Celebrare la solennità della santissima Trinità significa ricordare che tutto, nella liturgia cristiana, ha inizio e compimento nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo. Non è affatto scontato tenere presente che Dio è Uno in tre Persone: ha il volto del Figlio, lo sguardo del Padre e l’abbraccio dello Spirito. Tre modi diversi di essere rivolto verso di noi, dell’unico amore che crea, salva, santifica.
Purtroppo persiste ancora in molte persone l’idea che Dio sia assolutamente invisibile, nascosto nel suo cielo impenetrabile, dal qual attendiamo segni soprannaturali. Invece, il Signore si è fatto vedere, è venuto ad abitare tra noi, in questo nostro mondo ferito e lacerato da sofferenze che non vengono certo da lui, ma soprattutto da noi.
Quante volte alziamo gli occhi al cielo, nella speranza che qualcuno ci ascolti: sembra non arrivare mai risposta alle attese, e i desideri rimangono inascoltati. La risposta del Signore, invece, è arrivata, ma facciamo fatica a riconoscerla: egli è qui, nell’eucaristia, tutti i giorni fino alla fine del tempo, e nei poveri, che avremo sempre con noi.
Lo sguardo del Padre ha dato inizio al mondo, uscito dalle sue due mani – il Figlio e lo Spirito, insegnava sant’Ireneo – e attende di portarla a compimento con le nostre fragili mani. La debolezza umana non è un ostacolo per il Signore, ma il vaso di creta in cui ha posto il suo tesoro. Lui ci ha fatti così perché non prendessimo il suo posto, anzi, il suo Figlio Gesù ha condiviso le nostre pene, per risollevarci mediante lo Spirito. Non tocca a noi superare l’umano, potenziarlo al punto di salvarci da soli: questa è una grande tentazione, che scarta i più deboli.
Papa Leone, nella sua prima enciclica Magnifica humanitas, ci ricorda una verità fondamentale: «se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni. […] Per questo è necessario distinguere con chiarezza: una cosa è integrare le tecnologie in una visione umana e relazionale, un’altra è lasciarsi guidare da un immaginario che svaluta il limite e promette una “salvezza” puramente tecnica» (n. 117).
La bellezza dell’umanità risplende anche nelle ferite, che abbiamo il dovere di curare e non di acuire. Quelle stesse ferite che Cristo risorto conserva e mostra ai suoi discepoli, perché ancora presenti in troppe persone non più umane. «Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani, custodendo con amore quella magnifica umanità che ci è stata donata e mostrata nella sua pienezza in Cristo, e che nessuna macchina potrà mai sostituire nel suo splendore» (n. 15).
Piuttosto che a quella artificiale, vediamo di affidarci all’intelligenza divina della santa Trinità, l’unica che conosce l’amore di cui abbiamo bisogno.
Don Maurizio
