Prendete il largo

La scena evangelica di oggi è piena di sorprese. Potremmo dire che è una specie di invasione della grazia divina nella vita quotidiana di gente comune. Gesù sale sulla barca di Simone, senza chiedergli permesso, vuol parlare alla folla, a distanza di sicurezza, perché tutti possano vederlo.

Al tempo stesso, è una scusa per stare vicino a Simone e ai suoi compagni. La sua barca è leggera, dopo una notte di pesca andata a vuoto. «Prendi il largo, verso l’acqua profonda, e calate le vostre reti per la pesca». In queste parole c’è più di un consiglio. Gesù non è un marinaio esperto, ma conosce gli abissi del cuore umano, sa cosa si agita nella profondità dell’animo, perciò chiede fiducia.

Simone è combattuto tra l’esperienza, persino deludente, e il coraggio di dare ascolto ad una parola nuova. Accetta la sfida, e la sorpresa arriva, in modo sproporzionato: la sua barca rischia di non farcela, potrebbe affondare per la gran quantità di pesci catturati. Simon Pietro chiede aiuto a dei compagni, e poi si prostra dinanzi a Gesù. Di fatto si era fidato, ma in cuor suo erano rimasti dei dubbi. Adesso è convinto, c’è stato bisogno di una sorpresa sconcertante.

D’ora in avanti, Pietro può anche cambiare lavoro, non per l’insuccesso nel proprio mestiere, ma perché ha incontrato chi gli ha catturato il cuore. Perciò, Gesù gli dice: «D’ora in poi dovrai catturare uomini vivi». Questo è il senso proprio del verbo greco zogreo: “catturare vivo”, “tenere in vita”, “risparmiare”. Con Gesù, da adesso, Pietro dovrà incontrare persone cui dare vita.

In questo brano ci sono gli elementi principali che dicono l’agire del Signore con noi. Egli ci viene a trovare dove siamo, parte da lì e ci invita a prendere il largo. Raddoppia in tal modo i nostri desideri, li conduce ad una pienezza insospettata. La nuova comunità che Gesù raduna assomiglia ad una barca in mezzo al mare: quando lui è a bordo la raccolta oltrepassa le aspettative. Chi di noi non ha sperimentato la sovrabbondanza dell’amore smisurato del Signore nella propria vita?

Il racconto della pesca miracolosa ci riempie il cuore di fiducia e di speranza. Il Signore non toglie nulla, e dona tutto. Tocca a noi accettare, insieme alla sua parola nuova, anche le nostre esitazioni, le incertezze che ci permettono di riconoscere la potenza del suo amore, e di chinarci umilmente di fronte a lui. Non bastiamo a noi stessi: senza di lui non possiamo far nulla. Memori di questa esperienza, andiamo incontro ai fratelli e alle sorelle, non per tirarli nella nostra rete, ma per dar loro vita e risparmiarli dal male.

Don Maurizio

Oggi questa Scrittura si è compiuta per voi che l’ascoltate

La terza domenica del tempo ordinario è stata dedicata da papa Francesco alla Parola di Dio, e questo è il sesto anno che la celebriamo. Il brano di oggi si apre con l’inizio del vangelo di Luca, dove l’autore dà conto della sua ricerca, fatta per mettere ordine ai fatti e a i detti di Gesù, ormai già diffusi oralmente da anni. Egli ha sentito i testimoni oculari, e ha deciso di scriverne il ricordo vivo e originario, perché non vada perduto ciò che è essenziale: l’annuncio di Gesù morto e risorto, il Signore venuto a salvarci. Dunque, la scrittura del vangelo serve a custodire la memoria dell’evento centrale della fede, affinché ogni generazione successiva – come la nostra – possa incontrarsi con Gesù Signore, parola fatta carne, vivo e presente in mezzo a noi.

Poi la scena si sposta nella sinagoga di Nazaret, villaggio ove Gesù ha trascorso la giovinezza. Qui, egli legge un brano del profeta Isaia, suscitando lo stupore dei presenti per l’attualizzazione che non ci si aspetta: «Oggi questa Scrittura si è compiuta per voi che l’ascoltate».

Che cosa si realizza nel momento in cui Gesù legge la Scrittura? Isaia aveva annunciato l’unzione dello Spirito sul Messia, attraverso dei precisi segni: la buona notizia per i poveri, la liberazione dei prigionieri, la vista donata ai ciechi, la libertà per gli oppressi, un anno di grazia per tutti.

Coloro che ascoltano Gesù si rendono conto che tutto questo egli lo sta già facendo. La voce di Dio, prestata al profeta Isaia, ha mantenuto la sua promessa, non c’è più da aspettare: qui e ora è presente la Parola di Dio incarnata; lo attestano i segni che egli compie.

Si dischiude così un orizzonte nuovo, impensabile, imprevedibile: le Scritture d’Israele cedono il passo a Gesù di Nazaret, ora è lui che si deve ascoltare. Agli antichi fu detto, ma adesso è lui che dice. Qui c’è più di Abramo, di Mosè, di Giona, di Salomone, di tutti i profeti: c’è il Figlio. La svolta è decisiva: Dio nessuno l’ha mai visto, molti l’hanno cercato, intuito, atteso, ma è venuta l’ora di guardarlo in faccia, di incontrare lo sguardo di Gesù, il Figlio amato, in cui il Padre si è compiaciuto, e ci chiede di ascoltarlo.

Da questo momento, i cristiani non sono più un popolo del libro, ma la comunità dei credenti nel Verbo incarnato, crocifisso e risorto. Le conseguenze di questa rivelazione sono molteplici. La fede non può ridursi a legge, a ideologia, a sistema di valori. È incontro vivo con una persona, il Figlio di Dio che mostra il volto del Padre, mediante lo Spirito. Il mondo divino è sceso in terra, per dare speranza a tutti i poveri, tra i quali i primi siamo noi: deboli assetati d’amore e di perdono. Dio non ha paura di contaminarsi con la fragilità, di mostrarsi piccolo e bisognoso di accoglienza. Dalle sue piaghe siamo stati guariti. Questo è l’anno di grazia che ci è offerto, per ricominciare con gioia.

Don Maurizio

III Domenica del Tempo ordinario – Vangelo e omelia (26 gennaio)

Tutto quel che vi dice, fatelo!

La vita pubblica di Gesù è segnata da un duplice inizio: con l’acqua del fiume Giordano e con il vino delle nozze di Cana. Due segni che prefigurano la porta e il culmine dei sacramenti cristiani: il battesimo e l’eucaristia.

Questo prezioso racconto, conservato solo dal quarto evangelista, racchiude tutti gli elementi fondamentali dell’esperienza di fede, e lo fa in modo sorprendente. Nel contesto del banchetto nuziale di gente comune, segno dell’umanità che festeggia l’amore, sono presenti Maria, Gesù e i discepoli, simbolo della Chiesa nascente. Ma a Cana manca qualcosa. Alle nostre feste, senza il vino migliore, che rallegra e dà il senso pieno della letizia, si rischia di finire con la delusione, nella tristezza.

Maria si accorge di questa mancanza e, da donna attenta ai particolari, che serba tutto negli occhi e nel cuore, chiama in causa Gesù. Lui preferirebbe non esporsi – «non è giunta la mia ora», risponde un po’ imbarazzato –, ma la madre sa che l’iniziale no del Figlio, può diventare un sì. Quella di Maria è una preghiera, forse il segno della sua permanente intercessione, che sempre rivolgerà al Signore per noi, e non si ferma qui. Si rivolge ai servi: «tutto quello che vi dice, fatelo!». Passa così dalla preghiera al comando. Questa è Maria: da invitata, invita; chiede a Gesù e chiede a noi; si mette in mezzo, e si fa da parte.

Ciò che succede è davvero inatteso. Sei giare d’acqua diventano vino, per un totale che oscilla tra i 480 e i 720 litri. Un’enormità, segno della sovrabbondanza cui tutti potranno attingere e allietarsi. Gesù passa in questo modo dall’invitato marginale al protagonista assoluto della festa. Alla fine appare come lo sposo, che invita alla sua festa molti più invitati di quelli della prima lista. Non ci si doveva accorgere di lui, ma da quel momento «i suoi discepoli credettero in lui».

Dal racconto di Cana impariamo tre cose importanti. Primo: accanto a Gesù c’è sempre Maria, attenta, discreta e determinata, che parla con lui e con noi, e ottiene da entrambi il meglio per tutti. Secondo: anche quando il Signore sembra non rispondere ai nostri bisogni, è capace di raggiungerci in modo inaspettato. Terzo: Dio non è invidioso del nostro desiderio di felicità, prende parte alla nostra gioia, anzi la colma della sua presenza.

In conclusione, i doni di Dio superano sempre le attese umane. Gesù non ci farà mancare l’acqua viva, mediante il battesimo; non verrà mai meno il vino nuovo del banchetto eucaristico, quando saremo immersi nella sua morte e, per la sua risurrezione, rinasceremo alla vita senza fine.

Chiediamo a Maria santissima di renderci pronti ad ascoltare la parola potente del Figlio, sussurrata alle orecchie del cuore, perché anche a noi ella ripete: «tutto quello che vi dice, fatelo!».

Don Maurizio

II Domenica del Tempo ordinario – Vangelo e omelia (19 gennaio)

Sei tu il mio Figlio, l’amato

Con la festa del battesimo di Gesù si conclude il tempo di Natale, e inizia il tempo ordinario. La liturgia ci fa compiere il salto dall’infanzia del Signore alla sua vita pubblica, inaugurata dall’immersione nel destino del suo popolo, attraverso le acque del fiume Giordano. Gesù abbandona la sua la vita nascosta nella casa di Nazaret, dopo i lunghi anni di silenzio e di preparazione alla missione. I vangeli hanno avuto la saggezza di non riempire questo vuoto, lasciando alla parola scritta la testimonianza antica, pubblica e universale dei discepoli che lo hanno incontrato da adulto.

Sulle rive del Giordano, Gesù si presenta dinanzi al Battista, il quale rassicura la gente: «Chi viene è più forte di me. Egli v’immergerà in Spirito santo e fuoco». Si compie così il tempo dell’attesa messianica, preparato dalla predicazione dei profeti, dei quali Giovanni è l’ultimo. Ora è presente il Figlio: inviato dal Padre e consacrato dallo Spirito.

La scena del battesimo mette l’accento su questo passaggio di consegne: Giovanni diminuisce e Gesù cresce. L’annuncio del tempo ultimo non sarà più la minaccia incombente del giudizio, ma l’avvento del regno di Dio, con la cifra della pazienza, della misericordia, del perdono. Il Figlio è l’amato, in cui il Padre si compiace; su di lui scende lo Spirito in forma corporea: tutto di Gesù è avvolto dall’amore divino, che lo accompagnerà nel suo cammino verso la pasqua.

La vera novità di questa manifestazione del Signore – Epifania, infatti, non è solo l’adorazione dei Magi, ma anche il battesimo e le nozze di Cana – sta nel fatto che Dio non lo si dovrà più cercare in cielo, al di là del mondo, ma qui tra noi, dove egli ha posto la sua tenda, ed è venuto a cercarci. È il Signore che viene a trovarci dove siamo; a noi tocca lasciarci trovare.

«È venuto nella sua casa, ma i suoi non lo hanno accolto; a quanti però lo hanno accolto, ha concesso di diventare figli». Così abbiamo sentito ripetere dal quarto evangelista nell’inno letto il giorno di Natale e nella seconda domenica. Ciò rimanda al nostro battesimo, quando i genitori ci hanno presentato al Signore, per accogliere il dono di diventare figli grazie al Figlio. Quel giorno, pieno di gratuità, che non ricordiamo, anche a ciascuno di noi è stata rivolta la parola che Gesù ha udito in occasione del suo battesimo: «Sei tu il mio Figlio, l’amato». Dunque, siamo figli amati, fratelli e sorelle in una famiglia più grande, che ogni domenica si riunisce per rendere grazie, e ravvivare il dono ricevuto.

Come ci suggerisce papa Francesco, andiamo a ritrovare la data del nostro battesimo, perché da lì è iniziata l’avventura di fede e di amore che ci ha fatto cristiani. Non stanchiamoci di continuare a passare dal “si” al “grazie”, per il dono ricevuto senza alcun merito.

Don Maurizio

Rimetti a noi i nostri debiti, concedici la tua pace

Oggi ha inizio l’anno civile, nel nome di Maria santissima Madre di Dio e di Gesù suo Figlio. Come lei, siamo invitati a conservare le parole che abbiamo ascoltato in questo tempo di grazia, ma soprattutto ad accogliere il Verbo fatto bambino. Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi, lo abbiamo visto in faccia; la prima è stata Maria, sua madre. Questa sconvolgente novità ha fatto risplendere una luce eterna sull’intera umanità. Dio non è più frutto della nostra immaginazione, il suo volto sorprende ogni umano desiderio di divina invisibilità. Non abbiamo più bisogno di andarlo a cercare in cielo; è venuto lui a trovarci sulla terra, come abbiamo cantato nel tempo di Natale: «Piovano il Giusto le nubi: si apra la terra e germogli il Salvatore».

I pastori se ne andarono lodando Dio «per tutte le cose che avevano udito e visto». Sono loro i primi annunciatori della pace che viene dal cielo, donata a l’umanità che Dio ama: hanno visto il Bambino e lo raccontano. Anche noi, dunque, siamo chiamati a fare lo stesso: ad annunciare la pace, a diventare operatori di pace, nel nome del Signore.

Il messaggio di papa Francesco, per la 58esima giornata mondiale della pace, ha un tema collegato esplicitamente all’anno giubilare appena inaugurato: Rimetti a noi i nostri debiti, concedici la tua pace. Le parole del papa – fin troppo isolate – sono un appello concreto ai potenti della terra, su almeno tre cose urgenti e inderogabili, che non dobbiamo lasciar cadere, e per le quali siamo tutti impegnati a pregare e a collaborare.

1. «Riconoscendo il debito ecologico, i Paesi più benestanti si sentano chiamati a far di tutto per condonare i debiti di quei Paesi che non sono nella condizione di ripagare quanto devono […].

2. Inoltre, chiedo un impegno fermo a promuovere il rispetto della dignità della vita umana, dal concepimento alla morte naturale, perché ogni persona possa amare la propria vita e guardare con speranza al futuro, desiderando lo sviluppo e la felicità per sé e per i propri figli […].

3. Oso anche rilanciare un altro appello […], per le giovani generazioni, in questo tempo segnato dalle guerre: utilizziamo almeno una percentuale fissa del denaro impiegato negli armamenti per la costituzione di un Fondo mondiale che elimini definitivamente la fame e faciliti nei Paesi più poveri attività educative e volte a promuovere lo sviluppo sostenibile, contrastando il cambiamento climatico. Dovremmo cercare di eliminare ogni pretesto che possa spingere i giovani a immaginare il proprio futuro senza speranza, oppure come attesa di vendicare il sangue dei propri cari. Il futuro è un dono per andare oltre gli errori del passato, per costruire nuovi cammini di pace».

Don Maurizio

Santa Maria Madre di Dio – Vangelo e omelia (1 gennaio 2025)

Nuovo calendario Messe

Per gentile ospitalità del Parroco del Carmine,
celebrerò la Santa Messa nella chiesa di San Sepolcro
nelle seguenti domeniche alle ore 12.00:

  • Domenica 29 dicembre – ore 12.00
  • Capodanno 1 gennaio 2025 – ore 12.00
  • Domenica 5 gennaio – ore 12.00
  • Epifania 6 gennaio – ore 12.00
  • Domenica 12 gennaio – ore 12.00
  • Domenica 19 gennaio – ore 12.00
  • Domenica 26 gennaio – ore 12.00          pranzo con i poveri
  • Domenica 2 febbraionon c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 9 febbraio – ore 12.00
  • Domenica 16 febbraio – ore 12.00
  • Domenica 23 febbraio – ore 12.00                  pranzo con i poveri

* La Santa Messa delle 12.00 non è parrocchiale

Don Maurizio Gronchi