Nuovo calendario Messe

Per gentile ospitalità del Parroco del Carmine,
celebrerò la Santa Messa nella chiesa di San Sepolcro
nelle seguenti domeniche alle ore 12.00:

  • Domenica 8 giugno – ore 12.00
  • Domenica  15 giugno – ore 12.00
  • Domenica 22 giugno – ore 11.30   (con matrimonio)
  • Domenica 29 giugno – ore 12.00   pranzo con i poveri
  • Domenica 6 luglio – non c’è la messa delle ore 12.00
  • Domenica 13 luglio – ore 12
  • Domenica 20 luglio – ore 12
  • Domenica 27 luglio – non c’è la Messa delle ore 12
  • Domenica 3 agosto – non c’è la Messa delle ore 12
  • Domenica 10 agosto – ore 12
  • Assunzione  ven 15 agosto – ore 12
  • Domenica 17 agosto – ore 12
  • Domenica 24 agosto – non c’è la Messa delle ore 12
  • Domenica 31 agosto – ore 12

* La Santa Messa delle 12.00 non è parrocchiale

Don Maurizio Gronchi

Non si turbi il vostro cuore e non si abbatta

I discorsi di Gesù, in prossimità della sua passione, ci vengono riproposti dalla liturgia nel tempo pasquale, per aiutarci a volgere lo sguardo indietro e in avanti. Indietro, verso il Padre che lo ha inviato, con fiducia nelle sue promesse. In avanti, in attesa dello Spirito che verrà, con la speranza di vederne il compimento. Gesù è preoccupato del duplice turbamento che colpirà il cuore dei suoi amici: prima, per la sua morte; poi, per la sua nuova scomparsa in cielo, perciò vuole rassicurarli: “il Paraclito che dà conforto – quello Spirito santo che il Padre manderà nel mio nome – penserà lui a insegnarvi ogni cosa”.

C’è sempre qualcuno che invia qualcun altro, per affidargli una missione, nessuno abbandona nessuno. Anche i discepoli – ovvero anche noi – sono così vincolati al progetto d’amore: siamo tutti inviati in mezzo agli altri per annunciare Gesù, il Signore, che ci ama incondizionatamente. La catena degli inviati resta salda se ancorata al Padre, che ha mandato il Figlio, che rimane con noi mediante lo Spirito, nonostante scompaia alla vista e torni al Padre.

Al Signore sta a cuore che passiamo dal turbamento alla pace. Questo è il dono del Risorto: “Pace lascio a voi, la mia pace dono a voi – non come la dà il mondo, io la dono a voi”. Di questa pace abbiamo urgente bisogno, soprattutto nel momento in cui il Signore sembra scomparire dalla nostra vista, in questo mondo abbandonato alla follia della guerra. Come facciamo a resistere all’istinto della rabbia, quando sappiamo che a Gaza sono stati uccisi nove dei dieci figli della dottoressa Alaa al-Najjar? Perché, Signore, avviene questo? Com’è possibile che nel cuore umano non vi sia pietà, e non si riesca a dire basta alla vendetta? L’unica risposta viene dalle parole di papa Francesco, il 4 gennaio 2017: “Per parlare di speranza a chi è disperato, bisogna condividere la sua disperazione; per asciugare una lacrima dal volto di chi soffre, bisogna unire al suo il nostro pianto”.

Noi cristiani siamo ancora di fronte alla passione di Gesù, alla morte degli innocenti, e non possiamo che invocare la pace, il perdono, la fine della violenza, senza farci prendere dalla spirale dell’odio. Con papa Leone, vogliamo ripetere le parole della sua prima udienza generale: “È sempre più preoccupante e dolorosa la situazione nella Striscia di Gaza. Rinnovo il mio appello accorato a consentire l’ingresso di dignitosi aiuti umanitari e a porre fine alle ostilità, il cui prezzo straziante è pagato dai bambini, dagli anziani, dalle persone malate”.

Ascoltare il vangelo della pace, dell’amore che perdona e riconcilia è l’unica cosa che ci dà speranza. Confidiamo nel cuore buono di tutti coloro che, con indignazione, e senza violenza, sono disposti ad accogliere il grido che sale da quella Terra: santa per la grazia della Pasqua del Signore, e insanguinata dal sacrificio di troppi innocenti.

Don Maurizio

VI Domenica di Pasqua – Vangelo e omelia (25 maggio 2025)

La pace del Cristo risorto

Papa Leone, affacciatosi alla Loggia delle benedizioni di San Pietro, ha salutato la Chiesa e il mondo con queste parole, giovedì 8 maggio:

«La pace sia con tutti voi! Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il Buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente»

Così Papa Leone si rivolgeva al Corpo diplomatico, venerdì 16 maggio:

«Da parte sua, la Chiesa non può mai esimersi dal dire la verità sull’uomo e sul mondo, ricorrendo quando necessario anche ad un linguaggio schietto, che può suscitare qualche iniziale incomprensione. La verità però non è mai disgiunta dalla carità, che alla radice ha sempre la preoccupazione per la vita e il bene di ogni uomo e donna. D’altronde, nella prospettiva cristiana, la verità non è l’affermazione di principi astratti e disincarnati, ma l’incontro con la persona stessa di Cristo, che vive nella comunità dei credenti. Così la verità non ci allontana, anzi ci consente di affrontare con miglior vigore le sfide del nostro tempo, come le migrazioni, l’uso etico dell’intelligenza artificiale e la salvaguardia della nostra amata Terra. Sono sfide che richiedono l’impegno e la collaborazione di tutti, poiché nessuno può pensare di affrontarle da solo».

Sabato 17 maggio, Papa Leone rivolgeva queste parole alla Fondazione “Centesimus annus”:

«Nel contesto della rivoluzione digitale in corso, il mandato di educare al senso critico va riscoperto, esplicitato e coltivato, contrastando le tentazioni opposte, che possono attraversare anche il corpo ecclesiale. C’è poco dialogo attorno a noi, e prevalgono le parole gridate, non di rado le fake news e le tesi irrazionali di pochi prepotenti. Fondamentali dunque sono l’approfondimento e lo studio, e ugualmente l’incontro e l’ascolto dei poveri, tesoro della Chiesa e dell’umanità, portatori di punti di vista scartati, ma indispensabili a vedere il mondo con gli occhi di Dio. Chi nasce e cresce lontano dai centri di potere non va semplicemente istruito nella Dottrina Sociale della Chiesa, ma riconosciuto come suo continuatore e attualizzatore: i testimoni di impegno sociale, i movimenti popolari e le diverse organizzazioni cattoliche dei lavoratori sono espressione delle periferie esistenziali in cui resiste e sempre germoglia la speranza. Vi raccomando di dare la parola ai poveri».

Don Maurizio

Semper in Christo vivas, Pater Sancte!

La domenica ottava di Pasqua, dedicata alla misericordia, ci presenta almeno tre motivi su cui meditare: la pace, il perdono e la fede. Il primo è l’insistenza di Gesù sulla pace. Tre volte ripete ai discepoli: “Pace a voi!”, sorpresi dalla sua visita nel luogo dove erano riuniti a porte chiuse – le porte chiuse del loro cuore desolato –, ai quali mostra i segni della passione, per rassicurali che è proprio lui. Come loro, anche noi abbiamo bisogno di pace nel cuore, tra i popoli, nel mondo di oggi sconvolto da troppi pezzi di una terza guerra mondiale. Il crocifisso-risorto ci offre il suo dono pasquale: preghiamo perché i potenti della terra, riuniti per un momento davanti al corpo esamine del Papa, accolgano questa supplica che viene dal cielo e dal grido soffocato dei poveri della terra.

Il secondo motivo è il perdono che Gesù affida alle fragili mani dei ministri della sua Chiesa. Tutti abbiamo bisogno di misericordia, di riconciliazione, di salvezza. Il Signore perdona e chiede di perdonare: senza misericordia non c’è pace. Per noi cristiani questi doni del Signore risorto sono un compito da accogliere e realizzare.

IL terzo motivo viene dall’esperienza di Tommaso, il discepolo assente la sera di quello stesso giorno, ma presente otto giorni dopo, insieme con gli altri. Un’assenza provvidenziale, ché ci offre l’occasione per capire come si sentono coloro che dubitano, ai quali manca il dono della fede, perché hanno bisogno di prove dirette, e non si fidano della testimonianza di altri. Tommaso prova invidia, si sente escluso dal privilegio concesso agli altri. Ma Gesù lo sorprende: “Metti qui il tuo dito, guarda le mie mani!”. Ciò che Tommaso ha di fronte sono le ferite del crocifisso: questo è il suo Signore e il suo Dio, l’amico che per amore ha dato la vita. Questi è colui che va riconosciuto.

L’esperienza della fede non cancella le tracce della prova e del dolore, ma le trasforma in affidamento, in compagnia, nella nuova presenza reale e sfuggente del Signore, come era avvenuto per Maria di Magdala e i discepoli di Emmaus. Il Signore c’è, è vivo, eppure scomparirà dalla vista. Ciò che lascia vuoto è il sepolcro, non il cuore colmo di meraviglia e di gratitudine dei suoi amici. In questa domenica “in albis”, anche noi siamo invitati a rivestire l’abito bianco dei neofiti, con in mano la rosa bianca degli amici più poveri, che hanno salutato per ultimi Papa Francesco, ma che saranno i primi accanto a lui nel regno dei cieli. Che non manchi in noi la riconoscenza per il dono che abbiamo ricevuto per il suo ministero petrino. Papa Francesco, prega per noi. Semper in Christo vivas, Pater Sancte!

Don Maurizio

Il vestito, l’anello, i sandali e il vitello

 La parabola del padre misericordioso e dei due figli racconta di Dio e di noi, in modo straordinario. Parla di lontananza e di prossimità, di morte e di risurrezione. Si comincia dalla perdita. Per il figlio più giovane, il padre è come morto: gli chiede l’eredità; e il padre dirà che questo suo figlio era morto. Quanti genitori si specchiano in una simile condizione, per le più diverse situazioni! La legittima aspirazione alla libertà di un figlio, talvolta, porta a sacrificare tutto, persino a perdere ciò che ha di più caro, la base sicura della vita, senza valutarne le conseguenze estreme.

Dall’altra parte c’è il figlio maggiore, schiacciato dal senso di responsabilità, che osserva le regole, adempie servizi, fa tutto ciò che è comandato, ma non è contento. Alla fine, non è felice il giovane, che si ritrova in un porcile, povero e affamato; non è felice il fratello, che non osa chiedere nulla per far festa con gli amici, perché vive nel timore.

Potremmo pensare ad un padre che ha fallito nel suo ruolo educativo: il giovane se ne va, con le pretese; l’altro rimane, col cuore chiuso. La parabola di Gesù mette a nudo, con estremo realismo una verità scomoda: la vita delle relazioni familiari è una prova per tutti. E di fronte alle situazioni critiche viene fuori la verità del cuore.

Il figlio più giovane è spinto dalla fame, è vero, ma ha anche il coraggio di guardarsi dentro: riconosce di aver mancato contro il cielo e davanti al padre. Fa un esame di coscienza e si mette in cammino verso casa, adesso senza più pretese. Da lontano, il padre, che lo aspetta, lo vede, gli sobbalza il cuore e gli corre incontro, lo abbraccia, lo bacia. Riprende così la vita perduta. Non conta più il passato doloroso per entrambi, adesso c’è ancora domani.

Quattro segni, persino eccessivi agli occhi di tutti – dei servi e del fratello maggiore –, celebrano la rinascita del figlio perduto e ritrovato: la veste della dignità, l’anello dell’autorità, i sandali della libertà (gli schiavi andavano scalzi), il vitello dell’abbondanza.

Come si fa a non gioire tutti insieme? Questa è la domanda che dovrebbe sorgere in chi ascolta o legge la parabola. Eppure c’è una resistenza. Il fratello sembra non farcela, è come se gli venisse tolto qualcosa. Non si capisce quanto tenesse al fratello, anzi, la sua rabbia si rivolge nei confronti del padre, che chiama tutti a far festa.

La parabola ci lascia in sospeso. Ai due primi momenti forti – il dolore iniziale del distacco e la gioia dell’abbraccio ritrovato – segue la triste resistenza del figlio maggiore. Non sappiamo se e quanto sia durata. Certo è che questa è la parabola della vita: un groviglio di esperienze e di sentimenti nel quale lo sguardo del Signore è l’unico che oltrepassa qualunque fallimento. Solo il suo amore senza limiti è capace di lasciar andare, di accogliere il rifiuto, di perdonare e di donare vita in abbondanza, persino in eccesso, oltre ogni merito. Questa è la nostra speranza.

Don Maurizio

Lo sguardo pasquale di Gesù e la sua pazienza

Due temi principali emergono dal brano evangelico di questa terza domenica di quaresima: lo sguardo in avanti di Gesù, dinanzi alle sventure umane, e la pazienza del Signore rispetto alle nostre lentezze e resistenze. Con gli esempi iniziali, Gesù riflette su due diversi casi di sventura. Il primo, dovuto alla rivolta popolare, probabilmente guidata da zeloti della Galilea, sedata duramente da Pilato con la loro uccisione. Il secondo è la tragedia in seguito al crollo di una torre, sotto la quale muoiono diciotto persone.

Le due situazioni dolorose sono molto diverse: l’una è conseguenza di una ribellione, l’altra è un disastro naturale. Agli occhi di Gesù sembra che non ci sia differenza, perché: «se non vi ravvedete, perirete tutti allo stesso modo». Il suo sguardo, dunque, si allunga in avanti, sul risultato, che è il perire comunque. Così, egli sposta l’attenzione dalle cause agli effetti. Poco importa di chi è la colpa: dei ribelli, che vanno verso la morte, o della torre che crolla, e uccide chi si trova lì sotto per caso.

Potremmo dire che qui si affaccia “lo sguardo pasquale” di Gesù: non serve cercare i colpevoli, ma vedere cosa può venire di buono dalle situazioni critiche. Quando leggeremo la passione – la domenica delle Palme e il Venerdì santo – non saremo presi dalla rabbia nei confronti di coloro che fanno del male a Gesù. Quei racconti saranno capaci di trasmetterci l’amore col quale il Signore trasforma la cattura in offerta, più che di indurci a cercare i colpevoli.

Questo cambiamento di sguardo è richiesto anche a noi, ogni volta che siamo attratti dalla ricerca delle cause, invece che andare oltre, verso gli effetti positivi che possono derivare anche dalle situazioni più dolorose. Ciò significa convertirsi: passare dallo sconforto alla speranza, dal male al bene, dalla morte alla vita.

Vi è una ragione di fondo che ci spinge in questa direzione: la paziente misericordia di Dio, che non si stanca di attendere, di darci tempo, confidando che ce la possiamo fare, con la sua grazia e per il suo insistente amore. La parabola del fico apparentemente sterile, con la quale si chiude il brano, ci insegna proprio questo: «Signore, lascialo ancora per quest’anno, finché io abbia il tempo di vangargli attorno e di gettare il letame».

Ad un primo sguardo, pare che il padrone della vigna sia più impietoso del vignaiolo, quasi che il Padre sia meno misericordioso del Figlio. In realtà, vengono qui rappresentati due modi di guardare i limiti, le resistenze, le lentezze – dei quali il primo, quello dell’impazienza, è più nostro che di Dio. D’altra parte, la conclusione della parabola ci avverte: «E se in futuro darà frutto, bene, altrimenti lo taglierai». Dunque, possiamo fare affidamento sulla pazienza di Dio, ma senza abusarne. 

Don Maurizio

III Domenica di Quaresima – Vangelo e omelia (23 marzo)