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Semina

«Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Marco 4,26-27). All’attività agricola, particolarmente familiare agli abitanti della Palestina del I secolo, Gesù fa spesso riferimento nelle parabole, per dischiudere uno spiraglio sull’agire misterioso di Dio insieme alla collaborazione umana. Il contadino fa esperienza quotidiana di fatica e di meraviglia, al tempo stesso: prepara il terreno, attende sole e pioggia, semina, pazienta e raccoglie. Sembra che tutto dipenda dalla sua competenza, eppure non è solo così, gli imprevisti sono all’ordine del giorno.

A ben vedere, la metafora evangelica del seme evoca molti aspetti del vivere comune. C’è chi s’impegna nello studio, in vista di una professione adeguata; chi lavora giorno e notte per conseguire risultati auspicati e soddisfacenti; chi ha il dono dell’arte, e aspetta l’ispirazione per creare la sua opera; coloro che educano i figli, nella speranza di vederli crescere bene; insegnanti che trasmettono ai giovani cultura, confidando di farne uomini e donne migliori. Seminare è una necessità propria del vivere sociale, un compito ineludibile per costruire il legame tra le generazioni e aprire strade al futuro. Diceva il cardinale Carlo Maria Martini: «Educare è come seminare: il frutto non è garantito e non è immediato, ma se non si semina è certo che non ci sarà raccolto».

Tra l’investimento di risorse e gli obiettivi raggiunti c’è sempre uno scarto, in difetto o in eccesso: non tutto dipende dal proprio impegno, e non mancheranno certamente rischi e incertezze, al punto che ogni risultato non sarà sempre quello immaginato, calcolato, previsto. Profondere energie, speranze e attese non garantisce: vi è un di più e di altro che interviene, favorevole o contrario che sia. Che cosa impariamo, dunque, dalla similitudine della semina?

Probabilmente molti penseranno che non si deve sprecare, che è doveroso essere saggi e avveduti nel valutare il rapporto tra ciò che si spende e quanto si deve raccogliere. Questo è giusto in linea di principio, ma è anche vero che esiste una sovrabbondanza dell’impegno di cui mai pentirsi, nonostante i risultati scarsi e deludenti. Seminare vuol dire credere nella potenza intrinseca del seme, nella sua capacità di farsi strada nel terreno, di fruttificare comunque e aldilà di chi semina. Infatti, può accadere che il seminatore scambi la propria abilità con ciò che lo supera. Troppe varianti sono in gioco nei risultati, che oltrepassano anche il più esperto professionista.

Forse è meglio riflettere su quanto scriveva Frédéric Ozanam, amico dei poveri, alla moglie: «Io sono convinto che in fatto di opere di carità non bisogna mai preoccuparsi delle risorse finanziarie, arrivano sempre. Alcuni nostri colleghi sono stati incaricati dal tribunale civile di far visita ai fanciulli detenuti. Questi piccoli sfortunati […] è impossibile correggerli. Non importa, si semina sempre, lasciando a Dio la cura di far germogliare il seme a suo tempo» (Parigi, 23 luglio 1836).

don Maurizio

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