Gruppo informale “Cultura e carità”

– Webinars su I semi teologici di Francesco

17 settembre ore 21: “Il neognosticismo”, con Marco Signori

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Disabilità

«Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. […] pieni di stupore, dicevano: “Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!”» (Marco 7,32.37). Il fatto che nei vangeli ricorrano frequenti contatti tra Gesù e le persone segnate da varie disabilità è interessante anzi tutto per la spinta interiore che le muove verso di lui, o di chi è loro vicino. La condizione di limite fisico, psichico o sensoriale mette in movimento, fa chiedere aiuto, domanda sostegno. Certo, nella speranza di essere risanati, ma ciò che qui merita notare è il tipo di rapporto che si stabilisce a partire dalla fragilità. Avere un limite, non essere autonomi e dipendenti da altri significa appartenere ad una sorta di mondo parallelo, effettivamente altro da quello della maggioranza della gente. In realtà, una persona disabile non è mai completamente inabile: proprio la sua condizione la rende adattabile a situazioni diverse, con ingegno, fantasia e creatività. C’è da trovare il modo, ed è sempre possibile nella misura in cui si stabiliscono relazioni adeguate.

Nessuno è tanto disabile da non poter essere felice. Esiste per tutti uno spazio in cui tentare l’avventura della felicità, contrariamente a quello che molti credono oggi, nati e cresciuti sotto il segno del narcisismo, e sempre più sfiniti dallo sforzo di passare per “la cruna dell’ego” – come ha scritto Pierangelo Sequeri. Qui abita la tentazione dell’egolatria e della autoreferenzialità. Paradossalmente, oggi, viviamo nella società più connessa di tutti i tempi – “tecnoliquida”, la chiama Tonino Cantelmi– in cui si stabiliscono innumerevoli relazioni virtuali, fatte di contatti, amicizie, like, cinguettii, ma dove «soprattutto ci si può dimenticare che alla base della relazione c’è la finitudine, l’essere limitato dell’uomo che ha bisogno di comunicare perché non è autosufficiente e non può raggiungere la propria felicità da solo» (Tecnoliquidità, 2013). Dunque, la felicità è possibile quando lo sguardo cambia direzione, passando dal sé al tu, dall’io al noi.

Proprio con i più fragili, le strade della felicità possibile vanno percorse insieme partendo da loro. Per superare l’imbarazzo nei confronti di un persona con disabilità occorre l’umiltà di farsi guidare, di chiedergli come fare per aiutarla. Non si può partire da sé stessi, non sapremmo che fare: questo è già il primo segnale che indica la via. È necessario riconoscere la propria incapacità di trovare soluzioni, accontentandosi di stare vicino, di accogliere e di accompagnare, senza la pretesa di risolvere. Questa specie di impotenza è proprio ciò che ci avvicina, è il comune confine della vulnerabilità: o si attraversa insieme o diventa un muro invalicabile. Lo sapeva bene la pittrice messicana Frida Kahlo (1907-1954), resa invalida da un grave incidente, che scriveva a Diego Rivera, pittore e marito col quale ebbe un travagliato rapporto: «Non fare caso a me. Io vengo da un altro pianeta. Io ancora vedo orizzonti dove tu disegni confini».

don Maurizio

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Impuro

«Chiamata di nuovo la folla, Gesù diceva loro: “Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro”» (Marco 7,14-15). Con queste parole, Gesù non minimizza il senso del peccato: dice solo che esso non è la trasgressione di una norma, di una dottrina, di una legge religiosa, ma vivere per sé e non amare. Questo è ciò che contamina il cuore e lo oscura. Come diceva il giovane curato di campagna alla contessa: «L’inferno, signora, è non amare più» (Georges Bernanos, Diario di un curato di campagna, 1936).

Nel nostro linguaggio corrente, impurità significa alterazione, sozzura, nel senso di mescolanza di cose che di per sé andrebbero separate. Per la fisica, le sostanze impure sono quelle contaminate da elementi che ne alterano la composizione. Poi c’è chi ritiene che la stessa idea possa applicarsi alle persone: il meticciato sarebbe una minaccia della purezza della razza. Dal punto di vista morale, infine, vengono considerate impure la disonestà e la cattiva condotta, che sporcano il buon vivere. Minaccia di disordine, fonte di ansietà e di conflitti, l’impuro si sedimenta sulle zone di confine, sulle frontiere corporee come su quelle sociali. Nella sfera religiosa, poi, la distinzione puro/impuro assume una differente conformazione: l’impuro coincide con il profano e costituisce insieme a esso il polo negativo del mondo spirituale. Insomma, persiste una tendenza transculturale che preferisce separare più che unire.

Queste premesse fanno riflettere su come anche oggi siamo tentati di aspirare illusoriamente a certi ideali di purezza che, in via di principio, escludono interazione, commistione, mescolanza. Pensiamo all’istinto di difendere territori da intromissioni straniere, alle diete prive di alcuni alimenti, alla conservazione di tradizioni sigillate ed impermeabili ad ogni evoluzione. Sembra puro ciò che è sterilizzato, mantenuto ad un ipotetico stato di natura. Le norme della purezza/impurità vengono spesso giustificate a partire da motivazioni igienico-sanitarie, ma in realtà il sogno dell’incontaminato è ancestrale, come se gli strati di vita e di esperienza, con i relativi fallimenti e arretramenti, invece di rafforzare la fragilità originaria ne costituissero l’indebolimento. Eppure tutti sanno che anche gli animali imbastarditi hanno più salute dei purosangue, molto più fragili e delicati.

«Diceva un foglio bianco come neve: “Sono stato creato puro, e così voglio rimanere per sempre. Preferirei essere bruciato e andare in cenere che cadere preda delle tenebre o venire toccato da ciò che è impuro”. Una boccetta di inchiostro sentì ciò che il foglio diceva; rise nel suo scuro cuore, ma non osò mai avvicinarsi. Sentirono le matite colorate, ma anch’esse non gli si accostarono mai. E il foglio bianco come la neve rimase per sempre puro e casto, puro e casto – e vuoto» (Kahlil Gibran, Il precursore, 1920).

don Maurizio

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Parole

«Molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?” […] Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”» (Giovanni 6,60.66-67). La parola di Gesù è così potente da attrarre fino a far cambiare la vita e, al tempo stesso, da mettere in crisi al punto di allontanare. Il quarto vangelo non nasconde il momento di difficoltà che sorge all’interno della cerchia dei discepoli del Maestro. Pur essendo suoi intimi amici, essi non riescono sempre ad accogliere le sue parole, e quando queste diventano particolarmente esigenti nasce in loro la paura, la resistenza, l’abbandono.

Qualcosa di simile appartiene anche alla nostra esperienza quotidiana: esistono parole che ristorano, sanano, confortano e parole che provocano, scoraggiano, feriscono. Su questa potenza delle parole occorre riflettere. Con esse comunichiamo il pensiero, ma è il tono che esprime le emozioni; spesso conta più il modo col quale usiamo le parole che il loro contenuto verbale. Poi ci sono le parole scritte, più meditate, che danno tempo a chi legge: anche queste pesano, perché rimangono, e possono essere ritrovate.

Saremmo ingenui a pensare che le parole non hanno conseguenze, come pure i silenzi. Non ci accorgiamo subito del loro effetto, perché spesso, invece di ascoltare, sovrapponiamo reazioni, crediamo di aver capito tutto. Eppure sappiamo che anche le nostre parole non dicono mai esattamente ciò pensiamo, come osservava Gustave Flaubert: «nessuno, mai, riesce a dare l’esatta misura delle proprie necessità, né dei propri concetti, né del proprio dolore, e la parola umana è come una paiolo incrinato su cui veniamo battendo melodie atte a far ballare gli orsi, quando vorremmo intenerire le stelle» (Madame Bovary, 1856).

Ci sono cose importanti che facciamo fatica a formulare verbalmente: abbiamo paura di immiserire ciò che nella mente appare sconfinato, eppure cerchiamo il modo per farci intendere: è una fatica salutare, chiede impegno a chi parla e a chi ascolta. Ci sono parole che escono dalle viscere, altre tirate fuori di tasca. Solo chi partorisce pensieri sofferti genera vita, creatività, meraviglia; altri, invece, scuotono l’aria, inventano ciò che non esiste, costruiscono illusioni e propagano incanti: è la tentazione di chi ha il potere, degli affabulatori, di chi sa dare buoni consigli insieme a cattivi esempi. Abbiamo invece bisogno di parole buone, magari tremanti, capaci di scuotere, che spostano il pensiero e il cuore verso sogni di pace, di amore, di fraternità, specialmente nei momenti più oscuri. Come quelle della poesia “Fratelli”, che Giuseppe Ungaretti scrisse il 15 luglio 1916 nei pressi del Carso (nella raccolta Allegria di naufragi):

«Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla
sua fragilità

Fratelli».

don Maurizio

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Umiltà

«Allora Maria disse: “L’anima mia magnifica il Signore e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva”» (Luca 1,46-48). L’incipit del canto di Maria, la ragazza di Nazaret scelta per una missione straordinaria, potrebbe sorprendere. Ella sembra comprendere la misteriosa ragione della sua elezione, l’umiltà, e con ciò, di fatto, sminuirne il valore: chi è consapevole della propria umiltà è veramente umile? Facendo attenzione all’originale greco – tèn tapeínosin – sarebbe meglio tradurre: “la bassezza della sua serva”, nel senso di piccolezza, di povertà; da cui deriva anche “tapino”, ossia miserabile, derelitto. In realtà, Maria si rende conto dei propri limiti, senza per questo sminuirsi: lo sguardo amoroso di Dio ha colto la verità di questa giovane, e lei lo ha capito.

L’umiltà, dunque, non è solo la virtù di una persona, che altri le riconoscono, ma la stessa condizione d’indigenza: riguarda chi non basta a sé stesso e ha bisogno di sostegno, infatti deriva dalla parola latina humilis, “che sta sotto”. Tuttavia, quella di mettersi a servizio è una scelta libera che compie chi avverte la fragilità dell’altro e se ne prende cura, senza umiliarlo.

Di umiltà ha particolare bisogno chi ha un potere, una responsabilità, in certi casi persino decisiva, come acutamente osservava il giurista Piero Calamandrei riferendosi ai giudici: «Niente di male col crocifisso in aula. Ma non dovrebbe stare dietro le spalle dei giudici. Lì lo vede solo il giudicabile ed è portato a credere che lo ammonisca a lasciar perdere ogni speranza (simbolo non di fede ma di disperazione). Va messo in faccia ai giudici, ben visibile nella parete di fronte, perché lo considerino con umiltà mentre giudicano e non dimentichino mai che incombe su di loro il terribile pericolo di condannare un innocente» [Elogio dei giudici scritto da un avvocato, Ponte alle grazie, Firenze, (1954) 1990, p. 319].

Tra i più significativi segni di umiltà vi è la capacità di chiedere scusa quando ci si rende conto di aver sbagliato, riconoscendo che non si è perfetti, non si ha sempre ragione, come gli altri anche noi commettiamo errori. Come pure saper dire grazie, senza ritenere che tutto ci sia dovuto, rivela l’animo nobile di chi apprezza la generosità altrui. Ricordiamo quanto papa Francesco più volte ha suggerito di scrivere sulla porta di ogni casa: «Su questa porta d’ingresso sono scritte tre parole, che ho già utilizzato diverse volte. E  queste parole sono: “permesso?”, “grazie”, “scusa”. Infatti queste parole aprono la strada per vivere bene nella famiglia, per vivere in pace. Sono parole semplici, ma non così semplici da mettere in pratica! Racchiudono una grande forza: la forza di custodire la casa, anche attraverso mille difficoltà e prove; invece la loro mancanza, a poco a poco apre delle crepe che possono farla persino crollare» (Udienza generale, Mercoledì, 13 maggio 2015).

don Maurizio

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Mormorare

«I Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: Sono disceso dal cielo”? Gesù rispose loro: “Non mormorate tra voi”». (Giovanni 6,41-43). Anche a Gesù è capitato di sentirsi parlare dietro sommessamente, in tono malizioso e di malcontento, per le sue pretese giudicate sproporzionate. Chi si crede di essere? Dice di venire dal cielo, ma noi sappiamo dove e da chi è nato.

Oggi si chiama gossip quello che da sempre è noto come pettegolezzo: non si manifesta direttamente alla persona ciò che se ne pensa di male, ma lo si sussurra a mezza voce ad altri. Il protagonista di una conversazione poco benevola è assente, mentre i suoi commentatori si compiacciono della golosa confidenza. Come se volesse indirizzargli, per via traversa, una saggia correzione, chi mormora non fa altro che seminare disprezzo intorno alla sua vittima, seppur con l’ambiguità di sembrarne dispiaciuto, magari più per vanità che per malizia.

In realtà, le chiacchiere rivelano più chi le fa di chi ne è oggetto: mentre altri lo ascoltano incuriositi, diventa immediatamente chiaro il senso di rivalità e di scorrettezza che c’è dietro, fosse anche per la più acclarata verità, con la conseguenza di quanto scriveva Alessandro Manzoni: «La maldicenza rende peggiore chi parla e chi ascolta, e per lo più anche chi n’è l’oggetto» (Osservazioni sulla morale cattolica, 1819). Insomma, nessun vantaggio deriva dalla mormorazione, eppure viene così naturale da suscitare almeno qualche domanda: perché attira maggior interesse il limite altrui che non il pregio? Non è forse il triste modo col quale ognuno giustifica sé stesso, quando guarda la pagliuzza e non si accorge della trave che lo acceca? Consolarsi con i difetti degli altri può sembrare innocuo, ma il prezzo del loro discredito è sempre troppo alto.

Merita dunque meditare su quanto annotava il gesuita Baltasar Gracián: «Prevenire le male lingue. Molte teste ha il volgo, e di conseguenza molti occhi per la malizia e molte lingue per il discredito. A volte vi serpeggia qualche voce maligna che infanga il più alto credito, e se arriva a essere un nomignolo diffuso è la fine della reputazione. Generalmente gli si offre il fianco con qualche vistosa imperfezione, con ridicoli difetti, che diventano ghiotti spunti per le chiacchiere del volgo, anche se vi sono insinuazioni gettate in pasto da una singola emulazione alla malizia comune, ché vi son bocche dedite alla malevolenza, le quali distruggono più rapidamente la fama di qualcuno con una battuta che con uno smascheramento. È molto facile guadagnarsi una cattiva fama, perché le cattiverie vengono credute subito e ci vuol tanto tempo per cancellarle. Eviti dunque, l’uomo accorto, queste sgarberie, contrastando con la sua attenzione la volgare insolenza, ché è più facile prevenire che rimediare». (Oracolo manuale ovvero l’arte della prudenza, n. 86).

don Maurizio