Le beatitudini dipingono i tratti del mondo nuovo, secondo la forma del Vangelo, con la sua carica rivoluzionaria disarmata, che ha fatto pensare anche al di fuori della fede cristiana. Per Karl Marx, la religione era l’oppio dei popoli. Secondo Mao Zedong, insegnare ai poveri e agli oppressi a essere miti o a porgere l’altra guancia equivaleva a paralizzare la loro carica rivoluzionaria, narcotizzandoli di fronte all’ingiustizia e perpetuando lo status quo degli oppressori. Invece, Mahatma Gandhi nutriva una profonda ammirazione per le beatitudini evangeliche, considerandole una delle fonti spirituali e morali più alte dell’umanità. Egli vedeva in queste parole la prova che la vera forza non risiede nella violenza fisica o nella sopraffazione, ma nella capacità di resistere al male attraverso la sofferenza volontaria e l’amore per l’avversario.
L’evangelista Matteo ci presenta Gesù sul monte, seduto di fronte ai discepoli, come il nuovo Mosè, che delinea il profilo di questa nostra umanità ricreata dall’amore. Da una parte, ci sono poveri, afflitti, affamati di giustizia, perseguitati e, dall’altra, miti, misericordiosi, puri di cuore e operatori di pace. Tutti sono chiamati beati, per ragioni diverse: chi subisce oppressione e chi costruisce è abbracciato dall’unico grande amore di Dio, che nulla scarta e tutto rinnova.
L’invito che oggi ci è rivolto, pensando ai santi, è molto concreto. Sono fratelli e sorelle che, in nome di Gesù, hanno sostenuto la dura prova dell’amore senza riserve. Sarebbe fuorviante immaginare i santi solo nella nicchia in cui sono racchiusi.
La vita di ciascuno di loro è stata piena di difficoltà, come la nostra. Se ce la rappresentiamo come una scalata eroica, basata sulle loro sole forze, saremmo fuori strada. La grazia ha scavato spazi nel cuore, ha dato coraggio alle mani e ai piedi di chi si è spostato da se stesso, per farsi incontro ai fratelli e alle sorelle, al prezzo anche della incomprensione e del rifiuto.
Diceva santa Bernadette Soubirous alla maestra della novizie nel convento di Nevers: “Vorrei che si scrivessero i difetti dei santi e quanto essi hanno fatto per correggersi; ciò servirebbe assai più dei loro miracoli e delle loro estasi”.
Oggi noi vediamo i santi nella gloria del cielo, ma questo è solo il termine di un cammino accidentato, sulle strade polverose della storia, dove noi continuiamo ad inciampare, a cadere e ad essere continuamente risollevati dalla misericordia del Signore, e dal coraggio amoroso di qualche buon samaritano, che, come Gesù, versa sulle nostre ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza.
Don Maurizio
