La pace del Cristo risorto

Papa Leone, affacciatosi alla Loggia delle benedizioni di San Pietro, ha salutato la Chiesa e il mondo con queste parole, giovedì 8 maggio:

«La pace sia con tutti voi! Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il Buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente»

Così Papa Leone si rivolgeva al Corpo diplomatico, venerdì 16 maggio:

«Da parte sua, la Chiesa non può mai esimersi dal dire la verità sull’uomo e sul mondo, ricorrendo quando necessario anche ad un linguaggio schietto, che può suscitare qualche iniziale incomprensione. La verità però non è mai disgiunta dalla carità, che alla radice ha sempre la preoccupazione per la vita e il bene di ogni uomo e donna. D’altronde, nella prospettiva cristiana, la verità non è l’affermazione di principi astratti e disincarnati, ma l’incontro con la persona stessa di Cristo, che vive nella comunità dei credenti. Così la verità non ci allontana, anzi ci consente di affrontare con miglior vigore le sfide del nostro tempo, come le migrazioni, l’uso etico dell’intelligenza artificiale e la salvaguardia della nostra amata Terra. Sono sfide che richiedono l’impegno e la collaborazione di tutti, poiché nessuno può pensare di affrontarle da solo».

Sabato 17 maggio, Papa Leone rivolgeva queste parole alla Fondazione “Centesimus annus”:

«Nel contesto della rivoluzione digitale in corso, il mandato di educare al senso critico va riscoperto, esplicitato e coltivato, contrastando le tentazioni opposte, che possono attraversare anche il corpo ecclesiale. C’è poco dialogo attorno a noi, e prevalgono le parole gridate, non di rado le fake news e le tesi irrazionali di pochi prepotenti. Fondamentali dunque sono l’approfondimento e lo studio, e ugualmente l’incontro e l’ascolto dei poveri, tesoro della Chiesa e dell’umanità, portatori di punti di vista scartati, ma indispensabili a vedere il mondo con gli occhi di Dio. Chi nasce e cresce lontano dai centri di potere non va semplicemente istruito nella Dottrina Sociale della Chiesa, ma riconosciuto come suo continuatore e attualizzatore: i testimoni di impegno sociale, i movimenti popolari e le diverse organizzazioni cattoliche dei lavoratori sono espressione delle periferie esistenziali in cui resiste e sempre germoglia la speranza. Vi raccomando di dare la parola ai poveri».

Don Maurizio

Semper in Christo vivas, Pater Sancte!

La domenica ottava di Pasqua, dedicata alla misericordia, ci presenta almeno tre motivi su cui meditare: la pace, il perdono e la fede. Il primo è l’insistenza di Gesù sulla pace. Tre volte ripete ai discepoli: “Pace a voi!”, sorpresi dalla sua visita nel luogo dove erano riuniti a porte chiuse – le porte chiuse del loro cuore desolato –, ai quali mostra i segni della passione, per rassicurali che è proprio lui. Come loro, anche noi abbiamo bisogno di pace nel cuore, tra i popoli, nel mondo di oggi sconvolto da troppi pezzi di una terza guerra mondiale. Il crocifisso-risorto ci offre il suo dono pasquale: preghiamo perché i potenti della terra, riuniti per un momento davanti al corpo esamine del Papa, accolgano questa supplica che viene dal cielo e dal grido soffocato dei poveri della terra.

Il secondo motivo è il perdono che Gesù affida alle fragili mani dei ministri della sua Chiesa. Tutti abbiamo bisogno di misericordia, di riconciliazione, di salvezza. Il Signore perdona e chiede di perdonare: senza misericordia non c’è pace. Per noi cristiani questi doni del Signore risorto sono un compito da accogliere e realizzare.

IL terzo motivo viene dall’esperienza di Tommaso, il discepolo assente la sera di quello stesso giorno, ma presente otto giorni dopo, insieme con gli altri. Un’assenza provvidenziale, ché ci offre l’occasione per capire come si sentono coloro che dubitano, ai quali manca il dono della fede, perché hanno bisogno di prove dirette, e non si fidano della testimonianza di altri. Tommaso prova invidia, si sente escluso dal privilegio concesso agli altri. Ma Gesù lo sorprende: “Metti qui il tuo dito, guarda le mie mani!”. Ciò che Tommaso ha di fronte sono le ferite del crocifisso: questo è il suo Signore e il suo Dio, l’amico che per amore ha dato la vita. Questi è colui che va riconosciuto.

L’esperienza della fede non cancella le tracce della prova e del dolore, ma le trasforma in affidamento, in compagnia, nella nuova presenza reale e sfuggente del Signore, come era avvenuto per Maria di Magdala e i discepoli di Emmaus. Il Signore c’è, è vivo, eppure scomparirà dalla vista. Ciò che lascia vuoto è il sepolcro, non il cuore colmo di meraviglia e di gratitudine dei suoi amici. In questa domenica “in albis”, anche noi siamo invitati a rivestire l’abito bianco dei neofiti, con in mano la rosa bianca degli amici più poveri, che hanno salutato per ultimi Papa Francesco, ma che saranno i primi accanto a lui nel regno dei cieli. Che non manchi in noi la riconoscenza per il dono che abbiamo ricevuto per il suo ministero petrino. Papa Francesco, prega per noi. Semper in Christo vivas, Pater Sancte!

Don Maurizio

Il vestito, l’anello, i sandali e il vitello

 La parabola del padre misericordioso e dei due figli racconta di Dio e di noi, in modo straordinario. Parla di lontananza e di prossimità, di morte e di risurrezione. Si comincia dalla perdita. Per il figlio più giovane, il padre è come morto: gli chiede l’eredità; e il padre dirà che questo suo figlio era morto. Quanti genitori si specchiano in una simile condizione, per le più diverse situazioni! La legittima aspirazione alla libertà di un figlio, talvolta, porta a sacrificare tutto, persino a perdere ciò che ha di più caro, la base sicura della vita, senza valutarne le conseguenze estreme.

Dall’altra parte c’è il figlio maggiore, schiacciato dal senso di responsabilità, che osserva le regole, adempie servizi, fa tutto ciò che è comandato, ma non è contento. Alla fine, non è felice il giovane, che si ritrova in un porcile, povero e affamato; non è felice il fratello, che non osa chiedere nulla per far festa con gli amici, perché vive nel timore.

Potremmo pensare ad un padre che ha fallito nel suo ruolo educativo: il giovane se ne va, con le pretese; l’altro rimane, col cuore chiuso. La parabola di Gesù mette a nudo, con estremo realismo una verità scomoda: la vita delle relazioni familiari è una prova per tutti. E di fronte alle situazioni critiche viene fuori la verità del cuore.

Il figlio più giovane è spinto dalla fame, è vero, ma ha anche il coraggio di guardarsi dentro: riconosce di aver mancato contro il cielo e davanti al padre. Fa un esame di coscienza e si mette in cammino verso casa, adesso senza più pretese. Da lontano, il padre, che lo aspetta, lo vede, gli sobbalza il cuore e gli corre incontro, lo abbraccia, lo bacia. Riprende così la vita perduta. Non conta più il passato doloroso per entrambi, adesso c’è ancora domani.

Quattro segni, persino eccessivi agli occhi di tutti – dei servi e del fratello maggiore –, celebrano la rinascita del figlio perduto e ritrovato: la veste della dignità, l’anello dell’autorità, i sandali della libertà (gli schiavi andavano scalzi), il vitello dell’abbondanza.

Come si fa a non gioire tutti insieme? Questa è la domanda che dovrebbe sorgere in chi ascolta o legge la parabola. Eppure c’è una resistenza. Il fratello sembra non farcela, è come se gli venisse tolto qualcosa. Non si capisce quanto tenesse al fratello, anzi, la sua rabbia si rivolge nei confronti del padre, che chiama tutti a far festa.

La parabola ci lascia in sospeso. Ai due primi momenti forti – il dolore iniziale del distacco e la gioia dell’abbraccio ritrovato – segue la triste resistenza del figlio maggiore. Non sappiamo se e quanto sia durata. Certo è che questa è la parabola della vita: un groviglio di esperienze e di sentimenti nel quale lo sguardo del Signore è l’unico che oltrepassa qualunque fallimento. Solo il suo amore senza limiti è capace di lasciar andare, di accogliere il rifiuto, di perdonare e di donare vita in abbondanza, persino in eccesso, oltre ogni merito. Questa è la nostra speranza.

Don Maurizio

Lo sguardo pasquale di Gesù e la sua pazienza

Due temi principali emergono dal brano evangelico di questa terza domenica di quaresima: lo sguardo in avanti di Gesù, dinanzi alle sventure umane, e la pazienza del Signore rispetto alle nostre lentezze e resistenze. Con gli esempi iniziali, Gesù riflette su due diversi casi di sventura. Il primo, dovuto alla rivolta popolare, probabilmente guidata da zeloti della Galilea, sedata duramente da Pilato con la loro uccisione. Il secondo è la tragedia in seguito al crollo di una torre, sotto la quale muoiono diciotto persone.

Le due situazioni dolorose sono molto diverse: l’una è conseguenza di una ribellione, l’altra è un disastro naturale. Agli occhi di Gesù sembra che non ci sia differenza, perché: «se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo». Il suo sguardo, dunque, si allunga in avanti, sul risultato, che è il perire comunque. Così, egli sposta l’attenzione dalle cause agli effetti. Poco importa di chi è la colpa: dei ribelli, che vanno verso la morte, o della torre che crolla, e uccide chi si trova lì sotto per caso.

Potremmo dire che qui si affaccia “lo sguardo pasquale” di Gesù: non serve cercare i colpevoli, ma vedere cosa può venire di buono dalle situazioni critiche. Quando leggeremo la passione – la domenica delle Palme e il Venerdì santo – non saremo presi dalla rabbia nei confronti di coloro che fanno del male a Gesù. Quei racconti saranno capaci di trasmetterci l’amore col quale il Signore trasforma la cattura in offerta, più che di indurci a cercare i colpevoli.

Questo cambiamento di sguardo è richiesto anche a noi, ogni volta che siamo attratti dalla ricerca delle cause, invece che andare oltre, verso gli effetti positivi che possono derivare anche dalle situazioni più dolorose. Ciò significa convertirsi: passare dallo sconforto alla speranza, dal male al bene, dalla morte alla vita.

Vi è una ragione di fondo che ci spinge in questa direzione: la paziente misericordia di Dio, che non si stanca di attendere, di darci tempo, confidando che ce la possiamo fare, con la sua grazia e per il suo insistente amore. La parabola del fico apparentemente sterile, con la quale si chiude il brano, ci insegna proprio questo: «Signore, lascialo ancora per quest’anno, finché io abbia il tempo di vangargli attorno e di gettare il letame».

Ad un primo sguardo, pare che il padrone della vigna sia più impietoso del vignaiolo, quasi che il Padre sia meno misericordioso del Figlio. In realtà, vengono qui rappresentati due modi di guardare i limiti, le resistenze, le lentezze – dei quali il primo, quello dell’impazienza, è più nostro che di Dio. D’altra parte, la conclusione della parabola ci avverte: «E se in futuro darà frutto, bene, altrimenti lo taglierai». Dunque, possiamo fare affidamento sulla pazienza di Dio, ma senza abusarne. 

Don Maurizio

III Domenica di Quaresima – Vangelo e omelia (23 marzo)

La prova di Gesù come quella di Mosè ed Elia

Una chiave per comprendere la ragione della presenza di Mosè ed Elia sul Tabor potrebbe essere che questi si trovano con Gesù per portargli la consolazione di cui ha bisogno. Anche Mosè ed Elia avevano vissuto eventi paragonabili a quelli scatenati dalla reazione di Pietro all’annuncio della passione (cf. Mc 8,31- 38; Mt 16,21-23). L’analogia è data dal fatto che al modo in cui Gesù interpreta il rifiuto di Pietro (una nuova tentazione, analoga a quelle all’inizio del suo ministero), così Mosè aveva vissuto l’esperienza deludente del vitello d’oro (Es 32) ed Elia quella della fuga verso l’Oreb dopo aver constatato l’insuccesso della sua opera, davanti al popolo che assecondava i profeti di Baal (1Re 18,10-40).

Questi due fatti ebbero luogo proprio su un monte, dopo un fallimento del popolo di Israele che aveva, nel primo caso, costruito un idolo e, nel secondo, sostenuto i sacerdoti di Baal contro cui Elia doveva lottare. Non solo: il vitello d’oro era stato costruito con la complicità di Aronne, il fratello con il quale Mosè dovrà riconciliarsi e per il quale dovrà pregare. Mosè ed Elia, dunque, soccorrono Gesù e gli danno coraggio e conforto per le prove che ha già sostenuto, e quelle che deve ancora vivere: loro sanno bene cosa comporti il rifiuto che Gesù sta ormai sperimentando, perché l’hanno sperimentato in prima persona.

In Gesù, Mosè ed Elia si incontrano, vedono Gesù nella gloria, e gli portano il loro conforto. Al termine, il Padre conferma ai tre discepoli, Pietro incluso, la strada che Gesù dovrà intraprendere. La presenza di Mosè ed Elia non è solo per i discepoli, ma è la consolazione per il Figlio che sta per andare a Gerusalemme. Gesù deve essere consolato e rafforzato – come farà l’angelo al Getsemani, secondo il racconto di Luca, nel momento della lotta estrema (cf. Lc 22,43-44) – circa il suo esodo, ovvero a riguardo del suo futuro, e anche per le altre prove che ha vissuto.

Il brano del vangelo di oggi ci invita a nutrire fiducia nella presenza di Gesù vicino a noi, nel momento della prova. Il Padre consola il Figlio e noi discepoli, ci accompagna e ci sostiene, con la grazia dello Spirito, perché non ci scoraggiamo. Oltre l’oscurità del dolore si accende sempre la luce della speranza, la gloria della risurrezione. 

Don Maurizio

Nel 18esimo anniversario di Sr. Ilaria

Cari amici e care amiche,

sono trascorsi diciotto anni senza Sr Ilaria, e noi siamo ancora qui, fedeli a questo appuntamento annuale, per celebrare la santa Messa in sua memoria, grati per averla conosciuta e amata. Ringrazio anzitutto don Angelo, che tiene vivo il suo ricordo in ogni occasione, soprattutto venendo a celebrare a Casa Ilaria, una volta ogni due mesi. Poi ringrazio tutti voi, che con tanto affetto continuate a tener viva nel vostro cuore la sua presenza.

Quest’anno celebriamo il Giubileo ordinario, dedicato alla virtù della speranza. Anche noi vogliamo essere pellegrini di speranza, seguendo l’indicazione di papa Francesco, per il quale sale a Dio la nostra incessante preghiera, in questo momento di grande prova, affinché possa ritrovare la salute e tornare al suo servizio, nel modo possibile.

Il vangelo di questa prima domenica di quaresima ci mostra come Gesù ha reagito di fronte a tre tentazioni: la fame, il dominio sugli altri, la rinuncia all’umanità. Non possiamo far altro che metterci dinanzi allo specchio dell’esperienza di Gesù, per cercare di comprendere qualcosa anche dell’esistenza di Ilaria. La parola di Gesù è sempre capace di illuminare la nostra vita su ciò che ci sta a cuore, e su quello di cui abbiamo paura o non ci sentiamo capaci di fare.

Ci sta a cuore Ilaria, la testimonianza della sua vita, spesa per nutrire e curare i malati e i poveri del Centrafrica. Qui, la risposta di Gesù alla tentazione di sfamare sé stesso la troviamo nella condivisione, nello spendersi per gli altri, nel dare vita a chi soffre non solo mancanza di pane, ma anche di salute e dignità. Gesù rinuncia a trasformare le pietre in pane perché questo è compito nostro: tocca a noi, al nostro Paese e all’Europa, trasformare le armi in cibo, e smettere di vendere morte, con giustificazioni che mai potranno convincere la coscienza dei credenti. Beati sono gli operatori di pace, non coloro che preparano la guerra o, peggio ancora, quelli che non sanno porvi fine.

Gesù poi rinuncia a dominare il mondo, si offre come un Dio debole, incapace di mettere a posto i regni della terra, ancor oggi sconvolti da dittatori prepotenti e sanguinari, persino nella Terra santa. Quante volte siamo tentati di rimproverare al Signore di non intervenire nel mondo, dimenticando che il suo agire per amore è proprio ciò che lo ha reso vulnerabile. Egli ci salva donando la sua vita, non togliendola ai cattivi. Ilaria ha fatto così: si è spesa fino a morire, e dal suo seme caduto in terra è nata vita nuova, in Africa e qui da noi. Senza questo sguardo di fede nella potenza dell’amore che si dona, non comprenderemmo nulla del Dio che è Gesù, il Figlio amato, che ha preso con sé la sua amata figlia, Ilaria.

Alla terza tentazione, Gesù si sottrae evitando di esibirsi in un inutile spericolato volteggio. Non vuol rispondere al nostro desiderio di vedere un Dio trionfante, che poi sarebbe più disumano che divino. Egli è venuto per servire, non per farsi servire. Ilaria ce lo ha mostrato con chiarezza: stare con i poveri e i malati non consente privilegi; non si può andare nel deserto vestiti di morbide vesti. L’essenzialità con cui Ilaria ha vissuto riflette l’immagine di Gesù servo e Signore, venuto per dare la vita in abbondanza.

Il nostro pensiero va dunque alla sua vita, alle tracce di luce e di amore che ha lasciato dietro di sé, e che noi abbiamo raccolto a Casa Ilaria, qui vicino a noi, e laggiù in Africa, dove ancora Sr Irène assiste i malati, all’ospedale di Bossemptélé, grazie al sostegno di tante persone generose.

Oggi come non mai, la vita di Ilaria grida una verità che, da cristiani, non possiamo tacere, perché proviene dalle labbra di Gesù stesso: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada» (Mt 26,52). Basta con la guerra! Basta con le armi! Non ci sono ragioni sufficienti per uccidere, mai. Se non abbiamo il coraggio di gridare: “pace”, ci saranno sempre buoni motivi per preparare la guerra: la legittima difesa, la sicurezza, la propria terra, la nazione.

Occorre che si alzino voci in difesa della vita e della dignità delle persone, soprattutto le più fragili e indifese. Come cristiani, non possiamo accettare che i vuoti legislativi nazionali vengano colmati da leggi regionali sul suicidio assistito, privando di fondi necessari le cure palliative. Siamo una regione accogliente, una città inclusiva, ma ciò non significa togliere sostegno a chi è più debole.

Ilaria ci ha mostrato con i fatti che la vita si spende, non si toglie; che il malato si cura, non si abbandona; che il povero si assiste, non si emargina. A poco varrebbe ricordare Ilaria senza trarre conseguenze concrete e coraggiose dal suo esempio. Siamo qui a far memoria di una giovane donna, religiosa e medico, con la gratitudine di chi vuol coltivare la pianta nata dalla sepoltura di un seme pieno di vita, irriducibile alla scomparsa nella terra.

Il prezioso tempo della quaresima, da poco iniziato, è occasione di grazia per tutti noi. Vogliamo ravvivare la nostra fede e la nostra carità – con ímpigro amóre, come cantava un inno liturgico antico. Camminiamo nella speranza, verso la Pasqua del Signore, sostenuti dal quel sovrappiù di amore che Ilaria ha lasciato dietro di sé, al quale attingono i ragazzi di Casa Ilaria, come i poveri dell’Africa. Ritrovare dignità; ricevere cura da rapporti sani, con la terra e con gli altri; imparare la solidarietà e il rispetto per chi è più fragile: queste sono le radici della pace, qui affonda il cuore di Ilaria. Con lei nel cuore avanziamo, con lento passo, incontro al Signore, certi che Lui ci viene incontro e ci risolleva sempre.

A Nostra Signora di Lourdes affidiamo tutte le persone ammalate, dinanzi alla grotta dove Ilaria disse il suo primo sì a Gesù, decidendosi per la vita religiosa. Prima di tutto, le affidiamo papa Francesco, che ha dato un’impronta radicalmente evangelica al suo ministero, e si è speso senza risparmio per tutti. A lui noi tutti dobbiamo riconoscere di aver detto un “no” alle armi lungo un intero pontificato, purtroppo da solo.

Prima di concludere questa riflessione, mi sento di rilanciare una proposta che già avanzai qualche anno fa. Sarebbe bello, per il 20esimo anniversario di Sr Ilaria, tra due anni, pubblicare un libretto con le testimonianze di tutti coloro che ne custodiscono un ricordo personale, anche indiretto, su come ella ha vissuto la fede, la speranza e l’amore per Gesù e per i fratelli.

Come penultima cosa, desidero esprimere viva gratitudine a papa Francesco per aver nominato arcivescovo di Pisa padre Saverio Cannistrà, carmelitano, che qui venne a celebrare la Messa per un anniversario di Ilaria. Questo è un grande dono per la nostra Chiesa pisana. Chissà se non ci ha messo una manina Ilaria. Infine, desidero lasciare la parola a Ilaria, che così scriveva l’8 luglio 2000, anche quello un anno santo, in cui dal suo cuore sgorgava un pensiero profondo, illuminato dal Vangelo: «Quale volto mi mostri Gesù? Il volto di un Dio debole? Sì, debolissimo… eppure così forte da non avere paura di mostrare la propria debolezza; da sceglierla come stile di vita e di rapporti… “io vi dico di non opporvi al malvagio”. Occorre accettare di mostrarsi inermi, trasparenti. Occorre accettare gli schiaffi, le offese all’amor proprio e alla propria intelligenza… occorre accettare di camminare lentamente, di fare un miglio in più… Tu l’hai fatto. Tu l’hai compiuto in te… non come esempio di comportamento, ma come rivelazione del volto di Dio che è così. No, tu non sei un Dio vittorioso, trionfante… […] Come si può comprendere il pensiero di Dio? Come si può giudicare il criterio con cui agisce? Trovo in questa pagina del Vangelo una grande pace… quella di cui avevo bisogno al termine di questo giorno… “a chi vuole toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello”».

Don Maurizio