Seminari nella Cappella di Sant’Agata: “Che cosa è la verità”

Con l’obiettivo di stimolare una riflessione a più voci sul tema della verità, venerdì 28 ottobre alle ore 21 Francesco Morosi ci introdurrà al dialogo sul tema “Che cosa è la verità nella letteratura”, nella stupenda cornice della cappella di Sant’Agata, situata alle spalle della chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno.

Anche a questo quarto incontro sarà possibile partecipare in presenza o online. Chi lo desiderasse potrà collegarsi cliccando sul seguente link: https://meet.google.com/iwa-apzh-set

Come pregare

La scena che il vangelo di Luca ci presenta è una chiara indicazione per la nostra preghiera. L’alternativa non è tanto determinata dal tipo di persona cui potremmo assomigliare – il fariseo o il pubblicano – ma dal modo di porsi dinanzi a Dio e agli altri. Se ci fermassimo ai ruoli non vedremmo spiragli di speranza per il primo, e finiremmo per condannarlo, pensando di stare dalla parte del secondo. Invece, Gesù ci invita a riflettere sulla forma e il contenuto della nostra preghiera, perché a volte facciamo come il fariseo e altre come il pubblicano: anche noi ringraziamo, anche noi chiediamo perdono.

Ringraziare per il bene fatto, quando abbiamo osservato le regole religiose, comporta il rischio di credersi a posto con Dio, come se la vera differenza rispetto agli altri stesse tutta qui, ovvero tra chi osserva e chi trasgredisce. Rendere grazie al Signore significa piuttosto riconoscere che il bene viene da Lui e non da noi. In caso contrario, invece di sentirsi parte di un’umanità graziata e bisognosa di grazia, l’effetto è quello di credersi migliori degli altri, fino al punto di disprezzarli.

D’altra parte, colui che se ne sta in disparte, e chiede perdono, trova la via più diretta: non parte dall’io pieno di sé, ma dal tu misericordioso cui si affida senza alcuna pretesa di giustificarsi. Ciò che conta, dunque, è mettersi dalla parte dell’umanità fragile, ferita, non autosufficiente. Questo è ciò che permette di tornare a casa col cuore sollevato.

La preghiera è un test di verità: può rafforzare ingannevolmente un io confuso che cerca di affermarsi, o smascherare una rappresentazione presuntuosa di sé di fronte all’amore che perdona. Gesù non giudica il fariseo perché ha osservato la legge, né applaude il pubblicano pentito: si limita a dichiararne le conseguenze: «chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

Dunque, siamo messi di fronte agli effetti del nostro modo di pregare. La vita può cambiare, quando ringraziamo il Signore riconoscendo che il bene viene da Lui, e impariamo a non giudicare gli altri. Se abbiamo ricevuto il dono di riconoscerci poveri peccatori, sarà più facile lasciarci risollevare dalla sua misericordia, e diventare così più clementi. La questione alla fine si risolve sul peso che assume l’io o quello che riceve il tu. La preghiera autentica smaschera e libera solo quando riusciamo a mettere da parte noi stessi, non gli altri. Presentarsi a Dio per essere approvati è come stare di fronte ad uno specchio muto, ove appaiono deformati i volti degli altri anziché il proprio. Se invece siamo pronti ad inginocchiarci e a chinare il capo sulla polvere, avremo la gioia di sentirci rialzare da quella mano che non si stanca mai di accogliere e di perdonare.

don Maurizio

Pregare sempre, senza scoraggiarsi

Gesù racconta una parabola sulla preghiera, per dire come il Signore non tarderà ad intervenire a favore di chi lo invoca senza scoraggiarsi. La scena rappresenta la figura di un giudice disonesto, che alla fine si risolve positivamente grazie all’insistenza di una povera vedova – segno della dipendenza e della fragilità sociale. Niente a che a fare con la disposizione di Dio verso di noi, ma con una situazione tutta umana, apparentemente disperata, come spesso accade tra chi è potente e chi non conta nulla. In effetti, può capitare che una buona azione possa derivare da una cattiva intenzione: a volte, qualcuno è costretto a fare giustizia senza crederci davvero. A questo primo livello, il racconto diventa un incentivo a lottare per la giustizia, con tutte le proprie forze, senza violenza, specialmente da parte di chi è solo e senza protezione, come avviene anche oggi per molte donne offese, abbandonate e violentate.

Ma l’esempio vale soprattutto a segnare la differenza: non avviene così tra il Signore e noi, quando ci rivolgiamo a Lui con fiducia. Accade però che scambiamo l’essere ascoltati con l’essere esauditi, e questo potrebbe scoraggiare, perché non vediamo l’effetto della preghiera, come se il Signore fosse disinteressato. Dunque, non si tratta di strappargli grazie a forza di insistere, quanto di affidarsi ai suoi tempi, che non sono i nostri.

La certezza del suo amore viene spesso messa alla prova, specialmente quando domandiamo cose di cui abbiamo urgenza, come la guarigione dalla malattia, la pace tra familiari, la giustizia, il pane, il lavoro e ogni altro bene di cui siamo privati. Qui emerge un punto nodale del rapporto tra il credente e il Signore, che ci assicura: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto» (Mt 7,7). E allora perché tarda ad arrivare ciò che chiediamo?

Lo sguardo di Gesù ci invita a rovesciare la prospettiva: se Dio non esaudisce le nostre richieste, tuttavia mantiene le sue promesse. «Lui che non ha risparmiato il proprio Figlio ma lo ha consegnato per tutti noi, come non ci farà dono con lui di ogni cosa?» (Rm 8,32). Mentre noi aspettiamo dal Signore cose buone, Egli invece ci dona il suo Figlio. Pare che tra la domanda e l’offerta non ci sia corrispondenza. A noi sembra non esaudita la richiesta, eppure il suo dono la supera: la presenza di Gesù accanto a noi è sorgente di ogni bene, anche maggiore di ciò che chiediamo. La prospettiva di fede trasforma la preghiera nella disposizione ad accogliere quanto il Signore ci ha promesso e già offerto: il suo amore, a noi sconosciuto. Non sarà l’insistenza affannosa ad ottenere, come se fosse chiusa la porta del cuore di Dio; è piuttosto quella del nostro a spalancarsi per ricevere quel bene che fatichiamo a riconoscere. La questione, in definitiva, è quella della fede di chi non misura Dio col metro umano – del potente distratto dal quale invocare benefici – ma del padre buono che si prende cura di tutti i suoi figli con amore provvidente, con i suoi tempi e le sue modalità, da attendere con pazienza, senza scoraggiarsi; al quale domandare lo Spirito santo, per imparare a pregare, perché neppure sappiamo cosa ci conviene domandare (cf. Rm 8,26).

don Maurizio

Era un Samaritano

L’esperienza della guarigione di dieci lebbrosi, che il vangelo di Luca ci racconta, comincia in un modo e finisce in un altro. Tutti si presentano a Gesù con fiducia, confidano che Egli possa guarirli, e lo gridano a gran voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Non c’è contatto, restano a distanza, ma basta la parola del Maestro a dar seguito alla loro richiesta. Sono inviati ai sacerdoti, che avrebbero dovuto dichiarali puri, per essere reintegrati nella comunità dalla quale erano esclusi. Il potere religioso, che li certificava come lontani da Dio, e perciò lontani dagli uomini, poteva riammetterli. Lebbra vuol dire in certo senso peccato, malattia significa punizione.

Il modo col quale Gesù supera questa visione impropria è delicato, non polemico: si limita a chiedere ai lebbrosi una fiducia più grande – «Andate a presentarvi ai sacerdoti» – mentre sono ancora ammalati. Tutti e dieci obbediscono, e si ritrovano purificati lungo la strada. Il racconto potrebbe finire qui, ma c’è la svolta. Uno di loro “si vede guarito” – e lo sono anche gli altri –, ma su di lui lo sguardo di Gesù ha gettato una nuova luce: prende coscienza del dono ricevuto e sente il bisogno di tornare indietro a ringraziare, con un gesto del tutto spontaneo, che fa pensare a come agli altri non sia venuto in mente.

«Era un Samaritano», scrive l’evangelista, mettendo l’accento sulla sua condizione di emarginato due volte: perché separato dal popolo eletto d’Israele e perché lebbroso; magari costretto dalla malattia a stare con altri non del suo gruppo etnico, quindi disprezzato anche da loro. Una volta vistosi guarito, forse avrà avuto anche un motivo in più per non andare dai sacerdoti. Sa bene di essere solo, ma la sua doppia marginalità ha trovato accoglienza: non solo adesso è guarito, purificato, ma anche salvato – così gli dice Gesù: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Non c’è bisogno che diventi un discepolo, può tornarsene a casa sua, non nel gruppo. La sua strada è un’altra, quella di chi ha avuto il coraggio di esporsi, di avvicinare il Maestro senza temere il rifiuto. Il samaritano salvato rappresenta il cammino compiuto che va dalla fede alla riconoscenza; una strada offerta a tutti e non solo alle pecore perdute d’Israele. Egli loda Dio, il Padre, e si prostra ai piedi di Gesù, che è il Figlio.

Interiorizzare il dono ricevuto, rafforzare la fiducia iniziale e approfondire la propria fede è l’itinerario della completa conversione. Se ciò vale per l’ultimo di tutti, significa che è possibile anche per ciascuno di noi, pronti come siamo a chiedere, ma non altrettanto sempre disposti a dire grazie. Lo stesso sguardo accogliente e amoroso del Signore è rivolto anche a noi, ma noi dove siamo?

don Maurizio

Siamo dei semplici servi

La conclusione del brano del vangelo di oggi sembra smorzare l’entusiasmo di chi si impegna nel servizio verso il Signore e nei confronti degli altri – nella corrente traduzione: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare» –, come se non meritassimo alcun riconoscimento per il bene fatto.

Per capire meglio il senso che Gesù intende dare a questa indicazione, conviene riprendere l’inizio del brano, quando «gli apostoli dissero al Signore: “Accresci in noi la fede!”». Si tratta, infatti, del rapporto tra fede e servizio. Come credenti abbiamo bisogno di imparare sempre qualcosa: chi si affida rischia, si espone all’imponderabile, perciò si apre alla meraviglia. L’esempio paradossale che Gesù impiega va in questo senso: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe».

Affidarsi al Signore spinge verso gli altri con autenticità, senza calcolo, con gratuità. Tuttavia, può accadere di separare la fede dal servizio, dalla carità, e allora si resta nell’autoreferenzialità: me la vedo con Dio, nella mia coscienza, con le mie pratiche religiose, mi metto a posto con Lui. Viceversa, può succedere di dedicarsi al servizio, con sincero spirito di generosità, ma senza uno sguardo interiore, rivolto verso l’alto, diretto solo in orizzontale.

La relazione che Gesù intende stabilire tra la fede, che sposta le montagne, e il servizio disinteressato, che ha già in se stesso la propria ricompensa, ci stimola a unire senza confondere e a distinguere senza separare l’amore verso il Signore, che viene dalla fede in Lui, e il dono di sé agli altri, senza aspettative. In definitiva, il legame tra la fede e il servizio sta nella spinta ad uscire da se stessi, con umiltà e sincerità, lasciandosi attrarre dal dono di Dio, che si traduce nel compito della carità, per diventare dei semplici servi, mai pentiti del bene fatto, specialmente quando non è accolto o ricambiato.

don Maurizio

Nuovo calendario Messe

Per gentile ospitalità del Parroco del Carmine,
celebrerò la Santa Messa nella chiesa di San Sepolcro
nelle seguenti domeniche alle ore 11.30:

Domenica 9 ottobre  – ore 11.30
Domenica 16 ottobre – ore 11.30
Domenica 23 ottobre – ore 11.30         pranzo con i poveri
Domenica 30 ottobre – ore 11.30
Tutti i Santi – martedì 1 novembre – ore 11.30
Domenica 6 novembre – ore 11.30
Domenica 13 novembre – ore 11.30
Domenica 20 novembre – ore 11.30         pranzo con i poveri
Domenica 27 novembre – ore 11.30
Domenica 4 dicembre – non c’è la Messa delle 11.30
Immacolata Concezione – giovedì 8 dicembre – ore 11.30
Domenica 11 dicembre – ore 11.30
Domenica 18 dicembre – ore 11.30  pranzo di Natale con i poveri
Santo Natale – Domenica 25 dicembre – ore 11.30

* La Santa Messa delle 11.30 non è parrocchiale

Don Maurizio Gronchi