Convertitevi, venite dietro a me

Oggi il vangelo di Matteo ci presenta l’inizio del cammino messianico di Gesù in mezzo al popolo d’Israele, nella sua terra. Quando tace la voce di Giovanni Battista, ormai ridotto al silenzio della prigione, si alza quella del Maestro itinerante, lungo le rive del lago, nella regione di Galilea, dove si mescola gente diversa: pescatori, contadini, viaggiatori. L’evangelista vede compiuta qui la parola del profeta Isaia: «per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta».

La presenza di Gesù non è solenne, clamorosa, invadente, eppure rischiara, illumina, dischiude nuovi spazi. Comincia col predicare: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Il suo modo di parlare sembra oscuro: cos’è il regno dei cieli? Dove si dovrebbe guardare per vederlo? Potrebbe essere un altro dei tanti predicatori invasati che attraversano le strade in cerca di successo, che in nome di Dio annunciano tempi migliori, magari la liberazione dagli oppressori romani.

Il suo passo invece è leggero, delicato e deciso. Lungo le rive del mare di Galilea – il lago di Tiberiade – incontra uomini presi dal lavoro della pesca, parla con loro, li invita a lasciare le reti e a seguirlo. Il coraggio di Gesù è disarmante, carico di una promessa incomprensibile: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Come si può dargli credito? Chi ha costruito con fatica una famiglia, una casa, il lavoro può forse lasciarsi incantare da uno sconosciuto sognatore di passaggio?

Oggi il vangelo ci sorprende davvero, perché comincia così l’avventura cristiana, con una proposta che pare non avere ragioni. L’inizio sta nell’attrazione, con un incanto insensato che stravolge piani e porta il cuore altrove; spinge ad entrare in un altro mondo, quello dei sogni. Senza quella dose d’incoscienza dei quattro primi pescatori non ci saremmo stati neppure noi, qui, oggi; e non potrebbero esserci nemmeno domani altri credenti in Gesù, il Signore.

Ciò che a noi appare irragionevole – come la fiducia in quel Dio che sempre avvertiremo come sconosciuto e sfuggente – in realtà, è più intimo a noi di noi stessi. Lui solo sa prenderci dentro, gettando una luce nuova nel cuore invaso dalle tenebre. Abbiamo un inconfessabile bisogno di essere chiamati per nome, riconosciuti, colti per ciò che siamo davvero. Il profondo desiderio di essere amati che portiamo dentro non trova compimento se non all’incontro con Colui che ce l’ha versato nel cuore. Questa è la meraviglia della fede: trovare la base sicura, fragile e potente al tempo stesso, su cui scommettere la vita. Una vita, la nostra, che non va perduta, non si smarrisce, ma acquista senso solo quando impariamo a donarla, a condividerla, dietro a Gesù, con i fratelli, tutti.

don Maurizio

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