Seminari nella Cappella di Sant’Agata: “Che cosa è la verità”

Con l’obiettivo di stimolare una riflessione a più voci sul tema della verità, venerdì 30 giugno alle ore 21 Gabriele Venturini ci introdurrà al dialogo sul tema “Che cosa è la verità nella giurisprudenza”, nella stupenda cornice della cappella di Sant’Agata, situata alle spalle della chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno.

A questo ultimo incontro sarà possibile partecipare solo in presenza.

«Non lasciatevi spaventare»

Una volta inviati i suoi discepoli ad annunciare il vangelo del regno, Gesù ripete più volte: non temete, non abbiate paura, non lasciatevi spaventare. La premessa di questa missione è chiara: «Non c’è discepolo superiore al maestro, né servo superiore al suo signore; al discepolo basta diventare come il suo maestro e al servo come il suo signore». Le difficoltà che ha incontrato Gesù le incontreranno anche loro, perché bussare alla porta del cuore significa rischiare opposizione, ostilità e rifiuto. Ma è necessario non scoraggiarsi quando si è mossi dall’amore, perché i frutti verranno, magari non si vedranno subito, ma ci saranno.

Il contesto del discorso di Gesù – con tutte le sue raccomandazioni – è l’esposizione di fronte agli altri, a coloro che vengono sorpresi da una testimonianza generosa, non calcolata, inerme, da parte di chi gratuitamente ha ricevuto e gratuitamente dona.

Questo brano evangelico ci invita a domandarci che cosa significhi per noi, cristiani di oggi, entrare in relazione con le persone lontane dalla fede. Anche perché la tentazione di ridurre la nostra esperienza religiosa ad un fatto personale e privato è sempre in agguato: potremmo convincerci che per essere cristiani sia sufficiente seguire delle regole: pregare, andare a Messa, osservare i comandamenti.

Il Signore, invece, chiama discepoli per farli testimoni: stare con Lui significa imparare un nuovo modo di vivere con gli altri, animato dal servizio e dalla gratuità. Dai rapporti che stabiliamo si potrà comprendere chi c’è dietro di noi. A Gesù interessa questo chiaro rimando a sé, che attrae e invia, tiene con sé e manda in mezzo al mondo. Egli non ha pensato ad una cerchia ristretta di eletti, chiusa nei recinti sacri del tempio, ma ad amici pronti a spendersi senza tornaconto, per amore soprattutto dei più deboli e dimenticati.

Le raccomandazioni del discorso di oggi vanno proprio in questa direzione: non abbiate paura delle resistenze, non siete voi i protagonisti, io sono con voi. I capelli contati e il valore maggiore di molti passerotti stanno ad indicare – con grande tenerezza – che Gesù si prende cura dei suoi amici. Nel momento della prova e dello scoraggiamento, siamo certi che non saremo abbandonati, Egli non ci lascerà soli, mai, neppure quando quei passerotti che non ce la fanno saremo noi: «Eppure non uno solo di loro cadrà a terra senza il Padre vostro».

Potremmo chiederci perché il Signore ha deciso di affidare la testimonianza di sé a persone così fragili, incerte e incoerenti come noi. Forse ha proprio ragione l’apostolo Paolo quando scrive: «le cose deboli del mondo ha scelto Dio per confondere le forti, quelle che non contano nulla, per annullare quelle che contano, perché nessuno si vanti davanti a Dio» (1Corinti 1,28-29).

Don Maurizio

«In dono avete ricevuto, in dono date»

La liturgia della Parola di oggi ci invita a riprendere il cammino dietro a Gesù, che percorre città e villaggi, annunciando il regno di Dio e curando ogni infermità. L’evangelista Matteo, prima di tutto, evidenzia ciò che muove Gesù interiormente: «al vedere le folle si sentì commosso alle viscere per loro, perché erano tormentate e abbattute come pecore che non hanno pastore».

La nostra attenzione è attratta dallo sguardo del Signore sulla nostra umanità, specialmente quando è smarrita, disorientata, sconsolata. Egli percepisce i turbamenti dell’animo e i pensieri confusi, vede ciò a cui neppure noi sappiamo dare un nome, e si avvicina in silenzio, con delicatezza e rispetto. Oggi chiamiamo empatia questa capacità di porsi nella situazione di un’altra persona, e di comprenderne immediatamente i processi interiori, senza delusione o rimprovero.

Può capitare anche a noi di avere questa percezione, soprattutto di fronte al dolore manifesto; più difficile è che avvenga con persone che non si conoscono, delle quali non sappiamo decifrare i moti del cuore. Ma questa è proprio l’abilità di Dio nei confronti di ognuno di noi: è la sua signoria che si avvicina, negli occhi e nei gesti di Gesù.

Da qui nasce la decisione di chiamare per nome dodici uomini, ai quali affidare una missione di cui Lui solo è garante: «Curate gli infermi, risvegliate i morti, purificate i lebbrosi, scacciate i demoni». Un compito non alla portata umana, che si regge solo sulla forza invincibile dell’amore di Dio per chi versa nella difficoltà più estrema.

Il Signore comincia dal fondo, parte da chi ha più bisogno, da coloro che sono lontani e abbandonati dagli altri. Non è una scelta ideologica, politica o demagogica: nasce dalla compassione di chi conosce la fragilità, ed è venuto a condividerla per sanarla.

Gli effetti sociali del vangelo nascono sempre – quando sono autentici – da un incontro col Signore, animato dalla fede che muove alla carità. Gesù non vuol essere ridotto ad un saggio filosofo sociale, né a simpatico animatore di gruppi estivi o ad un influencer dei social media. Egli fu, e resta ancora oggi – perché risorto e vivo in mezzo al mondo –, il Dio Figlio che ha assunto la nostra reale umanità, che ama senza condizioni, si muove a compassione dei più deboli, per liberarci dal male e dalla morte.

La ragione che motiva i suoi amici, inviati tra i fratelli e le sorelle a fare come Lui e grazie a Lui, è chiara ed essenziale: «In dono avete ricevuto, in dono date».

Don Maurizio

«Il pane vivo disceso dal cielo, sono io»

Celebrare la solennità del Corpo e del Sangue di Cristo significa riflettere sulla straordinaria novità con cui Gesù ha deciso di rimanere con noi, nel mondo, fino alla fine del tempo, una volta che se n’è tornato in cielo, dal Padre che lo ha mandato. Ai suoi discepoli, riuniti a cena con Lui per l’ultima volta, ha affidato il compito di fare questo in sua memoria: Egli sarà sempre presente allo spezzare il pane e bere il vino, in ricordo della sua morte e risurrezione.

Si è trattato di un gesto di estrema creatività, se consideriamo almeno due cose. La prima. Era l’ultima volta che tutti stavano insieme a mensa. I discepoli non avrebbero potuto ricordarlo sulla croce: quasi tutti erano fuggiti via. Perciò, Gesù ha voluto essere ricordato in un momento di festa, come anticipo del banchetto finale nel regno di Dio, nell’eternità beata, offrendo così a tutti il segno della piena comunione con Dio e tra noi.

Seconda cosa. Gesù ha rovesciato una prassi comune alle religioni. Non sono più i fedeli ad offrire cibo alla divinità, ma è Dio stesso che si dà in cibo a noi. Le religioni, in genere, si sono preoccupate di presentare vivande alle loro divinità, considerandole simili a sé. Sacrificare agli dèi, in effetti, significa principalmente dar loro da mangiare, perché il cibo è dono divino che dev’essere in certo senso restituito. In tal modo, gli dèi assomigliano agli uomini, ma a partire dagli uomini stessi.

Da ciò seguono anche regole alimentari, che stabiliscono cibi leciti e altri proibiti. Non solo per Israele vale questa prassi, ma anche per l’Induismo, il Buddismo, l’Islam. Per i cristiani, invece, non ci sono limitazioni nei riguardi dell’alimentazione. Abbiamo imparato questa libertà proprio grazie alla parola di Gesù: «non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa contaminarlo; sono invece le cose che escono dall’uomo a contaminarlo» (Mc 7,15).

Ma c’è di più, proprio nel vangelo di oggi: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me, e io in lui», dice Gesù, e con ciò stabilisce il vincolo della comunione, anche tra noi, nel suo amore. Se c’è una cosa che il Signore chiede è di ricevere il dono di se stesso: non vuole avere qualcosa da noi, ma che noi riceviamo ciò che lui offre, tutta la sua vita per noi. «L’uomo è ciò che mangia», diceva il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, riducendo l’umano ad un radicale materialismo. Paradossalmente aveva ragione: coloro che si nutrono del Corpo e del Sangue del Signore diventano parte di lui, del suo corpo che è la Chiesa. Rendiamo dunque grazie per il regalo più grande, con le parole di san Tommaso d’Aquino: «Ecco il pane degli angeli, pane dei pellegrini, vero pane dei figli».

Don Maurizio

«Dio ha tanto amato il mondo»

Come possiamo credere alla solenne affermazione che il quarto evangelista mette sulle labbra di Gesù: «Dio – infatti – ha tanto amato il mondo fino a dare il proprio Figlio unico generato»?

Noi non vediamo Dio – l’Invisibile, l’Eterno, l’Onnipotente – e vi è una lunga storia dell’umanità alla ricerca del suo volto,  alla fine sempre sfuggente e inimmaginabile. Gli antichi greci avevano escogitato l’idea che egli fosse immobile, perché – dicevano – se si muove vuol dire che cerca una condizione migliore, come fa l’uomo, dunque, per essere diverso deve restare fermo, altrimenti non è Dio: colui che muove tutte le cose è un motore immobile.

La fede cristiana – radicata nella storia di Israele –, invece, custodisce un’immagine diversa: Dio accompagna il cammino umano, ma lo fa in modi diversi. Prima invia dei messaggeri, i profeti, che lo annunciano, ne proclamano la presenza nascosta e dinamica. Non è un lontano spettatore, disinteressato delle vicende umane: fa compagnia nascosta e premurosa, attende un tempo misterioso per venire ad abitare in mezzo a noi.

La vicenda di Gesù rivela, dunque, il salto spericolato che Dio fa nel mondo, fino al vertice abissale della croce. Su questo evento sconvolgente e impensabile si fonda la fede dei cristiani: Dio ama l’umanità fino ad abbracciarne il destino che a noi fa più paura, la morte. Da questo limite, Gesù ci libera, dischiudendo l’orizzonte nuovo della vita piena ed eterna.

Dunque, non c’è più bisogno di cercare Dio oltre le nubi del cielo. È venuto Lui a trovarci, per rimanere per sempre con noi, anzi, per portarci con sé oltre il limite invalicabile della morte. Con lo sguardo della fede, per la grazia dello Spirito santo che è stato riversato nei nostri cuori, è possibile trovare il volto, il cuore, le braccia e i piedi di Dio nella persona di Gesù, che cammina con noi.

Il Dio in cui crediamo ha bisogno dell’umanità più di quanto immaginiamo: non vuol stare senza di noi, è venuto qui e ci ha portato con sé, nel seno della Trinità. Forse è cambiato più Lui di noi. Questa è la sorgente della nostra speranza: la nuova creazione nasce dal lungo e insospettabile cammino di Dio in mezzo al mondo, che sarà compiuta solo alla fine della nostra storia. Da quel punto finale, il Signore guarda il mondo, perché lì ci sarà la pienezza della vita. Noi siamo ancora attratti dall’idea di un paradiso perduto; Lui, invece, pensa al paradiso promesso, dove non vi saranno più lacrime, ma solo amore senza fine.

La conseguenza della rivelazione del volto amoroso di Dio – Padre, Figlio e Spirito santo – è l’abbraccio, la compagnia e la comunione tra i più deboli del mondo, alla cura dei quali Dio si è dedicato senza risparmio. Ora tocca a noi farci carico di questa missione, perché:

«Cristo non ha mani ha soltanto le nostre mani per fare oggi il suo lavoro. Cristo non ha piedi ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini sui suoi sentieri. Cristo non ha labbra ha soltanto le nostre labbra per raccontare di sé agli uomini di oggi. Cristo non ha mezzi ha soltanto il nostro aiuto per condurre gli uomini a sé oggi. Noi siamo l’unica Bibbia che i popoli leggono ancora siamo l’ultimo messaggio di Dio scritto in opere e parole» (testo attribuito ad un Anonimo fiammingo del XIV secolo, e diffuso da Raoul Follereau).

don Maurizio

«Io sono con voi tutti i giorni»

Con l’Ascensione al cielo del Signore finisce una storia singolare e ne comincia un’altra, universale. Con poche parole, l’evangelista Matteo racconta il congedo del Maestro, tra amici prostrati in adorazione e altri dubbiosi. Modi diversi di vivere l’ultimo incontro, al termine di una storia d’amore sconvolgente, di cui poco hanno capito, pur essendosi molto fidati.

Il distacco tra vivi è ancor più misterioso di quello che produce la morte. Non sembra avere un senso, si potrebbe restare ancora insieme. Invece, Gesù, che tanto ha tenuto a portare con sé i discepoli, quasi strappandoli alle loro vite, adesso pare abbandonarli: ha un’altra meta, torna al Padre, da dove è venuto, di là verrà lo Spirito.

È più che lecito chiedersi che senso ha avuto questa avventura straordinaria, umanamente incomprensibile, fatta di speranze e di paure, di affidamento e di smarrimento, di coraggio e di dubbi. Gesù trova il modo per fare un passo in avanti: punta lo sguardo in alto, verso il Padre, e in avanti, incontro al mondo. Con lui, i discepoli hanno imparato a spostarsi da se stessi, a muoversi dietro al Maestro, ad andare verso gli altri. Ora tocca a loro proseguire: «Mettetevi in cammino e di tutte le genti fate discepoli».

Da soli non avrebbero avuto la forza di uscire dal cenacolo con le porte chiuse, dal sepolcro delle loro paure, se il Signore non li avesse spinti fuori, liberi dalla desolazione e dal senso di abbandono. Questo è il segno che egli è ancora con loro, in un altro modo.

Prima li ha radunati, adesso li invia, e sembra disperderli, ma è l’unico modo perché la Chiesa possa nascere come fraternità generata nel battesimo, segno dinamico, plurale e fedele della sua presenza nel mondo. Pian piano si farà chiara la missione dei testimoni, non ripiegati sui ricordi, ma immersi nella varietà di popoli, di culture e di lingue, riunite nel nome della santa Trinità.

Il dono di aver incontrato il Signore, per i discepoli adesso diventa compito, missione, testimonianza. Non avrebbero potuto comprenderlo nei giorni della sua vita terrena, quando erano tentati dall’illusione del privilegio, e non sapevano ancora che Gesù era di tutti.  

La sua scomparsa agli occhi terreni, con la sua nuova presenza nel seno della Trinità, segna l’inizio di un’altra storia, non meno misteriosa e complessa di quella precedente, ma della quale finalmente è chiaro il senso: «Io sono con voi tutti i giorni», perché voi siate per gli altri. Così, fino al compimento del tempo.  

don Maurizio