Seminari nella Cappella di Sant’Agata: “Che cosa è la verità”

Con l’obiettivo di stimolare una riflessione a più voci sul tema della verità, venerdì 23 settembre alle ore 21 Greta Biale ci introdurrà al dialogo sul tema “Che cosa è la verità nella chimica”, nella stupenda cornice della cappella di Sant’Agata, che, simbolicamente, rappresenta il senso profondo della verità in prospettiva cristiana: la verità è crocifissa, e l’antica martire Agata ne custodisce il segno.

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Fatevi degli amici

Come già abbiamo visto nelle domeniche precedenti, il vangelo di Luca ci pone di fronte ad alcuni racconti di non facile interpretazione. Oggi, tocca alla parabola dell’economo disonesto, che Gesù loda per la sua intelligenza nel trarre un vantaggio da una situazione critica. A prima vista, saremmo portati a giudicarlo come un imbroglione patentato, anzi, prima un incapace – «fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi» – poi uno scaltro opportunista: «So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua».
Una prima cosa che colpisce, nella decisione del padrone, è che non licenzia in tronco il suo amministratore, né lo manda in prigione, ma gli offre una via d’uscita: «Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare». In qualche modo, dunque, gli dà un’ultima opportunità, che egli coglie al volo, ragionando tra sé e sé. Non vede futuro nel trovare un lavoro manuale né nel mendicare, quindi s’ingegna per trovare una soluzione, che potrebbe essere eliminare dal debito la percentuale che gli sarebbe spettata, o magari anche di più.
Forse è proprio a questa prontezza nel valutare la situazione che occorre guardare, per capire la sorprendente conclusione di Gesù, che si mette nei panni del padrone ingannato una seconda volta: «Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza». Chi si trova in difficoltà non deve disperarsi: c’è sempre un modo per risollevarsi. Basta considerare ciò che avviene a chi cade in disgrazia, a coloro che prima stavano bene e poi si ritrovano senza nulla, ai quali non resta che sperare nell’accoglienza di qualcuno cui rivolgersi con furbizia.
Alla fine, diventa più precisa l’indicazione di Gesù: «fatevi degli amici con la ricchezza disonesta», con ciò che vi è affidato e in realtà non vi appartiene; ovvero, fate buon uso dei beni materiali, in vista di un bene superiore. I soldi non sono tutto, finiranno, dunque cosa resterà?
Per Gesù è chiaro il senso della situazione paradossale: restano gli amici che uno, nel momento della difficoltà, è stato capace di procurarsi. L’ultima frase, sull’impossibilità di servire due padroni, non è solo un monito, ma prima di tutto una constatazione. Ad un certo punto della vita, occorre scegliere se confidare in se stessi e nelle proprie ricchezze, o preferire il Signore e gli altri. Chi sta con le ricchezze avrà falsi amici, che poi perderà; a chi confida nel Signore, anche se perde tutto, potranno rimanere degli amici, alla cui porta bussare per essere accolti.

don Maurizio

Una pecora, una moneta, due figli

Oggi, con le tre parabole dell’evangelista Luca, Gesù ci introduce nel cuore di Dio, felice di ritrovare tutto ciò che sembrava perduto. Una pecora, una moneta, due figli sono le cose e le persone più care, tutto ciò che abbiamo, anzi, ciò che il Signore ci ha donato, e di cui ci crediamo proprietari. Mentre noi fatichiamo a custodirle, e tuttavia ci sfuggono, Lui invece accetta di lasciarle andare. S’intrecciano, in modo potente e drammatico, la nostra pretesa di possedere e il modo del Signore di donare e accogliere.

La questione più complicata, per il nostro modo di considerare la giustizia nelle relazioni, sta nell’eccesso di felicità e di bontà del padre che accoglie il figlio sbandato, smanioso di libertà e poi ridotto a barbone, che si presenta a casa umiliato e perdente, oltre che perduto. Con questo racconto, Gesù risponde direttamente a «i farisei e gli scribi che mormoravano dicendo: “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro”».

La parabola dei due figli smaschera l’indignazione di coloro che si credono dalla parte giusta, e disprezzano i pubblicani e i peccatori che si avvicinano a Gesù per ascoltarlo. Sono loro il secondo figlio che resiste alla gioia del fratello «morto e tornato in vita, perduto e ritrovato». Per il padre esiste una giustizia degli affetti che fatichiamo ad accettare, specialmente quando pensiamo che non ci sia posto per due. Torna fuori l’antica tensione tra Abele e Caino: la morte dell’uno sembra dar vita all’altro. È il conflitto originario dal quale non siamo mai liberi, e lo vediamo anche oggi, nel dramma di uno stesso popolo che si distrugge.

Gesù racconta in maniera diversa la ricerca affannata della pecora e della moneta smarrite – questi siamo noi – e l’attesa fiduciosa del padre dei due figli, seppur in modo differente entrambi perduti – questo è Dio. L’unità di tale esposizione è evidente: ritrovare ciò che era perduto suscita una gioia legittima. Anzi, a ben vedere, Gesù racconta la propria molteplice capacità di stare con noi: da una parte, Egli ci raggiunge là dove siamo e, dall’altra, noi possiamo raggiungerlo dove Lui si trova. Non siamo mai così lontani o perduti da non poter essere ritrovati.

Il problema sta nella concentrazione che abbiamo su noi stessi, quando misuriamo il dare e il ricevere, e l’altro, il peggiore, non merita mai quanto meritiamo noi. Lo sguardo di Dio, invece, va sempre oltre, tiene insieme, accoglie e perdona non solo lo smarrimento, ma anche la rigidità. Per questa ragione, la parabola dei due figli rimane aperta: non sappiamo se alla fine il figlio maggiore avrà ceduto alla supplica del padre. Ciò significa che c’è sempre speranza, anche per i più resistenti, vittime di se stessi, ma sempre accolti come figli, forse ancor più bisognosi di tenerezza e di perdono. Ad essi, infatti, manca ancora la scoperta della gioia.

don Maurizio

Amico, vieni

Essere invitati ad una festa, ad un pranzo o a una cena è sempre un onore, fa piacere a tutti. Ci si prepara con cura, si cerca di essere adeguati all’occasione, l’attesa dell’evento è carica di aspettative, soprattutto quando chi ci ha invitato tiene alla nostra presenza; magari si porta anche un dono all’ospite.

I vangeli raccontano varie occasioni in cui Gesù siede a mensa. Si comincia con le nozze di Cana, insieme a Maria e ad alcuni amici; poi a casa di Zaccheo, da Simone il fariseo e in altre occasioni. Gli viene rimproverato di essere amico dei pubblicani e dei peccatori, persino un mangione e un beone, a differenza dell’ascetico Giovanni Battista. Quando si tratta di rappresentare il regno di Dio, annunciato con tanta passione, Gesù impiega l’immagine del banchetto, al quale molti tra gli invitati della prima lista trovano scuse per sottrarsi, e vengono sostituiti da poveracci raccolti per strada.

Oggi, il brano evangelico racconta uno di questi episodi. A casa di un capo dei farisei, Gesù coglie l’occasione per parlare di umiltà – «chiunque si esalta sarà umiliato, e chi si umilia sarà esaltato» –, perché vede l’ansia dei commensali nel raggiungere i primi posti. Una cosa simile avveniva anche tra i suoi discepoli, magari in discussioni sottovoce: chi è il più importante, chi conta di più?

Il discorso riguarda tutti. Da una parte, ci sono gli ospiti ospitati, smaniosi di mettersi in evidenza, preoccupati di primeggiare, con la paura di non essere visti, apprezzati, riconosciuti – come succede in certi matrimoni, dove le invitate sfoggiano più della sposa. Dall’altra, gli ospiti ospitanti, che mettono nella lista amici, parenti e i personaggi più in vista nel contesto sociale, invece di invitare «poveri, storpi, zoppi, ciechi», che non possono contraccambiare.

Gesù sposta l’attenzione di tutti più avanti, verso «la risurrezione dei giusti», quando il Signore dirà a coloro che in questa vita non hanno contato nulla: «Amico, vieni più avanti!». Saremo anche noi tra questi nella misura in cui avremo cominciato a fare spazio a coloro che stanno ai margini, sono scartati, e nessuno ha voglia di sedervi vicino, non dico per mangiare, ma neppure per sentirne l’odore. Per fortuna, non esistono posti prenotati nel regno di Dio: va avanti chi arriva per ultimo.

Non dimentichiamo che Gesù, tra le molte cene fatte in compagnia di gente varia, alla sua ultima non ebbe timore di sedere accanto a chi lo avrebbe tradito, baciato dal quale, poco dopo, disse: «Amico».

Pensando a Giuda, pensiamo anche a noi, ma ci consolano le parole di don Primo Mazzolari, il giovedì santo del 1958, quando concludeva la sua omelia dicendo: «Anche quando noi ci rivolteremo tutti i momenti contro di Lui […] ricordatevi che per Lui noi saremo sempre gli amici».

don Maurizio

«Vi sono ultimi che saranno primi»

Anche quella di oggi è una pagina del vangelo difficile da spiegare, se non nel quadro dell’insegnamento complessivo di Gesù. Alla domanda di un tale su quanti saranno i salvati, il Maestro risponde: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta». L’immagine è quella di una casa con una porta, che ad un certo punto viene chiusa. Fino ad allora è stata aperta a tutti, ma viene un momento in cui alcuni rimarranno fuori. La scena è inquietante: siamo messi di fronte all’ultima possibilità di accesso: o dentro o fuori.

Non siamo abituati a pensare a questa eventualità, perché crediamo di avere sempre tempo e nuove possibilità, di fronte alle situazioni umane, anche alle più complicate. In effetti è così, ma il Signore della storia ad un certo punto, come ha dato inizio così compirà il suo piano di amore e di salvezza. Che ne sarà allora di coloro che gli ripeteranno: «Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze»?

La risposta del Signore appare come impietosa: «Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!». Dio non riconosce coloro che sono stati ingiusti, non tanto verso di Lui, ma verso i fratelli, ai quali la giustizia è dovuta come primo gradino della carità.

Il criterio ultimo col quale saremo giudicati è chiaro per Gesù: ero affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere, e «ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me». La domanda dunque ci riguarda tutti, nel tempo della vita che ci è donato: ci siamo fatti prossimo a questi ultimi e scartati? Le opere che noi chiamiamo di “misericordia”, in realtà sono anzitutto opere di “giustizia”, e ad esse siamo tenuti tutti, senza distinzione di religione, perciò la chiamata alla salvezza è universale.

In definitiva, la porta stretta sono i fratelli più deboli nei quali Gesù si nasconde al punto che potremmo non riconoscerlo. Solo quando ci saremo fatti piccoli, pronti a servirli come nostri signori, avremo accesso alla gioia del Signore, che non avrà fine. Il tempo che abbiamo è dono prezioso da non sprecare; i talenti che abbiamo non vanno sotterrati per paura del rendiconto. Non c’è da temere il giudizio finale: sarà sull’amore accolto e donato, e questo è possibile, anzi necessario, per tutti.

La conclusione della parola di Gesù – «vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi» – non è una minaccia, ma un invito a rovesciare fin da adesso l’ordine delle relazioni, e questo è il compito da assolvere che ci è affidato. Alla fine lo riconosceremo come un dono, perché quel che non abbiamo fatto noi, lo compirà il Signore, nella sua giusta misericordia. 

don Maurizio

L’anima mia esalta la grandezza del Signore

Il vangelo della festa dell’Assunta ci presenta il canto del Magnificat. Sulle labbra della Vergine esplode l’esultanza, una volta resasi conto dell’avventura straordinaria in cui si è lasciata condurre. Maria non canta da sola, ma insieme al suo popolo, come serva del Signore e figlia di Sion: le parole antiche disseminate nella sacra Scrittura adesso trovano compimento, perciò sono le sue e debbono diventare le nostre.

Come un’innamorata, Maria cerca appellativi con cui chiamare il suo amato: Signore, Dio, Salvatore, Onnipotente, Santo. La parola più strana e difficile da tradurre è megalýnei (magnifica, fa grande, esalta la grandezza), con cui ella esprime la sua profonda, interiore, personale esperienza delle cose grandi che Dio ha compiuto nella sua piccolezza. Tutto è dono immeritato: lei lo sa, e lo annuncia a tutti. Misericordia è la parola che risuona nella seconda parte del canto, che raccoglie due linee del pensiero ebraico antico: la compassione (rahamim) e la fedeltà (hesed) di Dio, per le quali egli si commuove nel profondo delle sue viscere materne e si stringe con amore al suo popolo.

Insieme alla permanente opera di tenerezza, pietà, compassione, clemenza e bontà del Signore, Maria riconosce gli effetti che toccano ai superbi, ai potenti e ai ricchi quando umiliano, sottomettono e disprezzano i deboli: la dispersione, il rovesciamento, lo svuotamento. Più che punizione divina è infelice destino umano che tocca a chi esclude, emargina, scarta. Cioè a coloro che non accolgono la misericordia, che è per tutti, e quindi non riescono ad averla verso gli altri. Maria ha visto capitare questo, e ha speranza e fiducia che l’ingiustizia non trionferà: questa è la promessa di Dio al suo popolo e a noi tutti.

Che cosa impariamo da Maria? Su quale strada ci accompagna e ci protegge? Di certo sappiamo che Maria parla col suo silenzio amoroso; testimonia che la vera grandezza è l’umiltà; ci dice che si possono sostenere situazioni difficili; che i poveri e i più fragili non sono soli; che solitudine e compagnia possono convivere; che l’amore è prendersi cura di qualcuno e lasciare che qualcuno si prenda cura di noi; che si può trovare il proprio posto nella Chiesa senza essere in primo piano; che si può prendere parte attiva alla salvezza degli altri lasciando a Gesù di essere l’unico Salvatore; che in compagnia degli apostoli siamo sempre in attesa di una nuova pentecoste.

Continuiamo a contemplare il cuore innamorato della «donna forte del “sì”, che sostiene e accompagna, protegge e abbraccia» (Christus vivit 45), con le parole di Alda Merini:

«Tu sei bella, pellegrina di fede, nessuno è
mai riuscito a rappresentarti perché sei un
sospiro, e anche se Dio ha voluto vestirti di panni
di materia, lo Spirito ha guidato talmente in
alto il tuo cuore da rapirti perennemente in
estasi.

Sei la povertà e la ricchezza, il sogno e la
contraddizione, la volontà di Dio e la volontà
dell’uomo, che tu educhi alla contemplazione.
Il dolore è la tua casa, è la casa del mondo,
eppure tu sei la regina degli angeli, la regina
nostra, la regina di tutti i tempi».

don Maurizio