Il brano evangelico odierno ci pone dinanzi una questione rilevante, che riguarda i rapporti di Gesù con il potere civile e quello religioso, quindi anche il nostro rapporto con le autorità e con Dio. Qui si tratta delle tasse riscosse dall’invasore della Palestina. Il tributo pro capite era di un denaro romano. Tutti gli ebrei dovevano pagarlo all’erario come segno di sudditanza all’impero. Per la mentalità giudaica, che associava libertà politica e religiosa, esso aveva un risvolto religioso, e per alcuni, come gli zeloti, era un vero attentato alla sovranità di Dio. Il denaro corrente a quel tempo recava da una parte l’iscrizione: “Tiberio Cesare, figlio del divino Augusto”, e dall’altra: “Pontefice Massimo”.
Dunque, il fatto che a Gesù venga chiesto conto della propria posizione rispetto al tributo è una evidente provocazione: da che parte stai? Sei con il governo degli oppressori, o di coloro che aspirano alla liberazione? Sei un collaborazionista dei romani o lotti contro l’invasore?
La risposta di Gesù – un vero capolavoro diplomatico – va oltre l’alternativa. Né con i romani, ne con i rivoluzionari. Che cosa dobbiamo a Cesare? Solo quello che gli pretende: una moneta. Vuol essere considerato il Pontefice Massimo, figlio del divino Augusto? Bene, lasciateglielo credere. Fine dalla questione. Non mi riguarda.
Ciò che però spiazza i discepoli dei farisei e gli erodiani è la conclusione: «Rendete dunque a Dio quello che è di Dio». A prima vista sembra una risposta nella direzione della separazione tra potere civile e potere religioso. A Cesare il denaro, a Dio il culto. In verità, Gesù va ben oltre. Distinguere non vuol dire separare. Il Dio cui egli si riferisce non è quello della legge mosaica, ma il Padre suo. Quando infatti si tratterà di un altro tributo, dovuto al tempio, Gesù farà la stessa cosa (Mt 17,24-27). Pietro pescherà un pesce con in bocca una moneta d’argento, e pagherà la tassa al tempio per entrambi. Fine di un’altra questione. Neppure questa interessa.
Quando qualcuno si considera signore della terra (l’imperatore romano) o signore del cielo (del tempio), e vuole essere pagato, a Gesù interessa poco: prenda ciò che chiede, e siamo pari. Ma la questione vera è un’altra: chi è il Dio a cui restituire? E restituirgli cosa, che non sia già suo, se è il Signore del cielo e dalla terra?
Sullo sfondo c’è tutto l’insegnamento e il comportamento di Gesù. È lui il Figlio amato, che il Padre ha donato al mondo, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita in abbondanza. Quando si cerca di sapere cosa vuole il Signore da noi – la sua volontà – è meglio cambiare prospettiva. Siamo noi che quando chiediamo vogliamo avere. Dio, quando chiede, vuole donare. E ciò che ci ha donato è il suo Figlio. A noi tocca accoglierlo. Questa è la risposta alla sua divina volontà.
Don Maurizio
