Una parabola strana quella di oggi, ma estremamente realistica. Per comprendere la portata di questo testo, occorre collocarlo nel suo ambiente originario. Gesù si trova a Gerusalemme, nei giorni che precedono la Passione, proprio all’interno del Tempio. I suoi interlocutori sono i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo: la classe dirigente religiosa, i custodi della legge, coloro che incarnano la correttezza ortodossa e l’istituzione; la vigna è il popolo che si considera eletto.
La domanda iniziale di Gesù – «Che ve ne pare?» – è un invito a esprimere un giudizio morale. Rispondendo che il primo figlio ha compiuto la volontà del padre, i capi dei sacerdoti rivelano la frattura tra la loro coerenza teorica e la loro chiusura spirituale. Non si accorgono che gli ultimi sono diventati i primi: i pubblicani e le prostitute.
Il primo figlio, che dice no e poi sì, rappresenta la resistenza iniziale, la fragilità, l’imperfezione della risposta umana. Il suo “non ne ho voglia” è schietto, forse impudente. Tuttavia, la sua storia non si chiude sull’impulso momentaneo: subentra il pentimento (metamelētheis, un ripensamento interiore che converte l’agire). È l’immagine dei pubblicani e delle prostitute: coloro che vivevano palesemente fuori dall’alleanza, segnati dal peccato pubblico, ma che davanti alla predicazione di Giovanni Battista e di Gesù si sono lasciati trasformare il cuore e la vita.
Il secondo figlio, che dice sì e poi no, rappresenta la devozione formale. Il suo è un sì deferente, accompagnato dal titolo “signore”. Tuttavia, la sua adesione è solo verbale; la sua volontà non si muove verso la vigna. È l’immagine della religiosità di facciata: la fede ridotta ad appartenenza anagrafica o a rispetto esteriore dei precetti, svuotata dell’obbedienza reale alla volontà del Padre.
Il cuore del messaggio risiede nella frase scandalosa di Gesù: «I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». Dio non giudica l’uomo sulla base del suo passato, ma sulla sua disponibilità a lasciarsi cambiare nel presente. Il grande ostacolo dei capi dei sacerdoti è la presunzione di essere già nella ragione, che ha reso impossibile il pentimento.
Nel linguaggio della vita cristiana di oggi, il secondo figlio rappresenta il rischio di essere praticanti non credenti: persone che pronunciano tutti i sì della liturgia e dell’appartenenza sociologica, ma i cui piedi non camminano verso la vigna del servizio, della giustizia e dell’amore per il prossimo.
Il Vangelo ci ricorda che Dio predilige i percorsi incompleti e feriti, ma capaci di mettersi in discussione, rispetto alle perfezioni statiche che rifiutano il cambiamento. La Chiesa è chiamata a essere il luogo dove i primi figli – chi ha detto no, chi si è smarrito – possano sempre trovare la strada del ritorno.
Don Maurizio
