Lessico spirituale per Casa Ilaria

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Disprezzo

«Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua» (Marco 6,4). Tocca anche a Gesù fare i conti con la spocchia dei suoi compaesani: non può compiere segni tra loro perché manca la disponibilità ad accoglierli. Essi hanno sentito parlar bene di lui, perciò lo sfidano: fa’ vedere anche qui di cosa sei capace. Non è difficile riconoscere la tentazione di svalutare chi abbiamo di fronte, soprattutto quando altri ne esaltano i pregi, mentre a noi non sembra così straordinario. «Nessuno è un grande uomo per il proprio cameriere», scriveva Hegel. Probabilmente è il limite di una malintesa familiarità.

Da sminuire a disprezzare talvolta il passo è breve. «Guardando bene, si scopre che nel disprezzo v’è un po’ di invidia segreta. Considerate bene ciò che disprezzate e vi accorgerete che è sempre una felicità che non avete, una libertà che non vi concedete, un coraggio, un’abilità, una forza, dei vantaggi che vi mancano, e della cui mancanza vi consolate col disprezzo» (Paul Valéry, Cattivi pensieri, 1942). Dunque, se svaluti il lavoro altrui, forse è l’invidia che parla per te. I pregi dell’altro vorresti che fossero i tuoi, magari ce l’hai ma non riesci a vederli, e la persona che hai di fronte potrebbe stimolarti a migliorare. Il problema è che spesso invece dispiace, irrita, tira fuori il peggio.

Chi è abituato a guardarsi allo specchio, con un po’ di sano realismo, con spietatezza e clemenza, difficilmente cede al disprezzo. Altrimenti, merita dare ascolto all’arguto monito popolare ricordato da Nikolaj Gogol’: «Non prendertela con lo specchio se hai il muso storto». Sì, perché il disprezzo è intimamente legato all’insoddisfazione, proietta all’esterno la poca stima di sé, e ogni bene altrui diviene insopportabile.

A meno che non succeda d’incontrare chi ha troppa considerazione di sé, nel qual caso è più che giustificata una spontanea antipatia. Ma quando sentiamo apprezzare una persona che non ci ha fatto nulla di male, e questi ci indispettisce, allora il problema è nostro: il disprezzo nasconde rabbia e disgusto, sotto le mentite spoglie della presunta superiorità, si traduce in derisione e distanza.

In realtà, chi disprezza non conosce. Nasce infatti il proverbio: “chi disprezza compra”, nel senso che ti piacerebbe ciò che biasimi, ma non lo ammetti. Infatti, siamo abituati al fatto che gli uomini disprezzino ciò che non comprendono.

Per liberarsi da questo sentimento negativo occorre decentrarsi, prendere distanza dall’egocentrismo ed aprirsi all’empatia: gli altri non devono comportarsi secondo le nostre aspettative e norme, e non abbiamo il diritto di giudicarli e criticarli. Teniamo conto, infine, di quanto saggiamente suggeriva Esopo: «Le persone intelligenti non disprezzano nessuno, perché sanno che nessuno è tanto debole da non potersi vendicare, se subisce un’offesa» (Favole, VI sec. a.C.).

don Maurizio

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Supplicare

«E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: “La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva”» (Marco 5,22-23). Supplicare è più che pregare con convinzione, vuol dire implorare, scongiurare, raccomandarsi disperatamente. Forse succede solo in rari casi, ma quando capita vuol dire che siamo davvero a terra, ormai senza speranza, prossimi all’ultima spiaggia. E non è detto neppure che se ne abbia la forza, perché l’esperienza di un grande dolore spesso toglie persino la capacità di chiedere aiuto, al cielo come alla terra. Invocare il soccorso di qualcuno sembra la cifra di una fragilità insostenibile, ma è anche l’istinto più antico che conosciamo: il neonato piange, se non viene accudito si dispera.
Oggi si sente spesso parlare di resilienza, ovvero della capacità di fronteggiare in maniera efficace le difficoltà e gli eventi avversi che s’incontrano nella vita. Un po’ come un metallo resistente alle forze che gli si applicano contro. Vuol dire andare avanti senza arrendersi, senza soccombere nei momenti di crisi. Beato chi ha questa forza. E chi non ce l’ha cosa può fare? Si apre qui una riflessione sulle situazioni critiche che noi tutti viviamo, seppur in tempi e gradi diversi.
Sarebbe quantomeno ingenuo opporre richiesta d’aiuto e resilienza, come se la prima fosse la reazione dei deboli e la seconda quella dei forti. C’è chi trova in sé stesso la forza e chi ha bisogno di sostegno esterno; anzi, chi cerca soccorso mostra già di avere l’energia per farlo. Poi ci sono situazioni in cui è necessario resistere e altre in cui conviene arrendersi. A chi ha fatto tutto ciò che era alla propria portata non resta che implorare aiuto, ma a volte non è necessario aspettare di trovarsi in questa situazione: farsi aiutare prima potrebbe evitare fatiche inutili e tardive. Difficile stabilire una regola generale: sarebbe meglio parlare di discernimento, che in questi casi significa distinguere tra energie impiegate con frutto e loro eventuale spreco. Quante volte ci opponiamo con eccessiva determinazione a ciò che non vale la pena e non porta a nulla?
Ci vuole un po’ di umiltà per supplicare, specialmente oggi, tempo in cui prevale un atteggiamento diffuso di autosufficienza, come se tutti dovessero cavarsela ad ogni costo. Quando si ragiona così, sono i più fragili a rimanere scartati, quelli che da soli non ce la faranno mai. Prima di arrivare ai punti limite dove ormai nemmeno la più disperata invocazione trova risposta sarebbe utile far propria la preghiera della serenità, scritta nel secolo scorso dal teologo protestante tedesco-statunitense Reinhold Niebuhr: «Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscere la differenza».

don Maurizio

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Paura

«“Perché avete paura? Non avete ancora fede?”. E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: “Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?”» (Marco 4,40-41). Il brano evangelico della tempesta sedata si potrebbe paradossalmente intitolare: “Dalla paura al timore”. Da una parte, i discepoli vengono liberati dalla paura di naufragare, ma dall’altra sono presi da timore di fronte al mistero di Gesù che inaspettatamente placa la burrasca. La vicinanza con lui li libera dalla paura, ma proprio questo permette loro di misurare tutta la distanza che li separa da lui, e in questa sensazione consiste il timore nei suoi confronti. Qui si affaccia anche un’esperienza universale: la paura del destino dell’uomo, di poter perire mentre si è nell’acqua (espressione della vita) e su una barca che protegge (simbolo materno).

Della paura non si può parlare se non per esperienza, che si ha bisogno di comprendere e di superare. Questa comune esigenza richiede di essere approfondita: paura di chi, di che cosa? Come uscirne in modo costruttivo? L’analisi della paura comporta, anzitutto, di apprezzarne il carattere positivo. Grazie ad essa, ti accorgi della realtà, sei reso attento e pronto alla imprevedibilità di ciò che accade, prendi consapevolezza di te, del tuo limite e delle tue potenzialità. Avverti che non puoi farcela da solo, perciò ti apri all’invocazione, e chiedi aiuto.

A una tale considerazione si può giungere quando si conserva la memoria di aver oltrepassato – almeno qualche volta e, di solito, non da soli – la soglia della paralisi, su cui la paura immobilizza, benché ciò non valga come immunità per il futuro. Il ricordo di paure vinte fortifica, ma non preserva da altre che verranno.

La paura è essenzialmente un evento in cui la relazione equilibrata con sé stessi e con gli altri è messa alla prova. Pare incrinarsi, sembra venire meno la certezza di sé e di chi ti è vicino. Questo è l’effetto istantaneo della paura: sentirsi perduti, trovarsi da soli, senza riparo, in mezzo a una tempesta. Perciò, la paura sembra assumere la figura di un ponte fragile, pericoloso e necessario che permette di passare continuamente dall’insicurezza, o presunzione, alla relazione di fiducia in sé grazie all’altro, che ti è comunque vicino. La terapia della paura sono i sentimenti: i legami che ciascuno stabilisce con un’altra persona. Senza la paura non si diventa nuovi, e non lo si è mai del tutto, proprio come senza gli altri.

Non ci resta dunque che volgere lo sguardo in avanti, oltre ogni tempesta, con le parole de L’approdo di Primo Levi:

«Felice l’uomo che ha raggiunto il porto,
che lascia dietro di sé mari e tempeste,
i cui sogni sono morti o mai nati,
e siede a bere all’osteria di Brema,
presso al camino, ed ha buona pace.
Felice l’uomo come una fiamma spenta,
felice l’uomo come sabbia d’estuario,
che ha deposto il carico e si è tersa la fronte,
e riposa al margine del cammino.
Non teme né spera né aspetta,
ma guarda fisso il sole che tramonta».

don Maurizio

Gruppo informale “Cultura e carità”

– Seminari su I semi teologici di Francesco

Calendario:

18 giugno ore 21: “La carne”, con Aline Nari

Il seminario mensile di venerdì 18 giugno si terrà IN PRESENZA alle ore 21.00 presso la Chiesa del Santo Sepolcro.

La dottoressa Aline Nari ci guiderà alla lettura del libro di Giovanni Cesare Pagazzi “La carne”.

Video del seminario:

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Semina

«Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Marco 4,26-27). All’attività agricola, particolarmente familiare agli abitanti della Palestina del I secolo, Gesù fa spesso riferimento nelle parabole, per dischiudere uno spiraglio sull’agire misterioso di Dio insieme alla collaborazione umana. Il contadino fa esperienza quotidiana di fatica e di meraviglia, al tempo stesso: prepara il terreno, attende sole e pioggia, semina, pazienta e raccoglie. Sembra che tutto dipenda dalla sua competenza, eppure non è solo così, gli imprevisti sono all’ordine del giorno.

A ben vedere, la metafora evangelica del seme evoca molti aspetti del vivere comune. C’è chi s’impegna nello studio, in vista di una professione adeguata; chi lavora giorno e notte per conseguire risultati auspicati e soddisfacenti; chi ha il dono dell’arte, e aspetta l’ispirazione per creare la sua opera; coloro che educano i figli, nella speranza di vederli crescere bene; insegnanti che trasmettono ai giovani cultura, confidando di farne uomini e donne migliori. Seminare è una necessità propria del vivere sociale, un compito ineludibile per costruire il legame tra le generazioni e aprire strade al futuro. Diceva il cardinale Carlo Maria Martini: «Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto».

Tra l’investimento di risorse e gli obiettivi raggiunti c’è sempre uno scarto, in difetto o in eccesso: non tutto dipende dal proprio impegno, e non mancheranno certamente rischi e incertezze, al punto che ogni risultato non sarà sempre quello immaginato, calcolato, previsto. Profondere energie, speranze e attese non garantisce: vi è un di più e di altro che interviene, favorevole o contrario che sia. Che cosa impariamo, dunque, dalla similitudine della semina?

Probabilmente molti penseranno che non si deve sprecare, che è doveroso essere saggi e avveduti nel valutare il rapporto tra ciò che si spende e quanto si deve raccogliere. Questo è giusto in linea di principio, ma è anche vero che esiste una sovrabbondanza dell’impegno di cui mai pentirsi, nonostante i risultati scarsi e deludenti. Seminare vuol dire credere nella potenza intrinseca del seme, nella sua capacità di farsi strada nel terreno, di fruttificare comunque e aldilà di chi semina. Infatti, può accadere che il seminatore scambi la propria abilità con ciò che lo supera. Troppe varianti sono in gioco nei risultati, che oltrepassano anche il più esperto professionista.

Forse è meglio riflettere su quanto scriveva Frédéric Ozanam, amico dei poveri, alla moglie: «Io sono convinto che in fatto di opere di carità non bisogna mai preoccuparsi delle risorse finanziarie, arrivano sempre. Alcuni nostri colleghi sono stati incaricati dal tribunale civile di far visita ai fanciulli detenuti. Questi piccoli sfortunati […] è impossibile correggerli. Non importa, si semina sempre, lasciando a Dio la cura di far germogliare il seme a suo tempo» (Parigi, 23 luglio 1836).

don Maurizio

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Corpo

«Prendete, questo è il mio corpo» (Marco 14,22). Con questa espressione, familiare per i cristiani, Gesù consegna sé stesso sotto gli umili segni del pane e del vino, sacramento della sua vita donata sulla croce. Non c’è nulla di più coraggioso, nell’amore, che spendere tutto di sé, anzi, di lasciarsi prendere, trasformando la cattura in offerta.

Il corpo: niente di più concreto e immediato, tanto da attrarre o respingere, da curare o disprezzare, da cercare o fuggire, da amare o odiare. Complesso equilibrio, difficile armonia, nella prassi e nella teoria, quello tra esaltazione e sottovalutazione della corporeità. Non esiste un corpo uguale all’altro. Questa è la prima meraviglia, che muove alla scoperta dell’altro e di sé stessi. Immaginabile nel suo misterioso formarsi, continua e sorprendente nuova creazione, frammento e universo compiuto. Il corpo è un mondo, la figura integrale della persona, percepita dallo sguardo e da tutti gli altri sensi, che ne veicolano il contatto, la conoscenza, l’intimità. Tuttavia, ciò che l’esperienza dice del corpo non è tutto. C’è bisogno di senso oltre i sensi, o meglio, di cercare il senso dei sensi.

Che cosa significa il corpo? Da dove viene? Cosa farne? Quale sarà il suo ultimo destino? Sono domande che riguardano tutti i corpi, il proprio e quello altrui. Le risposte sono molteplici: il rispetto, la cura, la bellezza, la salute, la forza, il piacere, la fatica, il dolore, lo sport, il riposo ecc. Il cristianesimo, lungo la sua storia, spesso ne ha relativizzato l’importanza, in favore della dimensione interiore, spirituale, ovvero dell’anima invisibile. In verità, la fede cristiana trae origine da un evento di estrema corporeità: l’incarnazione di Dio. Il corpo di Gesù, vissuto, donato, crocifisso ed entrato nell’eternità di Dio è il mistero su cui poggia tutta l’esistenza credente. «È in lui che abita corporalmente la pienezza della divinità», scrive san Paolo (Colossesi 1,9).

Dunque, il corpo, non solo nella sua bellezza e salute, ma anche nella sua sfigurazione dovuta all’imperfezione, alla malattia, al danno, merita di essere amato. Così la stupefacente diversità di donna e uomo, l’evoluzione naturale di bambino, giovane, adulto, anziano, dal nascere al morire, annunciano che qui, nel corpo, la vita si compie. Questo è il luogo misterioso e stupendo dell’identità personale, schermo su cui si riflettono anima e cuore, specchio dell’essere, in cui ciò che siamo si esprime fino al vertice estremo di sé: l’amore e il dolore. Pertanto, ogni corpo esige irrinunciabile rispetto, meravigliata ammirazione, custodia premurosa, perché un giorno, quando avrà nuova vita oltre la morte, possa essere riconosciuto nella sua verità e bellezza infinita.

Ha scritto il grande scultore Igor Mitoraj: «Il nostro corpo è un contenitore dell’eternità. Siamo dei contenitori che legano il passato con il futuro. Se dovessi scegliere con quale materia rappresentare il corpo prenderei la terracotta: è molto vicino alla terra, alla natura e ha in sé l’aspetto materno, vicino a me e alla mia sensibilità. Mi piace però anche il marmo che ha in sé una luce straordinaria che dà il senso d’immortalità, del passato e del futuro nello stesso tempo. E nel marmo c’è un grande spirito».

don Maurizio