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Supplicare

«E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: “La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva”» (Marco 5,22-23). Supplicare è più che pregare con convinzione, vuol dire implorare, scongiurare, raccomandarsi disperatamente. Forse succede solo in rari casi, ma quando capita vuol dire che siamo davvero a terra, ormai senza speranza, prossimi all’ultima spiaggia. E non è detto neppure che se ne abbia la forza, perché l’esperienza di un grande dolore spesso toglie persino la capacità di chiedere aiuto, al cielo come alla terra. Invocare il soccorso di qualcuno sembra la cifra di una fragilità insostenibile, ma è anche l’istinto più antico che conosciamo: il neonato piange, se non viene accudito si dispera.
Oggi si sente spesso parlare di resilienza, ovvero della capacità di fronteggiare in maniera efficace le difficoltà e gli eventi avversi che s’incontrano nella vita. Un po’ come un metallo resistente alle forze che gli si applicano contro. Vuol dire andare avanti senza arrendersi, senza soccombere nei momenti di crisi. Beato chi ha questa forza. E chi non ce l’ha cosa può fare? Si apre qui una riflessione sulle situazioni critiche che noi tutti viviamo, seppur in tempi e gradi diversi.
Sarebbe quantomeno ingenuo opporre richiesta d’aiuto e resilienza, come se la prima fosse la reazione dei deboli e la seconda quella dei forti. C’è chi trova in sé stesso la forza e chi ha bisogno di sostegno esterno; anzi, chi cerca soccorso mostra già di avere l’energia per farlo. Poi ci sono situazioni in cui è necessario resistere e altre in cui conviene arrendersi. A chi ha fatto tutto ciò che era alla propria portata non resta che implorare aiuto, ma a volte non è necessario aspettare di trovarsi in questa situazione: farsi aiutare prima potrebbe evitare fatiche inutili e tardive. Difficile stabilire una regola generale: sarebbe meglio parlare di discernimento, che in questi casi significa distinguere tra energie impiegate con frutto e loro eventuale spreco. Quante volte ci opponiamo con eccessiva determinazione a ciò che non vale la pena e non porta a nulla?
Ci vuole un po’ di umiltà per supplicare, specialmente oggi, tempo in cui prevale un atteggiamento diffuso di autosufficienza, come se tutti dovessero cavarsela ad ogni costo. Quando si ragiona così, sono i più fragili a rimanere scartati, quelli che da soli non ce la faranno mai. Prima di arrivare ai punti limite dove ormai nemmeno la più disperata invocazione trova risposta sarebbe utile far propria la preghiera della serenità, scritta nel secolo scorso dal teologo protestante tedesco-statunitense Reinhold Niebuhr: «Dio, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare le cose che posso, e la saggezza per conoscere la differenza».

don Maurizio

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