Sono venuto a gettare fuoco sulla terra

Quello di oggi è un brano evangelico difficile. Alle nostre orecchie suona stridente, abituati come siamo a sentire parole diverse, soprattutto sulla pace. Sembra che Gesù voglia destare un’attenzione particolare nei confronti della sua missione. Il fuoco, la divisione, il contrasto sono temi e immagini ambivalenti. Non rimandano soltanto ad aspetti negativi, provocano piuttosto una riflessione sul messaggio di Gesù, che non permette facili accomodamenti.

Viene qui in luce la dimensione purificatrice del Vangelo. Il fuoco dello Spirito portato da Gesù, da una parte riscalda il cuore, dall’altra elimina le scorie del male; è consolazione nella prova, e segno del giudizio che separa l’autenticità dalla falsità.

La seguente espressione di Gesù sul battesimo che lo attende – ovvero l’imminente esperienza della passione – collega al fuoco il simbolo battesimale dell’acqua, per dire come l’immersione dolorosa nella morte, la separazione dell’anima dal corpo, avverrà anzitutto in lui, nella sua sorte personale. Da quella inaudita scissione nascerà una nuova umanità: purificata, perdonata, riconciliata. Lo esprimerà bene san Paolo: «Egli infatti è la nostra pace, lui che ha fatto dei due una cosa, abbattendo la barriera del muro divisorio e annullando nella sua carne l’inimicizia» (Ef 2,14).

Cosa significa, dunque, che Gesù non è venuto a portare la pace sulla terra, ma la divisione, specialmente all’interno delle famiglie? L’esperienza della vita cristiana registra momenti in cui scegliere secondo il Vangelo ci pone di fronte a un bivio. Pensiamo alla decisione di accogliere o meno un figlio, all’interno di una coppia; alla scelta da fare nei confronti della vita di un malato terminale, la cui sofferenza appare insopportabile; alla tentazione di vendicare una grave offesa subita; all’istinto di protrarre una guerra all’infinito.

Quale pace è possibile, quando sembrano esserci buone ragioni per rispondere al male col male, credendolo un bene? Ci sono poi divisioni che nascono all’interno di rapporti familiari, per cose molto più ordinarie, come: gli interessi economici, le infedeltà coniugali, l’educazione dei figli, i doveri fiscali, l’incompatibilità caratteriale, la competizione per la carriera, l’ambizione e la sete di denaro.

In tutto questo, la via della pace è possibile solo se ci lasciamo purificare dal fuoco dell’amore, che il Signore accende nei cuori disposti a lasciarsi illuminare e riscaldare. Gesù ci mette di fronte a ciò che viviamo ogni giorno non per scoraggiarci, ma per offrirci l’opportunità di abbandonare l’egoismo personale, di gruppo, di popolo, di nazione.

Ci saranno sempre divisioni, e la pace resterà sempre un sogno, ma la grazia del Signore non mancherà mai di indicarci e donarci la possibilità di immergerci nel suo amore, che perdona, risana e salva.  

Don Maurizio

Beata colei che ha creduto

La Chiesa celebra oggi il compimento celeste della esistenza terrena di Maria, la madre di Gesù, il Figlio di Dio. Non sono i racconti evangelici a darci prova di questo evento, ma la coerente comprensione della fede, attestata da una tradizione ininterrotta, e confermata dal fatto che non esiste una tomba né un luogo che ricordi la sepoltura di Maria.

Nel 1950, papa Pio XII proclamava solennemente: «l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo» (Cost. Ap. Munificentissimus Deus, 1 nov. 1950). Senza specificare il modo della conclusione del corso della vita terrena di Maria – morte o dormizione –, veniva affermata la piena partecipazione della Vergine santa al destino glorioso del Figlio. Partecipe della sua morte e risurrezione, ella è stata assunta nella gloria del cielo in anima e corpo.

Nel brano evangelico della visitazione di Maria, sulle labbra della cugina Elisabetta compare un’espressione che ci fa intuire questo destino straordinario: «E beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto». Poiché Maria è stata la perfetta credente, per lei valgono pienamente anche le promesse della fede: è beata nella gloria celeste presso Dio. L’intimo legame col suo Figlio, grazie alla sua maternità divina, fa sì che sia resa partecipe dello stesso destino ultimo.

Oggi contempliamo Maria là dove noi tutti siamo chiamati, quando sarà concluso il nostro cammino terreno. Perciò la liturgia ci invita a guardare a Maria come “segno di consolazione e di sicura speranza”: dov’è lei, accanto a Gesù, saremo anche noi, nella pienezza della vita.

Maria sta dalla parte delle creature: non è una divinità femminile, né la femminilità divinizzata. Perciò, teniamo ferma la nostra fede nella potenza della grazia di Dio, che ha ricolmato di doni quella ragazza di Nazaret, “piena di grazia” e “assunta nella gloria”, che ci è data come madre, perché seguiamo il suo Figlio sulla via dell’amore.

La visita ad Elisabetta ci ricorda che la prima risposta di Maria al dono della concezione di Gesù è la carità verso la cugina, in attesa come lei di un figlio non immaginato. Entrambe portano in grembo un dono inatteso, differente per l’origine fisica, eppure simile per la provenienza divina. L’anziana sterile e la giovane vergine accolgono e si incontrano: è il segno della nuova umanità. Il Signore fa sorgere dal basso ciò che dona dall’alto, nei modi che lui solo sa fare.

Preghiamo Maria con la più antica preghiera della tradizione cristiana, affinché continui ad accompagnarci sulla strada che ella ha felicemente terminato: «Sotto la tua protezione cerchiamo rifugio, Santa Madre di Dio. Non disprezzare le suppliche di noi che siamo nella prova, ma liberaci da ogni pericolo, o Vergine gloriosa e benedetta».

Don Maurizio

A chi è stato affidato molto

Il brano evangelico di oggi contiene diversi insegnamenti, che ruotano intorno all’immagine della coppia servo-padrone. Potremmo lasciarci ingannare dall’idea che Gesù intenda paragonare il rapporto tra il Signore e noi a quello tra padrone e servi. In realtà, Gesù non ci chiama servi, ma amici, e il Padre suo ci insegna a pregarlo come Padre nostro.

In effetti, però, molte relazioni al tempo di Gesù erano segnate dai rapporti gerarchici del tipo servo-padrone. In qualche modo, anche noi oggi possiamo assimilare questo tipo di dipendenza alle badanti, ai collaboratori familiari, agli operai, ai dipendenti di azienda. La conclusione del brano ci aiuta a comprendere come Gesù consideri il senso di queste relazioni: “A chi è stato affidato molto, sarà domandato ancora di più”. Il che vuol dire che esistono responsabilità verso le persone, non riducibili a rapporti di lavoro. Perciò, non basta la giustizia: è necessaria la carità.

Se non consideriamo gli altri come fratelli e sorelle, saremo trattati come quei servi che il Signore, al suo arrivo improvviso, punirà duramente. Se invece li avremo trattati con amore, sarà lui a farci sedere a mensa e passerà a servirci.

Gesù ha a cuore relazioni di reciprocità nel servizio: lui è il Signore e il Maestro che lava i piedi ai discepoli; che non è venuto per essere servito, ma per servire; e il più grande tra noi sarà il servo di tutti. Il rovesciamento delle relazioni, in forza della carità, è il dono più prezioso che Gesù ci ha fatto: il vero potere è donare la propria vita, non sacrificare quella degli altri.

Oggi, più che mai, è di questa testimonianza che ha bisogno il nostro mondo, lacerato da guerre e odio senza fine. Occorre essere pronti e solerti nel reagire al male col bene, all’istinto di vendetta col perdono, alla guerra con la pace. Preghiamo perché i potenti della terra smettano di trattare i loro popoli come servi, come carne da macello, asservita agli interessi del mercato delle armi, dove i più piccoli e i più deboli sono ridotti a scheletri viventi, affamati e umiliati fino all’estremo della disumanità.

Verrà un giorno in cui a loro – e a noi – sarà chiesto conto delle responsabilità avute verso i fratelli e le sorelle più fragili, che ci sono stati affidati e che abbiamo incontrato sulla nostra strada. Che il Signore non ci trovi complici di chi ha le mani sporche di sangue, ma con le nostre piene di amore, di misericordia e di perdono.

La forza della fede cristiana risiede proprio nell’inermità, che sembra debolezza, perché dà il senso dell’impotenza. In realtà, è il solo modo con il quale Gesù si è posto davanti ai piccoli signori del suo tempo. La domanda: “perché mi percuoti?”, rivolta ai suoi crocifissori, risuona ancora nel grido soffocato di troppi innocenti, vittime di un odio inspiegabile, proprio nella stessa terra che ha udito la stessa domanda di Gesù.

Don Maurizio

Ospitalità, servizio e ascolto

Potrà apparire come una ingrata scortesia quella di Gesù nei riguardi di Marta, che lo accoglie in casa sua e si prodiga al suo servizio. Il confronto con la passività di Maria sua sorella, incantata ai piedi del Signore, sembra svalutare l’impegno generoso di Marta. Ma proprio qui sta la provocazione di Gesù, raccolta dall’evangelista Luca e rilanciata a noi lettori: per il Signore, conta più il servizio materiale o l’ascolto contemplativo?

Le comunità cristiane di oggi continuano a chiedersi quale sia la parte migliore tra l’azione e la contemplazione, ma in tal modo sembrano non dare del tutto ascolto all’elogio di Gesù nei confronti di Maria: «si è scelta parte buona, che non le sarà sottratta». L’unica cosa di cui c’è bisogno è accorgersi del Signore in mezzo a noi. Potremmo fare molte cose per lui, con le migliori intenzioni, ma varrebbe ben poco senza il cuore rivolto a lui, attenti alla sua parola, al suo silenzio, alla sua presenza.

In realtà, è la stessa Marta ad offrire a Gesù l’occasione per un deciso, seppure delicato, rimprovero: «Signore, non t’importa che mia sorella abbia lasciato me sola a servire?». Come per dire: chi conta di più, tra me e lei, ai tuoi occhi? Il problema dunque è nostro, quando pretendiamo di stabilire confronti e gerarchie. Per tale ragione, la sapienza credente ha sempre cercato di coniugare lavoro e preghiera, azione e ascolto, attività e riposo, carità e silenzio.

Il brano evangelico di oggi, al di là della falsa alternativa, pone l’accento sull’ospitalità, sul fare spazio al Signore e agli altri nella nostra casa, nelle nostre zone di conforto, nel nostro cuore, laddove accogliere significa agire e ascoltare, sapendo riconoscere l’ordine delle cose. Varrebbe a poco dare un’offerta al mendicante, senza prima chiedergli il nome, ascoltare le sue parole, sentire col cuore il suo bisogno.

In un momento drammatico come quello che stanno vivendo troppe popolazioni inermi, offese e ferite dall’arroganza di chi tiene in mano solo armi, col cuore pieno di odio e di crudeltà, l’appello all’ospitalità, al nutrimento, all’ascolto ci interroga profondamente. Non basta cercare spiegazioni al perché: occorre alzare la voce in difesa dei più deboli, mettersi al loro servizio, pregare per la clemenza, il perdono, la pace. Soprattutto nella terra di Gesù, dove in nome di un dio che non è suo Padre, continuano a scorrere fiumi di sangue, con la strage di nuovi innocenti. Ha ragione il cardinale Pietro Parolin a ricordare che «i cristiani sono un elemento di moderazione proprio all’interno del quadro del Medio Oriente e anche nei rapporti tra palestinesi ed ebrei». Preghiamo Dio che il cosiddetto “errore” non sia il primo passo per l’eliminazione anche dei cristiani.    

Don Maurizio

XVI Domenica del tempo Ordinario – Vangelo e omelia (20 luglio)

Si sentì commosso nelle viscere

Assomiglia a un dialogo tra due rabbini quello di Gesù con il dottore della legge, nato da una provocazione, per vedere cosa conta di più nella legge di Mosè. Sul precetto di amare Dio e il prossimo c’è accordo, questo potrebbe bastare, ma il dottore insiste, vuol sapere chi è il prossimo. Gesù racconta una storia semplice, quotidiana, che capita in un contesto pericoloso come quello della strada che va da Gerusalemme a Gerico.

L’uomo mezzo morto, incappato nei briganti, giace sul ciglio della strada, chi passa di lì non può ignorarlo. Eppure un sacerdote e un levita lo vedono e lo evitano: non possono contaminarsi, la legge li vuole puri per il culto, il loro Dio non sarebbe contento. Il samaritano, invece, che non ha la preoccupazione di obbedire alla legge, «appena lo vide, si sentì commosso nelle viscere». Seguono subito una serie di gesti concreti, che passano dal cuore alle mani, fino a coinvolgere un altro, l’albergatore. La cura non è superficiale, il samaritano vuole assicurarsi che il poveretto si rimetta del tutto.

Con questa storia, Gesù parla di sé, raccontando di un altro. Lui, escluso, marginale, non integrato nel sistema religioso ebraico, vede e si ferma, ha compassione di tutti i sofferenti, dei feriti nel cuore e nella carne, degli abbandonati. Di ciascuno di noi. Per capire chi è il prossimo, quindi, non c’è da cercare vicino o lontano, ma basta vedere il Signore che si accosta a noi, si prende cura delle nostre piaghe, vi versa l’olio della consolazione e il vino della speranza, e ci affida ai fratelli e alle sorelle, perché ci aiutino a rimetterci completamente.

Se riconosciamo nel Signore Gesù il Dio che si è fatto prossimo a questa nostra umanità ferita, faremo meno fatica a comprendere che a ciascuno di noi è affidato il compito di farci prossimo degli altri, dei più deboli e vulnerabili, di fare lo stesso. Anzi, la parabola dischiude uno scenario ulteriore, se confrontata con un’altra parola di Gesù: «ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40).

Alla fine, il Signore, pur di venirci a trovare, non è solo il buon samaritano dell’umanità, ma anche colui che si nasconde nel mezzo morto. Questo è il segno che egli fa di tutto per incontrarci là dove siamo, sulle strade del mondo che, come quella tra Gerusalemme e Gerico, sono oggi sempre più insanguinate, ma anche attraversate da tanti buoni samaritani silenziosi e operativi, che vedono, si fermano e si prendono cura.    

Don Maurizio

XV Domenica del tempo Ordinario – Vangelo e omelia (13 luglio)

Vieni, padre dei poveri, vieni, datore dei doni

L’antica sequenza di Pentecoste, che oggi anima la nostra preghiera, esprime la bellezza del dono che il Padre e il Figlio effondono sulla Chiesa nascente, e su quella di ogni tempo. La promessa di Gesù è compiuta: «il Paràclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto».

Non ci resta che accogliere lo Spirito, come già facemmo nel battesimo e nella cresima, per lasciarci abitare dal dolce ospite dell’anima, Colui che imprime il volto del Figlio in noi, e ci insegna a pregare insieme il Padre nostro, riconoscendoci fratelli e sorelle, nell’unica famiglia umana ed ecclesiale.

Quando siamo abbattuti, Egli ci consola; se non sappiamo cosa decidere, ci consiglia; dove brancoliamo nel buio, ci fa luce; in mezzo alla prova, ci fortifica; nel pianto, asciuga le nostre lacrime.

Ogni nostra invocazione, anche quella soffocata dalla tristezza, che fatica a rivolgersi a Dio, è suscitata in noi dallo Spirito Santo. Come grido di una partoriente, si fa supplica, perché abbia fine il dolore e fiorisca la vita. Con tutta la creazione, che soffre e geme per le doglie del parto, nasciamo come figli amati, segnati dall’impronta del Padre e del Figlio, in un mondo che ha ancora le porte chiuse al dono della pace.

A questa umanità, segnata da troppo dolore, per l’odio e la vendetta senza fine, il Signore non si stanca di rinnovare il suo dono: ci continua a regalare se stesso, tutto se stesso. Grazie allo Spirito, i credenti cercano nuove vie per la riconciliazione, con la sapienza, la scienza e l’intelletto, che non attingono ai calcoli umani della convenienza, ma al consiglio e alla fortezza che vengono dal Signore.

Preghiamo lo Spirito santo, anzi chiediamo a Lui di insegnarci a pregare, perché neppure sappiamo cosa sia conveniente domandare. Che il Signore ci doni la pietà verso i sofferenti, il timore di offendere e di scartare i più deboli. Lo Spirito Santo, padre dei poveri, riempia il nostro cuore della tenerezza di Dio; ci insegni ad accarezzare il volto di chi è ripiegato su se stesso, solo e abbandonato.

In quest’ora drammatica, in cui il mondo si affaccia sul baratro della guerra, lo Spirito Santo pieghi la mente rigida dei potenti, riscaldi i cuori gelidi di coloro che restano indifferenti al dolore degli altri, drizzi le menti sviate di chi è acceso dal rancore.

Abbiamo tutti uno smisurato bisogno d’amore, di perdono e di pace. Che il Signore ascolti la nostra supplica: «Dona ai tuoi fedeli, che solo in te confidano i tuoi santi doni. Dona virtù e premio, dona morte santa, dona gioia eterna».  

Don Maurizio