Con l’obiettivo di stimolare una riflessione a più voci sul tema della verità, venerdì 20 maggio alle ore 21 Anna Zago ci introdurrà al dialogo sul tema dal punto di vista della filologia, nella stupenda cornice della cappella di Sant’Agata, che, simbolicamente, rappresenta il senso profondo della verità in prospettiva cristiana: la verità è crocifissa, e l’antica martire Agata ne custodisce il segno.
Sorprendono – e un po’ inquietano – le parole di Gesù che insistono sulla gloria, dopo che Giuda è uscito dal cenacolo nella notte: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato». Egli sta per essere catturato, maltrattato, condannato a morte, eppure il suo sguardo va oltre, è avanti: nulla può fermare il suo amore senza limiti. Il perdono per chi lo tradisce, per chi lo sta per rinnegare, per coloro che lo abbandoneranno e persino per chi lo vorrà crocifisso, è già dentro il suo cuore. Ha una sola certezza: il Padre, «Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito».
Come si può pensare alla gloria di fronte all’abisso della solitudine, della morte imminente? Qui sta il segreto di Gesù: l’amore non è mai sprecato, nulla va perduto di ciò che si è speso gratuitamente. Questo significa non fermarsi dinanzi all’umana delusione dell’incomprensione e del rifiuto. Chi vuol bene davvero non si pente mai. Gloria vuol dire pienezza di vita, relazioni che, seppur interrotte, non si spezzano, perché le tiene in vita chi non ritrae il dono fatto, e offre ancora possibilità di ricominciare. È lo sguardo del Signore, che si allunga al di là delle sconfitte, per ridonare speranza a chi si smarrisce.
Il centro del brano evangelico di oggi è nelle parole decisive che Gesù rivolge ai suoi discepoli di ogni tempo: «Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri». Non parla di un amore qualsiasi, ma del suo. Il “come” fa la differenza, e si riferisce al passato, a ciò che i suoi amici potranno ricordare di Lui, una volta che Egli se ne sarà andato.
Si tratta dunque di guardare al modo con cui Gesù è stato con gli altri: non scegliere tra i buoni e i cattivi, avvicinare i più deboli per risollevarli nel corpo e nell’animo, mostrare a ciascuno che è amato senza condizioni, perdonare chi ti fa del male, non giudicare dalle apparenze, cercare il bene anche nei più cocciuti, lottare contro le ingiustizie, accogliere gli scartati e annunciare a tutti che c’è speranza e salvezza.
L’amore con cui Gesù ha amato, ama e amerà è sempre concreto, non è un sentimento vago, che si affida all’istinto di un momento, né decide chi lo merita o lo contraccambia. In questa assoluta gratuità sta la differenza. Potremmo persino dire che non ha un “perché”, ma solo un “come”. Se teniamo conto di questo, allora possiamo comprendere il senso della novità del suo comandamento – «Vi do un comandamento nuovo» –, che consiste nel non scegliere. È un amore universale, viene da Dio, non si pente, perdona e salva. Chi lo accoglie sarà reso capace di trasmetterlo, e sarà il segno distintivo dei discepoli del Signore: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri». Chiediamo a Gesù di farcene dono: senza la sua grazia, non sarebbe alla nostra portata.
Lo ripete due volte, Gesù, che nessuno potrà strappare dalle sue mani e da quelle del Padre le sue pecore, i suoi amici, l’umanità amata senza riserve, fino in fondo, per l’eternità. È la sua promessa e il suo desiderio. Queste affermazioni sono talmente decise e intense da suscitare in noi una certezza incrollabile: l’amore col quale Gesù ci tiene e ci trattiene con sé è più forte di qualunque cosa, del peccato e della morte.
Eppure siamo consapevoli della nostra fragilità, delle resistenze che ci trattengono dal fidarci e affidarci. Ma questo non impedisce al Signore di rivolgerci ancora la sua parola, la sua voce continua a risuonare nella Chiesa, per farsi spazio nei nostri cuori, e penetrare la coscienza anche di coloro che sembrano più lontani. Si tratta del suo fermo desiderio di custodirci. Ci abbraccia senza soffocarci. Ci sussurra al cuore senza invaderci. Guida senza forzare. Lenisce le ferite con tenerezza. Si fa presente senza dominare.
Cosa possiamo imparare dall’immagine del buon pastore? Prima di tutto, che Egli si è fatto Agnello, piccolo, ferito e insanguinato – come ci ha ripetuto la seconda lettura, dall’Apocalisse – e solo così vuol sedere sul trono del suo regno eterno di amore e di pace. Dalle sue piaghe siamo guariti. Non ci resta che affidarci all’amore crocifisso e glorioso del Signore Gesù, debole con i deboli, misericordioso con i peccatori, ma anche giusto con i prepotenti della storia.
A Lui affidiamo le nostre tristezze per questo mondo malato di egoismo, a Maria sua Madre consegniamo il dolore per le vittime della guerra, per tutti i bambini che oggi sono rimasti senza la mamma. Ringraziamo il Signore per la mamma che ci ha donato: rimarrà sempre il suo dono più grande, sia in cielo sia in terra.
«C’è un posto nel mondo dove il cuore batte forte, dove rimani senza fiato, per quanta emozione provi, dove il tempo si ferma e non hai più l’età; quel posto è tra le tue braccia in cui non invecchia il cuore, mentre la mente non smette mai di sognare… Da lì fuggir non potrò poiché la fantasia d’incanto risente il nostro calore e no… non permetterò mai ch’io possa rinunciar a chi d’amor mi sa far volar».
«Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”». Mentre Gesù chiede un amore grande, Pietro risponde intimorito: “ti voglio bene”. Due verbi diversi – agapào e filéin – che sembrano lontani, e invece stanno accanto – come i due che li pronunciano. Rispettano la domanda e la risposta, veri entrambi, autentici, rispettosi. Il Crocifisso Risuscitato dai morti mendica solo amore: non ha bisogno di sapere da Pietro se ha capito, se si è reso conto di ciò che è accaduto, se si è pentito del suo rinnegamento.
«Che cosa fa Gesù? Gesù restituisce fiducia a Pietro. Non semplicemente gli dà fiducia, ma gliela restituisce, perché Pietro l’ha persa certamente, l’ha persa anche in se stesso. Gesù gliela restituisce, e in maniera costruttiva, così da diventare un Vangelo per Pietro, una buona notizia per Pietro. Pietro abbattuto, triste, desideroso di ritornare a pescare, gradualmente si vede restituito nella fiducia e riportato alla stima di sé, alla capacità di essere di nuovo qualcuno. Come Gesù gli restituisce la fiducia? Non con un interrogatorio sui fatti, ma con un interrogatorio sull’amore. […] Lo interroga sulla realtà che in Pietro è più profonda e più vera, va a scavare nel fondo di quest’uomo e a cercare ciò che è in lui il meglio, ciò che sa che in Pietro non è mai venuto meno, malgrado tutto. Se lo interrogasse sulla costanza, sulla coerenza, sul dominio di sé, sulla prudenza, su tutte queste cose, Pietro forse direbbe: “Sì, ho mancato, non merito più fiducia, non sono più degno di essere chiamato tuo vicario, fai di me l’ultimo dei tuoi impiegati”. Invece Gesù lo interroga sull’amore e quasi quasi noi ci scandalizziamo, oppure ci stupiamo o meglio siamo così ciechi, che non ci stupiamo della stranezza di questa interrogazione […]. Gesù, invece, lo interroga sull’amore: “Sai amare?”. E, poiché Gesù sa quello che fa, vuol dire che questa è la domanda più importante, la domanda fondamentale, quella su cui si gioca non solo il destino dell’uomo, ma anche quello della Chiesa, quello della stessa organizzazione e vita della Chiesa» (Carlo Maria Martini).
Pietro risponde: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”, ma Gesù: «Non sa tutto. Questa è almeno una cosa che non vuol sapere da sé. Nella domanda strana, solenne e puerile a un tempo che mette a disagio Pietro e i suoi compagni, c’è tutto l’alfabeto di quei tre anni, il senso del suo viaggio, perdizione o salvezza. È risorto e ha indugiato altri quaranta giorni sulla terra per sentirsi rispondere, e rispondere “ti amo”, per salire con questa certezza nella gloria che altrimenti non sarebbe gloria» (Luigi Santucci).
La sera del primo giorno della settimana, Gesù attraversa le porte chiuse e si presenta ai suoi amici. Poi vi torna anche otto giorni dopo. Essi sono smarriti e impauriti, ma adesso gioiscono, increduli, stupiti, sconvolti. Non c’è stato tempo per elaborare il lutto. L’unico vuoto lasciato è quello del sepolcro. Gesù fa loro due regali: la pace nel cuore e lo Spirito. I peccati sono perdonati. Ci sarebbe stato da aspettarsi un rimprovero da parte del Signore, il senso di colpa per l’abbandono dei discepoli. Invece niente: solo la pace e la gioia. Questa è la novità di Pasqua: basta col passato, è l’ora di guardare avanti, non più a se stessi, oltre la paura, aldilà della morte.
Comincia così una nuova avventura: «Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Bisogna uscire dalla paralisi, partire e raccontare a tutti la breve e intensa storia d’amore vissuta insieme al Maestro. Non importa se si è capito tutto, se si è stati fedeli, se lo si è seguito fino in fondo. Adesso c’è la possibilità di rimediare: quanto non si è fatto prima tocca farlo d’ora in poi: diventare testimoni, con la forza dello Spirito.
Restano le proprie debolezze e fragilità, ciò che rende nuovi è il perdono, la grazia pasquale, la inattesa presenza misericordiosa del Crocifisso Risuscitato dai morti. Per questo oggi celebriamo la giornata della misericordia: Dio accoglie anche il rifiuto, lo perdona e salva dal peccato e dalla morte.
Nel nuovo orizzonte dischiuso dall’evento pasquale del Signore, c’è spazio anche per il dubbio, l’esitazione, la sfida. Tommaso ci rappresenta tutti, nel momento dell’incertezza, quando sopravviene la tentazione di toccare, di vedere, di essere certi. La fede pasquale genera un altro modo di stare con Gesù, che non viene dalla carne e da sangue, né dalla sola sensibilità umana, ma dalla sua grazia.
Da quel momento in poi, saranno «beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!», ovvero tutti noi che, a distanza di secoli, incontriamo il Risorto grazie alla testimonianza ininterrotta di coloro che ne hanno custodita e trasmessa la memoria viva. La Chiesa nasce dalle ferite aperte del Crocifisso, con l’acqua del battesimo e il sangue dell’eucaristia, e dal dono dello Spirito, effuso sulla croce e donato dal Risorto.
Ci sarà ancora modo di tendere la mano e metterla nel fianco del Signore: quando incontriamo i più vulnerabili, i feriti, gli scartati. Quella sarà l’ora di credere alla sua nuova presenza in mezzo a noi. Gesù ha promesso di rimanere tra i suoi amici in due modi: con l’eucaristia e con i poveri. Dubitare che Egli sia lì, in mezzo a noi, in questi modi, sarà la sfida permanente della fede. Non potremo credere ad una presenza senza l’altra, perché solo l’amore ci permetterà di riconoscerlo. E quello che avremo fatto ai nostri fratelli più fragili, lo avremo fatto a Lui.
Domenica della Divina Misericordia – Vangelo e omelia (24 aprile)
Con l’obiettivo di stimolare una riflessione a più voci sul tema della verità, venerdi 22 aprile alle ore 21 Marco Signori ci introdurrà al dialogo sul tema dal punto di vista della filosofia, nella stupenda cornice della cappella di Sant’Agata, che, simbolicamente, rappresenta il senso profondo della verità in prospettiva cristiana: la verità è crocifissa, e l’antica martire Agata ne custodisce il segno.