Anche nel brano di oggi troviamo Gesù messo alla prova da un dottore della legge. Non solo è interrogato maliziosamente sul rapporto con le autorità politiche (il tributo a Cesare) e con le autorità religiose (il tributo al tempio), ma anche con la stessa autorità della legge di Mosè, ovvero con l’autorità del Dio d’Israele.
Gesù non si scompone, è abituato ai tranelli. Prende due testi della stessa legge – Dt 6,5 e Lv 19,18 – e risponde: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”».
C’è un comandamento che precede tutti gli altri – 613 tra precetti e divieti – e va ben oltre i dieci comandamenti, dove peraltro non compare la parola amore. Varrebbe a poco osservare tutte le regole senza l’amore. Lo aveva ben compreso anche san Paolo, nell’inno alla carità.
Probabilmente veniva dato per scontato, come capita anche a noi cristiani di oggi, formati come siamo a pensare di essere graditi al Signore quando mettiamo in pratica alcune prescrizioni religiose. In realtà, c’è sempre il rischio di guardare a noi stessi, per sentirci a posto. Questa è la tentazione dell’osservanza formale e rituale.
Per la verità, Gesù non sta contrapponendo il grande comandamento dell’amore verso Dio e verso gli altri a tutto il resto. Anzi, ne rivela il fondamento: se non rivolgiamo il nostro cuore e tutte le nostre forze al di là di noi, verso il Signore e verso i fratelli, le regole diventano vuote, illusorie, autoreferenziali.
Amerai: questa è l’indicazione rivolta al futuro, a guardare davanti a se stessi, a Gesù che ci viene incontro nell’eucaristia, con la sua parola, e nei fratelli, specialmente più poveri. Non sono io a fare il primo passo, ma è il Signore che mi viene incontro, mi dona il cibo che sfama, e mi chiede di essere sfamato in coloro che non hanno nulla.
Amare, dunque, significa anzitutto rispondere ad una chiamata, all’amore che ci è offerto e, al tempo stesso, richiesto. Vuol dire attenzione, sensibilità, affezione. Non tanto un sentimento che si rivolge a parenti ed amici, a chi ci è più simpatico e congeniale, ma carità verso chi non ci piace, a chi sembra non meritarlo. Perché l’amore non si merita: tutti ne hanno diritto.
Oggi, Gesù ci invita a spostare lo sguardo da noi stessi, dal nostro impegno di perfezione alla imperfezione degli altri. L’amore conosce il limite, aspira al suo superamento, e vi riesce solo con la costanza e la pazienza, che sono doni dello Spirito. Non viene da noi l’amore, ma a noi è richiesto di accoglierlo e di restituirlo.
Don Maurizio
