo. La sua mamma e Giuseppe ce lo presentano, senza di Lui la nostra vita prende un’altra direzione, forse quella dello smarrimento. Sappiamo bene quante cose ci trattengono: il timore del contagio, l’incertezza della salute, la fragilità delle persone più deboli che abbiamo vicino. Cosa dobbiamo fare?

Il Signore, che Maria ha accolto e generato alla vita terrena, non vuol lasciarci nella paura: viene per restare con noi, per donarci speranza e fiducia che la vita insieme a Lui è più forte di ogni ostacolo. La fede ci permette di riconoscere nella vulnerabilità l’occasione per affidarci: se ci sentiamo minacciati è l’ora di trovare protezione tra le sue braccia.

Dopo l’incontro col bambino Gesù, «i pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro». In chi si affida, nasce nel cuore una gioia incontenibile, la notte si riempie di luce e di calore. Questo è ciò che può accadere anche a noi, all’inizio di un nuovo anno. Non lasciamoci intristire, non attardiamoci a guardare noi stessi. La spinta interiore che ci muove verso Gesù è Lui stesso a porla dentro l’animo nostro. I momenti più difficili sono occasioni per reagire, e il Signore ce ne dà la forza, quella che viene donata e accolta più che conquistata.

Se il Figlio di Dio ha lasciato il suo cielo per cercare il caldo abbraccio di una Madre in terra, anche noi, con lo stesso slancio, possiamo destarci nella notte per corrergli incontro – come suggeriva Fëdor Dostoevskij ne I fratelli Karamàzov: «Se la notte, sul punto di assopirti, ti viene in mente di non aver fatto ciò che avresti dovuto, non indugiare: alzati e fallo».

don Maurizio

Un Figlio difficile

«Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Con queste parole, che suonano a prima vista come un rimprovero, Maria si rivolge al ragazzo Gesù, smarrito e ritrovato nel tempio, «seduto in mezzo ai maestri». Quale genitore non ha provato un senso di rabbia o di delusione di fronte al figlio disobbediente? Non solo: ci sono figli incorreggibili, e non solo perché non obbediscono, forse solo perché hanno dei limiti, delle fragilità che non dipendono dalla loro volontà, magari portano il segno di una disabilità, che facciamo fatica ad accettare. Insomma, figli che non rispondono al nostro legittimo desiderio che siano il meglio di quello che ci aspettiamo, per i quali spendiamo molte energie senza vedere i risultati sperati.

Ora, Gesù è un ragazzo sveglio, vivace, curioso, vive l’età delle scoperte, com’è avvenuto per tutti noi. Ed è interessante che il vangelo di Luca ci riferisca questo episodio carico di normalità. Ci fa pensare al vissuto familiare quotidiano, intessuto di affetti e di confronti, di intese e tensioni, di legami e distanziamenti. Sarebbe disgraziato quel figlio che fa sempre e soltanto ciò che gli viene chiesto, ordinato, imposto, seppur per il cosiddetto suo bene. I figli ci insegnano la libertà, quella che forse non abbiamo; ci ricordano quello che siamo stati, e magari adesso non siamo più: sono persone che hanno il sacrosanto diritto di trovare la propria strada, e forse non è quella che abbiamo previsto per loro.

Maria e Giuseppe cercano di capire, non rimproverano. Il vangelo appunta una nota importante: «Al vederlo restarono stupiti». La meraviglia brilla nei loro occhi, perché vedono il ragazzo in una situazione imprevista, ma non pericolosa. Dunque, sanno distinguere tra la preoccupazione di averlo perduto e lo stupore di averlo trovato a discutere con gente più grande, peraltro ad “occuparsi delle cose del Padre suo”. Attenzione: non c’inganni il rimando all’essere Figlio di Dio. Questi genitori stanno solo scoprendo chi si sono messi in casa. Dicono a noi che un figlio è mistero, non manufatto; non è un bambino di legno animato come Pinocchio: è vita che esplode, si smarrisce, azzarda, può ferirsi. Perciò ha bisogno di guida, di protezione, di cura, ma non di delusione, mai di svalutazione. Non deve diventare perfetto, ma semplicemente se stesso, non uguale a chi lo ha fatto. Senza lo stupore che viene dall’amore per la libertà non si aiuta a crescere. A volte un figlio deve imparare a difendersi, ed è triste se lo deve fare proprio nei confronti dei genitori.

Oggi, la santa Famiglia di Nazaret ci insegna la complessa cura delle relazioni, mai tutte uguali, né obbedienti ad una regola generale, da costruire con la pazienza che preferisce donare più che pretendere. Il Signore ci renda lieti dei nostri figli, specialmente quando ci mostrano le loro fragilità: è il segno che possiamo sempre riabbracciarli, soprattutto quando li abbiamo un po’ persi d’occhio. E non è sempre colpa loro.

don Maurizio

Santo giorno di Natale

«Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio». Oggi, nel giorno di Natale, finalmente possiamo ascoltare la voce di Dio, nei vagiti del suo Figlio Bambino. Un Dio piccolo che piange, uscito dal silenzio del grembo di Maria per gridare all’umanità che c’è anche Lui tra noi. Questa è la prima parola, disarticolata, di Colui che impara a parlare come tutti noi, cercando di farsi intendere da mamma e babbo.

Il Natale ha bisogno di intuizione, non è un evento che comprendono i ragionatori, gli amanti dei sillogismi, della logica. Si accoglie nel cuore ed ha i suoi effetti nella concretezza della vita. Sono questi i due aspetti su cui vogliamo riflettere oggi.

Primo, il cuore. Abbiamo tutti bisogno di sentirci bene dentro, ma cosa ci dà quella pace e serenità che ci auguriamo scambievolmente? La parola che ci raggiunge in profondità è quella dell’angelo notturno: ««Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore». Questo annuncio è per ciascuno di noi, vuol dire: sei amato, sei amata, Gesù viene da te, per te, con te. Lui ti salva dalla tristezza, se ti senti solo; ti solleva dalla malinconia, se pensi a coloro che non ci sono più; cura il tuo dolore dell’animo, se hai ricevuto del male; ti dà coraggio, se hai una malattia.

Secondo, la concretezza. Il vangelo di oggi ci dice che: «il Verbo (ovvero la Parola) si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi». Le parole che Gesù sussurra al nostro cuore debbono farsi carne, tradursi in gesti concreti di amore verso gli altri. Non ci sono solo i parenti e gli amici: la gioia che l’angelo annuncia ai pastori sarà “di tutto il popolo”, e noi dobbiamo allargare l’orizzonte. Pensiamo a come far felice, con uno sguardo, con un piccolo gesto, anche chi incontriamo per strada. Solo la fraternità ci salverà – ci ricorda papa Francesco – e fraternità vuol dire sentirsi parte di una famiglia più grande, dove nessuno deve sentirsi escluso. Il Natale è la festa della semplicità, non dello sfarzo; degli umili che si sentono amati e accolti; del trionfo della tenerezza sul disprezzo, della giustizia sulla sopraffazione, della delicatezza e del rispetto nei confronti di chi è più debole, diverso, scartato. Gesù è venuto partendo dalla condizione più disagiata, affinché tutti lo sentiamo vicino. I suoi vagiti di neonato sono la più potente parola che ci rivolge: ho bisogno del caldo abbraccio del tuo cuore, altrimenti muoio di freddo, mentre invece sono venuto per dare vita, ma non senza il tuo aiuto.

don Maurizio

Santa notte di Natale

Secondo quanto ci raccontano le sacre Scritture, nella santissima notte di Natale l’annuncio del profeta Isaia si è compiuto: «Perché un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio». L’apostolo Paolo ne ha compreso il senso con chiarezza: «è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini». Con questa semplice e profonda percezione, l’umanità, da oltre duemila anni, guarda alla scena intima e familiare del Presepe con fiducia: se nasce ancora il Figlio di Dio in mezzo a noi, povero tra i più poveri, allora c’è davvero speranza per tutti. Possiamo ricevere una vita nuova, possiamo rinascere: il Signore non è stanco di questa famiglia umana così provata, stanca e impaurita.

Potrà sembrare un evento lontano nel tempo, al quale accostarsi con nostalgia, mentre ciò che viviamo nel presente non pare riceverne luce. Invece, la fede ci permette di avvertirne la forza, proprio perché il Bambino Gesù entra nel mondo della debolezza, nella nostra fragilità. Da una parte, vorremmo un Dio potente, capace di risolvere i nostri guai, e invece Egli viene a condividere le nostre pene. Sembra che non ci aiuti, eppure si fa vicino, prossimo, familiare. Questo è il modo sorprendente che sceglie: stare accanto, col pianto di un neonato, che ha bisogno di essere cullato, custodito, nutrito.

La sua mamma Maria «lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio». Tutti coloro che non trovano ricovero e ristoro in questo mondo oggi sanno che c’è una mangiatoia, un luogo che prefigura il destino del Figlio di Dio: Egli si farà cibo, nutrimento per tutti gli affamati di amore della terra. L’angelo del Signore invita  i pastori ad andarlo a vedere: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». Da quel momento in poi, per i secoli dei secoli, chi cerca Dio non lo troverà nell’alto dei cieli, nel mondo delle idee, ma avvolto in fasce, piccolo, indifeso, vulnerabile.

Ci chiediamo, allora, a chi serve un Dio così debole? Mentre siamo noi ad aver bisogno di Lui, Gesù ci chiede di assisterlo e di prenderci cura di Lui? Certo, questa è la novità sconvolgente del Natale. Ce lo ricorda un antico padre della Chiesa, con parole sublimi: «O nuova unione! O miscela paradossale! Colui che è, viene ad essere, il non creato viene creato, l’incomprensibile viene compreso (…). Colui che è ricco diventa un mendicante (2Cor 8,9), poiché egli stesso mendica nella mia carne affinché io possa arricchire la sua divinità» (Gregorio di Nazianzo).

Il santo Natale è annuncio del bisogno di Dio, che desidera ricevere la nostra cura nei fratelli più vulnerabili. Usciremo dalla tristezza, dalla solitudine e dalla paura grazie al dono del Signore Gesù, fatto bambino per noi e per tutta la famiglia umana. Questo vogliamo augurarci a vicenda.

don Maurizio