Lessico spirituale per Casa Ilaria

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Parole

«Molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero: “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?” […] Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”» (Giovanni 6,60.66-67). La parola di Gesù è così potente da attrarre fino a far cambiare la vita e, al tempo stesso, da mettere in crisi al punto di allontanare. Il quarto vangelo non nasconde il momento di difficoltà che sorge all’interno della cerchia dei discepoli del Maestro. Pur essendo suoi intimi amici, essi non riescono sempre ad accogliere le sue parole, e quando queste diventano particolarmente esigenti nasce in loro la paura, la resistenza, l’abbandono.

Qualcosa di simile appartiene anche alla nostra esperienza quotidiana: esistono parole che ristorano, sanano, confortano e parole che provocano, scoraggiano, feriscono. Su questa potenza delle parole occorre riflettere. Con esse comunichiamo il pensiero, ma è il tono che esprime le emozioni; spesso conta più il modo col quale usiamo le parole che il loro contenuto verbale. Poi ci sono le parole scritte, più meditate, che danno tempo a chi legge: anche queste pesano, perché rimangono, e possono essere ritrovate.

Saremmo ingenui a pensare che le parole non hanno conseguenze, come pure i silenzi. Non ci accorgiamo subito del loro effetto, perché spesso, invece di ascoltare, sovrapponiamo reazioni, crediamo di aver capito tutto. Eppure sappiamo che anche le nostre parole non dicono mai esattamente ciò pensiamo, come osservava Gustave Flaubert: «nessuno, mai, riesce a dare l’esatta misura delle proprie necessità, né dei propri concetti, né del proprio dolore, e la parola umana è come una paiolo incrinato su cui veniamo battendo melodie atte a far ballare gli orsi, quando vorremmo intenerire le stelle» (Madame Bovary, 1856).

Ci sono cose importanti che facciamo fatica a formulare verbalmente: abbiamo paura di immiserire ciò che nella mente appare sconfinato, eppure cerchiamo il modo per farci intendere: è una fatica salutare, chiede impegno a chi parla e a chi ascolta. Ci sono parole che escono dalle viscere, altre tirate fuori di tasca. Solo chi partorisce pensieri sofferti genera vita, creatività, meraviglia; altri, invece, scuotono l’aria, inventano ciò che non esiste, costruiscono illusioni e propagano incanti: è la tentazione di chi ha il potere, degli affabulatori, di chi sa dare buoni consigli insieme a cattivi esempi. Abbiamo invece bisogno di parole buone, magari tremanti, capaci di scuotere, che spostano il pensiero e il cuore verso sogni di pace, di amore, di fraternità, specialmente nei momenti più oscuri. Come quelle della poesia “Fratelli”, che Giuseppe Ungaretti scrisse il 15 luglio 1916 nei pressi del Carso (nella raccolta Allegria di naufragi):

«Di che reggimento siete
fratelli?

Parola tremante
nella notte

Foglia appena nata

Nell’aria spasimante
involontaria rivolta
dell’uomo presente alla
sua fragilità

Fratelli».

don Maurizio

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