Gruppo informale “Cultura e carità”

– Webinars su I semi teologici di Francesco

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21 maggio ore 21: “La vulnerabilità”, con Pietro Barbucci

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Miracoli

«Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demoni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno» (Marco16,17-18). Gesù promette ai suoi discepoli di compiere e di assistere a prodigi che oltrepassano le capacità umane. Al di là di ogni legittimo scetticismo, chi non si è meravigliato di qualche evento sorprendente al punto da chiamarlo miracolo, senza per questo scomodare il soprannaturale? Non si tratta qui di discutere sulla fede negli interventi divini, ma di considerare la possibilità dell’improbabile che accade. Il sostantivo “miracolo”, infatti, deriva dal latino miracŭlum “cosa meravigliosa”, dal verbo mirari “ammirare, meravigliarsi”.

Trovarsi di fronte a qualcosa di inatteso, davanti a una sorpresa può suscitare reazioni diverse quali la paura, lo sbigottimento, la meraviglia, una gioia incontenibile e molte altre non definibili con una parola. La notizia della morte improvvisa di un amico genera certamente sconcerto e profondo dolore. Il risultato inaspettatamente positivo di un test di gravidanza è motivo di grande gioia, per coloro che desiderano un figlio. Lo stesso vale per l’esperienza del ritrovamento di una cosa smarrita o di una persona che si credeva ormai perduta per sempre. Si tratta di eventi istantanei, che sprigionano moti istintivi, non ragionati; emerge in un momento qualcosa che affonda nell’intimo delle proprie aspettative, delle speranze e dei timori più reconditi. A un tratto, ecco l’accadimento: qualcosa di nuovo che stupisce, meraviglia, incanta.

Le cose che uno attribuisce al caso, il credente le prende come un segno. È possibile che un miracolo non sia solo qualcosa che ti è accaduto, ma anche qualcosa che non ti è successo, come un pericolo scampato o il risultato negativo di un’analisi medica. Ci sono diverse cose che non dipendono da noi, nonostante pretendiamo spesso di averne il controllo. Per riconoscere un miracolo non è necessario essere credenti: basta essere umani, aperti all’inedito, liberi dall’autoreferenzialità, disponibili all’incontro. Trova solo chi lascia aperte tutte le porte: il cuore è la regione dell’inatteso. Come scriveva Cesare Pavese: «Lo stupore è la molla di ogni scoperta. Infatti, esso è commozione davanti all’irrazionale».

Ci sono alcune cose sorprendenti, alla portata di tutti, ma che non tutti sono disposti a fare, e quando avvengono si può davvero gridare al miracolo. Quando qualcuno è disposto a cacciare il demone della divisione, a parlare la lingua dell’amore e del perdono, a prendere in mano il serpente dell’invidia e a bere il veleno dell’ostilità senza soccombere, a stendere le mani per sostenere il più debole, allora diventa vero ciò che Forrest Gump teneva a mente: «Mamma diceva sempre che i miracoli accadono tutti i giorni!».

don Maurizio

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Comandamento

«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Giovanni 15,12). Gesù si rivolge così ai suoi discepoli, che preferisce chiamare amici anziché servi, perché li ha messi a parte di ciò che ha di più caro: l’intimo rapporto con suo Padre. Di solito ai servi si danno ordini, non agli amici, eppure Gesù comanda ai suoi di amare. Ma si può davvero imporre l’amore? Un detto popolare afferma che “al cuor non si comanda”, per esprimere quel moto spontaneo e improvviso che si addice più all’innamoramento che all’amore. Come se si trattasse di fatalità, sembra che sia l’istinto a comandare, in realtà è l’amore vero che orienta e governa le relazioni, perché spinge da dentro: è un’esigenza profonda del bene, da donare e da ricevere.

Il problema è imparare a riconoscere questo impulso vitale, al quale obbedire non perché qualcuno ci obbliga, ma per fedeltà anzitutto a sé stessi e alla carne ferita dei fratelli. Scriveva Simone Weil: «È vero che bisogna amare il prossimo, ma nell’esempio che Cristo dà per illustrare questo comandamento il prossimo è un essere nudo e sanguinante, svenuto sulla strada e di cui non si sa niente. Si tratta di un amore del tutto anonimo, e per ciò stesso universale» (Simone Weil, Attesa di Dio). Ci sono situazioni in cui è necessario soccorrere e difendere chiunque è offeso e maltrattato, senza scusanti diplomatiche: non farlo è vigliaccheria di cui vergognarsi.

Quante volte ci capita di sprecare parole sull’amore, magari senza accorgerci di chi abbiamo accanto. Ecco che ci viene in aiuto quel «come io ho amato voi»: occorre guardare come ama un altro, vedere e prendere esempio, anche nel caso in cui quell’amore non fosse rivolto a sé. Non si tratta di obbedire a qualcuno, ma di apprendere, di imitare, di fare lo stesso. Se il genitore non mostra con i fatti cosa vuol dire amare, è inutile che lo pretenda dal figlio: può comandare tutto quello che vuole, non otterrà nulla. Non si può esigere ciò che non si dona.

Quando s’impara a non vedere solo sé stessi, qualunque cosa facciamo riceve un’altra luce, al punto da non dover neppure scegliere chi amare né perché. Sant’Agostino, che aveva uno sguardo ampio sull’amore, scriveva: «Ama e fa’ ciò che vuoi; sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene» (Commento alla Prima lettera di Giovanni 7,7-8).

don Maurizio

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Legami

«Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla» (Giovanni 15,5). Gesù offre ai suoi amici un legame buono, certo, fecondo. Egli assicura che chi resta con lui, nella fede, porta frutti duraturi di vita e di amore. Per capire l’importanza di un rapporto di questo genere occorre riflettere sui legami che meritano di essere custoditi. Ciascuno di noi fa esperienza di situazioni e relazioni in cui, ad un certo punto, tocca decidere se stare o andare. Ci sono legami che garantiscono stabilità, protezione e sicurezza: abbiamo paura di perderli. Altri, invece, nei quali s’insinuano esitazione, timore, pericolo: non sappiamo se è il caso di sottrarsi. Non è facile scegliere, in questi casi, se resistere o mollare. Che cosa fa decidere di rimanere in una situazione oppure di abbandonarla in cerca di altro?

Pensiamo, ad esempio, al luogo della nascita: da una parte trattiene, ci sono le radici, il passato, la memoria; dall’altra si affaccia il futuro necessario, che spinge in avanti, con le sue incognite e nuove opportunità. Su questo rifletteva Cesare Pavese: «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti» (La luna e i falò, 1950).

Se consideriamo l’amore, per questo, a volte si resta o si fugge; c’è chi non riesce ad andarsene e chi non sa rimanere. Non sempre siamo disposti a trovare un senso alla prova, per resistere con la fiducia di potercela fare insieme. Su questo forse dovremmo interrogarci meglio, prima di dire non ce l’ho fatta, non ne posso più, me ne vado, vattene. In realtà, nei legami importanti la vera sfida sta nel rimanere ciò che si è, pronti a lasciarsi trasformare. Tra i discepoli di Gesù c’erano dei pescatori, ai quali toccò l’imprevista sorte di cambiare mestiere, con l’esito paradossale di restare ciò che erano: gente disposta a rischiare. Nelle sue lettere al fratello Theo, Vincent Van Gogh scriveva: «I pescatori sanno che il mare è pericoloso e le tempeste terribili, ma non hanno mai considerato quei pericoli ragioni sufficienti per rimanere a terra».

Opporre stabilità e cambiamento non è utile: solo l’amore conosce l’instabile equilibrio tra forza e fragilità, perché non crea legami così stretti da soffocare né così deboli da lasciar andare. Ce lo ricordano le parole struggenti di Eugenio Montale:

«Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue».

don Maurizio

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Voce

«E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore» (Giovanni 10,16). Con questa similitudine, Gesù propone lo strano effetto del riconoscimento della sua voce di pastore anche da parte delle pecore di un altro ovile. Di solito si percepisce come nota la voce di chi si conosce, non quella degli estranei. Eppure esistono voci capaci di toccare così profondamente l’animo da risultare immediatamente familiari. Sembra questa la fiduciosa pretesa di Gesù nei confronti dell’umanità, compresi coloro che non lo conoscono: in modo misterioso, la sua voce parla ad ogni cuore.

Questa idea ci suggerisce una riflessione. La voce non è solo un mezzo che trasmette parole, idee, concetti. Dicono molto di più il tono e l’inflessione di quanto si vuol comunicare. È diverso dallo scrivere. Infatti, oggi specialmente i giovani preferiscono inviare messaggi vocali, perché è un modo più rapido e semplice, che richiede meno riflessione rispetto alla scrittura. La voce espone, rivela, tradisce il proprio stato d’animo e tocca le corde dell’emozione di chi ascolta. Non di rado capita di fraintendersi o di entrare in conflitto a causa del tono della voce più che per i contenuti delle affermazioni.

La voce esprime disponibilità e accoglienza o esitazione e resistenza. Sulle voci si riflette solo a distanza; quando siamo in presenza i sensi si attivano contemporaneamente – la vista, l’udito, l’olfatto – e la percezione è sintetica. La voce, invece, evoca memoria, suscita ricordi, risuona e sfugge al tempo stesso, oltrepassa i contenuti e va dritta al cuore. Quando viene a mancare una persona cara, si fa struggente la nostalgia della sua voce, sembra di sentirla ovunque, penetra nelle fibre più intime e solleva in alto – come ci ricorda Pablo Neruda:

«Canti e a sole e cielo col tuo canto
la tua voce sgrana il cereale del giorno,
parlano i pini con la lor lingua verde:
gorgheggiano tutti gli uccelli dell’inverno.

Il mare empie le sue cantine di passi,
di campane, di catene e di gemiti,
tintinnano metalli e utensili,
suonano le ruote della carovana.

Ma solo la tua voce ascolto e sale
la tua voce con volo e precisione di freccia,
scende la tua voce con gravità di pioggia,
la tua voce sparge altissime spade,
torna la tua voce carica di viole
e quindi m’accompagna per il cielo».

Se qualcuno ti parla sottovoce, aspetta che ti avvicini. Questa è la delicatezza di Dio con noi, e di chi ci vuole bene.

don Maurizio

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– Webinars su I semi teologici di Francesco

Calendario:

Venerdì 23 marzo ore 21 – La reciprocità (Marina Soriani)

Per partecipare al Webinar, ecco le credenziali per accedere:

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