Dio con noi, come noi, per noi

Nel mistero del Natale contempliamo, con occhi incantati, Dio che sceglie di essere – una volta e per sempre – con noi, come noi, per noi.

Con noi: in mezzo a Maria e Giuseppe, colmato di tenerezza; accanto ad ogni ragazzo che cresce tra sogni e incertezze; dietro ad ogni adulto, con la fatica del lavoro, e all’anziano provato dal dolore e dalla solitudine.

Come noi: con le stesse paure ed esitazioni che prova un adolescente; con la passione e le sconfitte di un giovane; con la delusione di chi soffre l’abbandono degli amici più cari. In Gesù, Dio ha imparato a piangere come un bambino, che ha fame e sete; a sorridere come chi vede guarire un ammalato; a cantare come chi loda il Signore provvidente per tutte le sue creature.

Per noi: come colui che non tiene niente per sé, e dona tutto ciò che ha di più caro, la sua stessa vita; come chi sa che la gioia più grande è servire e stare con i poveri e i più vulnerabili; come chi attira umili pastori con vagiti che assomigliano al belare di un agnello.

Noi, pastori

«Rapida come un fulmine
scende la gioia del Divin
Bambino.
Scende a rallegrare le stelle
e noi erranti pastori
sulla Terra.
Di nuovo scende, nonostante
così come insiste
sulla fronte
di un bimbo malato –
il mondo –
la carezza di una madre.
Non abbiamo nulla nelle mani
se non la nostra ostentata ricchezza
l’idea falsa di libertà.
È la notte di Natale.
È la notte della povertà.
Un albero disadorno,
un antico presepe
attendono da secoli
il nostro sguardo.
O piccolo Gesù
ridacci quell’innocenza,
quello spirito caritatevole
che nessun’altra ragione,
nessun altro albero ricolmo
sanno offrire
a noi sperduti viandanti».

Alda Merini

don Maurizio

«Tu lo chiamerai con il nome Gesù»

La figura di Giuseppe, il custode di Gesù, padre secondo la legge, cui è affidata la santa famiglia di Nazaret, nel brano di oggi appare in primo piano. Lui, custodito dai racconti evangelici con estremo riserbo, senza che mai esca una parola dalla sua bocca, riceve una notizia sconvolgente dalla sua fidanzata: Maria attende un bambino, non da lui, ma dallo Spirito santo. Com’è possibile? – si era già chiesta Maria di fronte all’angelo. Ora tocca anche a Giuseppe cercare una risposta. Non possiamo nemmeno immaginare cosa sarà passato nel cuore e nella mente al giovane promesso sposo di quella ragazza di Nazaret con la quale aveva fatto progetti di vita e d’amore.

A Giuseppe si prospettano due vie di fuga, entrambe drammatiche. La prima: consegnare ufficialmente a Maria il libello di ripudio, che per la legge di Mosè ha di conseguenza, in questo caso, la lapidazione della fidanzata. La seconda: rilasciarla in segreto, evitando di esporla all’infamia, e farsi discretamente da parte, inventando qualche pubblica scusa.

Mentre va in fumo un sogno, ne compare un altro, a prima vista incomprensibile, ma ancora di un sogno si tratta: «quand’ecco un angelo del Signore gli si manifestò in sogno dicendo: “Giuseppe, figlio di David, non aver paura a prendere con te Maria, la tua donna, perché ciò che è generato in lei è opera dello Spirito santo”». Sembra tutto perduto. I progetti cambiano drasticamente, nella solitudine di Maria e in quella ancor più radicale di Giuseppe. Potrebbero allontanarsi sconfortati. Il Signore, in cui essi hanno creduto e sperato, dal quale attendevano con fiducia benedizione sul loro amore, ha forse rovinato tutto?

Ci sono momenti nella vita di tutti in cui si tratta di prendere o lasciare: questa è la dura prova dell’amore vero. Maria e Giuseppe non fanno appello a se stessi, ma si rivolgono più in alto, guardano a Colui che li raggiunge così in basso che mai avrebbero immaginato, nell’intimità delle viscere più umane che ci siano: Maria «partorirà un figlio e tu lo chiamerai con il nome Gesù».

Giuseppe è l’uomo dei fatti, non delle parole: «Allora, risvegliatosi dal sonno, fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua donna». Anche noi, vicini a Natale, siamo pervasi dallo stupore che lascia da parte i pensieri e si affida ad una Parola che irrompe potente nel cuore e nella carne, al punto da sconvolgere la vita.

Quando i nostri progetti sembrano svanire, forse il Signore ne sta costruendo altri di più grandi e più belli. Se i nostri sogni ci paiono irrealizzati, non lo sarà mai il suo: perché siamo noi. La nostra felicità è la sua. La via per la quale giungervi non può che essere misteriosa. Perciò, non ci resta che affidarci, pieni di meraviglia, pur non senza umano legittimo timore. Maria e Giuseppe hanno fatto così, e non è andata poi tanto male, almeno per quella parte di umanità che ha il dono di credere che Dio è qui, in mezzo a noi.

don Maurizio

Sei tu colui che viene?

Abbiamo già incontrato Giovanni Battista – il precursore di Gesù, sulle rive del fiume Giordano – che, insieme a Maria, ci accompagna nel tempo di Avvento. Oggi, egli si presenta sotto una luce diversa, che potrebbe sorprendere. È imprigionato, sente dire alcune cose di Gesù, è preso da una sorta di scoraggiamento, forse teme il fallimento della propria missione, perciò vuole essere rassicurato da notizie dirette: «Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare qualcun altro?».

In realtà, egli mescola la propria situazione – dovuta alle critiche rivolte alla condotta di Erode Antipa, che conviveva con la cognata Erodiade rimasta vedova di Filippo – con il suo annuncio della venuta del Messia. Nella condizione di carcerato, Giovanni ha bisogno di conforto, e lo cerca in Gesù. Egli appare dunque in tutta la sua umana fragilità, che poi è la nostra, ovvero di chi, pur credendo e impegnandosi con coraggio, desidera conferme specialmente nel momento della prova.

La risposta di Gesù ai discepoli del Battista non è formale, teorica, intellettuale – del tipo: “sì, sono io colui che viene, non temere, non ti sei sbagliato” – ma: «i ciechi recuperano la vista e gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati e i sordi odono, i morti vengono risvegliati e i poveri ricevono il lieto annuncio». C’è tutta l’opera concreta che Gesù sta compiendo, di lui parlano i segni di salvezza fisica e spirituale che tocca tutti i sofferenti e tutta la persona, ma soprattutto conta la conclusione: «E felice è colui che non trova in me motivo di inciampo».

Anche noi, quando attendiamo risposte dal Signore, siamo invitati a puntare lo sguardo con fiducia verso di Lui. Il rischio di misurare l’agire di Dio con il nostro metro – quello dell’essere sollevati dalle difficoltà – è sempre in agguato. Al Battista, Gesù fa sapere che la potenza del Messia è indirizzata principalmente ai più deboli, che Egli non abbandona nessuno, anche quando sembra tacere. Chi si aspetta trionfi e vittorie sui potenti sbaglia Dio.

Le parole che poi Gesù rivolge alle folle rafforzano la stima che Egli ha di Giovanni, restituendogli la conferma della sua missione profetica: «fra i nati di donna non è mai sorto nessuno più grande di Giovanni il Battezzatore, ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui». Il messaggero ha fatto la propria parte, adesso comincia il tempo del regno, della signorìa di Dio, con la sequela di Gesù.

Lo sguardo va spostato dal dito che indica la luna alla luna stessa – avrebbero scritto i giovani sessantottini sui muri dell’università – ed è proprio quello che Giovanni aveva desiderato: «l’amico dello sposo, che gli sta accanto e l’ascolta, gode di grande gioia alla voce dello sposo! Questa mia gioia – dunque – eccola compiuta! Bisogna che lui cresca, e che io diminuisca» (Gv 3,29-30). Questo è il senso della domenica “gaudete”, che oggi celebriamo, ed è il Battista che ce lo indica.

don Maurizio

Come possiamo cantarti, o Madre

«Come possiamo cantarti, o Madre,
senza turbare la tua santità
senza offendere il tuo silenzio?

Non abbiamo altra speranza,
non abbiamo fiducia nelle nostre preghiere,
ma tu hai trovato grazia presso Dio.

Sei la nostra natura innocente,
la nostra voce avanti la colpa,
il solo tempio degno di Lui.

Per questo è venuto sulla terra,
uomo in tutto simile a noi;
ora lo stesso Dio non fa più paura.

Noi vogliamo che sia tu a pregare,
noi canteremo il tuo stesso canto:
e si faccia di noi secondo la sua parola.

Così la Chiesa sarà come te il segno certo,
ed Egli continuerà ad essere la nostra carne:
pure noi faremo solo quanto Egli dirà.

Così abbiamo speranza anche noi nel prodigio;
l’acqua delle nostre lacrime si muti in vino,
e il vino, nell’atto di amore, si muti in sangue.

Così ritorni la gioia nei nostri conviti
e Lui viva in ognuno di noi,
principio e fine dell’armonia del mondo.

Principio della nostra salvezza,
fine della nostra solitudine:
e tu sempre Madre dell’uomo nuovo.

Tu ultima possibilità di questa nostra creazione,
tu la terra santa che la rigenera ancora,
tu la custodia vivente della Parola. 

Io dico a Lei:

Maria, nel tuo seno
si sbriciola quel muro,
che ci negava Dio.

Per sua giustizia, è vero,
ma Lui teneva in serbo
la carta della vita.

Si riservava il tempo
ed occorreva un seno
adatto per il Verbo.

Ad impedir la macchia
ha già pensato Lui:
terrà lontan l’inferno.

A costruire il tempio,
che deve accoglier Dio,
tu penserai, Maria.

– Io non conosco uomo! –
Lo dici con timore
d’ostacolare Dio.

Invece è proprio quello,
che vuol da te il Signore.
L’attira il tuo candore!

Scendendo il Verbo in te
s’infrange la sentenza
della condanna eterna.

In te bellezza somma.
In te la Grazia piena.
In te il totale amore.

Sei talamo divino.
Sei sposa senza ruga.
Sei santo Tabernacolo.

Gesù ha fuso il palpito
con quello del tuo cuore.
Ti chiama “Mamma mia”.

E quando torna in Cielo,
sei firma e testamento
di nostra appartenenza».

(David Maria Turoldo)

Preparate la via, che è il Signore

Le due figure che ci accompagnano nel tempo di Avvento, incontro al santo Natale, sono Giovanni Battista e Maria. Il primo, con l’austero profilo del profeta che invita alla conversione; la seconda, nell’intimità dell’attesa del parto, con la premurosa custodia di Giuseppe. In tempi diversi, Giovanni e Maria attendono: uno sul fiume Giordano, ormai in età adulta, in prossimità dell’inizio di vita pubblica di Gesù; l’altra, agli albori della vita umana del Figlio di Dio in mezzo a noi.

A Natale saremo attratti dalla scena amorosa del presepe, pur nell’angusta cornice di una mangiatoia, segno dell’umiltà scelta dal Signore e della sua marginalità condivisa con i più poveri. Ma il richiamo che ci raggiunge adesso, nel tempo della preparazione, punta lo sguardo sul cugino Giovanni, il battezzatore, anch’egli ai margini, nel deserto, ove accorrono incuriositi ogni genere di personaggi, non tutti in buona fede. Il suo appello, forte e chiaro, è rivolto a tutti: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli si è avvicinato».

Sembra prevalere il tono della minaccia – «la scure è già pronta alla radice degli alberi» – ma ciò serve solo a spingere fuori da se stessi, dall’egoismo che esclude. Giovanni non giudica, punta il dito il un’altra direzione: «Io vi immergo in acqua affinché possiate ravvedervi, ma colui che viene dietro a me è più forte di me […] sarà lui a immergervi in Spirito Santo e fuoco». Adesso è ora di cambiare strada, per trovare la Via, che è Gesù: a noi tocca lasciarci guidare da Lui, per camminare insieme agli altri, col passo lento dei più deboli, di coloro che sono stanchi e affaticati. Egli ci immergerà nel suo amore che illumina, riscalda e purifica: Spirito Santo e fuoco.

Prepararsi al Natale, dunque, significa spostare lo sguardo, passare dall’io al tu del Signore, per accostare i più fragili tra noi. Se il richiamo risuona impegnativo vuol dire che la voce del profeta Giovanni ci ha raggiunto. È la grazia della sveglia, che interrompe il sonno, apre gli occhi al nuovo giorno che inizia, e invita ad alzarsi. Il tempo che ci è donato è prezioso, nonostante la fatica che comporta. Siamo pieni di paure, a volte manca il respiro, le forze talvolta vengono meno, e ci pare di non farcela.

Questo tempo è favorevole. Il bisogno d’amore grida dentro al cuore, e un Altro si fa incontro, la Parola che viene attraverso la voce, il Figlio annunciato da Giovanni, il più forte vestito di debolezza, spoglio di potere e grandezza: il Signore Gesù. Prepariamoci al suo abbraccio colmo di tenerezza, disposti a lasciarci liberare dai lacci soffocanti dell’egoismo: c’è speranza di salvezza per tutti. Conosciamo già la grazia che molte volte ci ha risollevati, ad essa occorre affidarsi di nuovo, senza timore.

don Maurizio

Il vostro Signore verrà

Il tempo di Avvento inizia con l’invito rivolto da Gesù ai suoi discepoli a prepararsi in vista del tempo finale: «State svegli, dunque, perché non sapete in quale giorno il vostro Signore verrà». Gli esempi che accompagnano lo sguardo rivolto al momento conclusivo della storia hanno un sapore minaccioso, un tono inquietante: come i giorni di Noè prima del diluvio, come il ladro che viene di notte.

Ma davvero il Signore vuole impaurirci? O non piuttosto scuoterci, perché ci rendiamo conto dell’importanza di ogni momento presente che ci è dato di vivere, come se non ce ne fosse un altro dopo? È l’urgenza dell’attenzione al qui e ora che interessa a Gesù, non tanto il futuro remoto che sempre spaventa, perché non sappiamo prevederlo. Egli sposta lo scenario in avanti, ma in verità pensa all’oggi, in cui Lui stesso è presente con noi, «tutti i giorni, fino al compimento del tempo» – sono le ultime sue parole nello stesso vangelo di Matteo, che ci accompagnerà in questo nuovo anno liturgico.

La questione di fondo è la distrazione: l’essere presi da molte occupazioni è la vera fonte di ansia, ma un’ansia che impedisce di cogliere l’attimo fuggente che stiamo vivendo, gravido di opportunità per fare il bene possibile. In effetti, siamo tutti tentati di sfuggire: chi si rifugia nella nostalgia del passato, chi si proietta nell’incerto e vago domani. L’oggi, invece, richiede presenza a se stessi e agli altri, perché qui abita il Signore, in mezzo a noi.

Il senso della perdita sconcerta, il tempo risulta inafferrabile, tutto scorre via senza riuscire a trattenere alcunché. Facciamo fatica ad accettare lo scorrere inesorabile del tempo, perciò l’affanno prende il posto dell’attenzione, l’ansia prende il posto della cura per i dettagli. Ma è in questa fugacità che mette radici la fede, con la certezza della presenza di Gesù che mai abbandona. Nel non possesso delle cose e delle persone abita la speranza di poterle custodire. Con la gratuità dell’amore ci viene incontro l’eternità.

La parola di Gesù riaccende in noi il desiderio di stare con Lui e di dedicarci agli altri, perché consapevoli che è il Signore che custodisce la nostra aspirazione, non la delude e la riempie della sua presenza inattesa, che qui ed ora ha il volto dei più deboli.

«L’amore sa aspettare, aspettare a lungo, aspettare fino all’estremo. Non diventa mai impaziente, non mette fretta a nessuno e non impone nulla. Conta sui tempi lunghi» (Dietrich Bonhoeffer). Nel tempo di Avvento, come nella vita, per imparare ad attendere, con gioia e senza paura, non resta che guardare a Maria, l’unica che ha fatto spazio nel cuore e nel grembo all’eternità di Dio.

don Maurizio