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Dubitare

«Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo» (Giovanni 20,25). Il fatto che il quarto vangelo abbia conservato la brutta figura di Tommaso potrebbe sorprendere il lettore. Perché il Risorto cede alla sfida dell’apostolo incredulo? Solo per ammonire i futuri credenti, ché a loro non toccherà la stessa prova tangibile? O non piuttosto per accogliere e comprendere quello stato soggettivo d’incertezza che noi tutti conosciamo, per il quale esitiamo nel deciderci in un senso o nell’altro? Dubitare è umano, forse è proprio la molla che spinge a cercare la verità, anzi, talvolta sarebbe bene diffidare proprio di chi è troppo sicuro di possederla, specialmente quando incontriamo chi, per ogni cosa, ha più risposte che domande.

Chi dubita appare debole, insicuro o scettico. In realtà, non tutti hanno la prontezza di capire cosa scegliere, c’è chi invece potrebbe aver solo bisogno di tempo e di calma. Anzi, capita che si possano avere dubbi non solo per mancanza di conoscenza, ma anche per eccesso: tenere conto di troppi elementi prima di decidere può aumentare l’incertezza. Di sicuro bisogna evitare due estremi: dubitare di tutto e non dubitare di nulla. Dunque, come uscire dal ragionevole dubbio, specialmente quando si tratta di faccende importanti?

C’è sempre una buona dose di rischio quando si deve prendere una decisione. Se pretendiamo di avere la sicurezza di non sbagliare mai sarà ancora più complicato. Prendiamo ad esempio la questione della fede: dubitare non è l’opposto di credere, ma la condizione di chi può affidarsi, perché attratto dall’inevidenza che non costringe. Qualcosa di simile avviene con l’amore: chi ama attraversa di continuo il fragile ponte della fiducia e della speranza, con la persuasione che ne vale comunque la pena. È vero, abbiamo bisogno di certezze, di sciogliere i dubbi, mai però al prezzo di spegnere la meraviglia che suscita ciò che non si possiede. Come suggerisce Rainer Maria Rilke:

«Io temo tanto la parola degli uomini.
Dicono tutto sempre così chiaro:
questo si chiama cane e quello casa,
e qui è l’inizio e là è la fine.

E mi spaura il modo, lo schernire per gioco,
che sappian tutto ciò che fu e sarà;
non c’è montagna che li meravigli;
le loro terre e giardini confinano con Dio.

Vorrei ammonirli, fermarli: state lontani.
A me piace sentire le cose cantare.
Voi le toccate: diventano rigide e mute.
Voi mi uccidete le cose».

don Maurizio

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