Nuovo calendario Messe

Per gentile ospitalità del Parroco del Carmine,
celebrerò la Santa Messa nella chiesa di San Sepolcro
nelle seguenti domeniche alle ore 12.00:

  • Domenica delle Palme 24 marzo – ore 12.00 pranzo con i poveri
  • Santa Pasqua Domenica 31 marzo – ore 12.00
  • Domenica 7 aprile – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 14 aprile – ore 12.00
  • Domenica 21 aprile – ore 12.00
  • Domenica 28 aprile – ore 12.00              pranzo con i poveri
  • Domenica 5 maggio – 12.00 – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 12 maggio – 12.00
  • Domenica 19 maggio – ore 12.00
  • Domenica 26 maggio – ore 12.00          pranzo con i poveri
  • Domenica 2 giugno – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 9 giugno – ore 12.00
  • Domenica 16 giugno – ore 12.00
  • Domenica 23 giugno – ore 12.00
  • Domenica 30 giugno – ore 12.00              pranzo con i poveri

* La Santa Messa delle 12.00 non è parrocchiale

Don Maurizio Gronchi

«Vogliamo vedere Gesù»

Alcuni ebrei di lingua greca, che vivono fuori d’Israele, nella diaspora, salgono a Gerusalemme per la festa; hanno sentito parlare di Gesù, e desiderano vederlo. Chiedono informazioni ai due discepoli che hanno un nome greco: Filippo e Andrea. Non sembra che a loro interessi sentirlo parlare, vogliono vedere. È il diverso modo di cercare, proprio dei greci, rispetto all’udire la Parola, caro agli ebrei.

Ascoltare e vedere sono verbi della percezione, complementari, che indicano la sete di conoscenza. L’ascolto e la visione mettono in contatto. Ma quando Gesù si avvicina, avviene un salto; egli sposta l’attenzione, si rivolge al cuore, con la più breve parabola presente nei vangeli: «se il chicco di grano caduto in terra non muore, resta solo. Se invece muore, porta molto frutto».

È un invito a scendere in profondità, a spostare lo sguardo in basso, dove tutto appare lontano da Dio. Dare la vita invece di possederla, servire anziché dominare sono i cambiamenti radicali che Gesù propone, ma che soprattutto lo riguardano nei fatti, prossimi ad accadere.

Anche il quarto evangelista ci consegna la traccia del turbamento che, nel Getsemani, sconvolgerà il cuore del Signore. Deve aver fatto davvero impressione il ricordo di questo momento, se anche l’autore della lettera agli Ebrei l’ha custodito e trasmesso: «Egli, durante i giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con un forte grido e con lacrime a colui che poteva salvarlo da morte e fu esaudito per il suo pieno abbandono a Dio».

Si avvicina l’ora oscura della sofferenza, dove si affaccia la gloria, quella del Padre, la cui voce consolante risuona per il Figlio e per tutti. Nel brano evangelico di oggi, emerge in modo sorprendente la consapevolezza di Gesù, Figlio obbediente che impara, attraverso la prova del dolore, cosa vuol dire stare dalla parte dell’umanità, senza fuggire.

Il Dio che vorremmo vedere – e sembra sottrarsi, chiuso nel suo cielo impenetrabile – è qui con noi, nel vortice delle cose umane, pronto a donarsi e, al tempo stesso, impaurito, bisognoso di sostegno, e perciò rivolto al Padre, al quale sa di andare incontro.

In questo modo, si dischiude uno spiraglio nel cuore di Dio. Ecco l’immagine e la somiglianza impressa da lui in noi creature: vulnerabili, assetate d’amore, chiamate alla pienezza di vita, ma non risparmiate dalla prova estrema del dolore e della morte.

Il paradosso della fede cristiana sta proprio in questo capovolgimento: l’altezza di Dio è sulla croce, nell’abisso dell’amore senza riserve. È là che si fa vedere il Signore, perché «una volta innalzato da terra, io attirerò tutti a me».

Don Maurizio

V Domenica Quaresima – Vangelo e omelia (17 marzo)

«Della casa del Padre mio, non fate un mercato»

Il gesto forte di Gesù nel tempio – raccontato da tutti gli evangelisti – deve aver fatto molta impressione ai presenti, al punto che diventerà un decisivo capo di accusa per la sua condanna a morte. Eppure egli aveva sempre rispettato quel luogo sacro: frequentandolo per le feste, conversando tra le sue colonne con i dottori della legge, pagando la tassa. Ad un certo punto, però, viene l’ora di mostrare a tutti una verità inaudita: la casa in cui abita il Signore è lui stesso, il suo corpo. Potranno distruggerlo, ma risorgerà.

Anzi, il suo gesto simbolico va anche oltre: è il corpo di ognuno, la persona umana, di cui non si può fare mercato. Se prendiamo sul serio l’affermazione di Gesù – «Della casa del Padre mio, non fate un mercato!» – l’orizzonte si allarga ancor più: c’è la casa comune del creato, che stiamo rendendo inabitabile, con ogni sorta di sfruttamento selvaggio. Per non parlare della casa che è la famiglia umana, ormai resa un cumulo di macerie, nei territori ove le uniche voci che si alzano sono le bombe e il grido soffocato degli innocenti massacrati.

Il gesto di Gesù vuole scuotere, desidera farci sentire il lamento di Dio in mezzo a questa umanità che fa del denaro il suo idolo, al quale sacrificare i sempre più deboli. Non è il tempio di pietra che ospita Dio, ma il cuore umano, che lo supplica di vivere in pace, in armonia, nell’amore fraterno.

Il popolo d’Israele del tempo di Gesù credeva di essere gradito a Dio con i sacrifici di pecore, buoi e colombi; aveva imparato così dalla legge di Mosè. Rovesciando i tavoli dei cambiavalute, Gesù intende ribaltare un intero sistema di convinzioni: il luogo in cui adorare Dio è la sua persona di Figlio offerto, donato, immolato per la salvezza di tutti.

Non c’è bisogno di farsi grandi davanti al Signore e agli altri, con l’esibizione di se stessi, delle proprie opere, che poi sempre buone non sono. Il più grande tra voi, sarà il servo di tutti – ha insegnato Gesù ai suoi amici. Facciamo tutti fatica ad accogliere questo invito, perché ci chiede umiltà, generosità, distacco dai propri interessi.

Il Signore conosce l’intenzione vera dei nostri cuori, e questo dà fiducia e speranza a tutti coloro che non si sentono compresi dagli altri. Tuttavia, il gesto di Gesù smaschera l’ambiguità, e al tempo stesso provoca conversione, cambio di direzione, decisione leale a mettersi a servizio dei più fragili, ovvero di tutti coloro che sono in cerca di casa e di affetti sinceri. C’è una casa da costruire insieme, non dove mercanteggiare oggetti e persone; c’è una casa da rendere ospitale, dove non scartare e mettere da parte. Questo è il tempio gradito a Dio: il corpo di Gesù, la sua Chiesa, la nostra umanità, il creato che ci ospita, dove diventare figli, fratelli e sorelle disposti solo ad amare, senza alcun tornaconto personale.

Don Maurizio

Seminari nella Cappella di Sant’Agata: “il bello delle cose”

Venerdì 22 marzo, a partire dalle ore 21.00, riprenderà il nuovo ciclo di seminari promosso dal gruppo informale “Cultura e carità”.

Il ciclo di quest’anno ha per titolo “Il bello delle cose” e il quarto incontro sarà tenuto dal dott. Paolo Addis sul tema della “Disabilità e bellezza”.

La sede della conferenza è la cappellina di Sant’Agata, situata alle spalle della chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno.

«È questo il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo!»

Grazie a Dio – come rispondiamo alla fine della prima e della seconda lettura –, la liturgia della Parola culmina nel passo del Vangelo, con la parola del Signore. Perché oggi si fa fatica a cogliere la continuità tra il brano del Primo Testamento e la rivelazione di Gesù – com’è capitato recentemente col racconto del lebbroso purificato. In quel caso, avevamo di fronte l’assoluta proibizione di avvicinare chiunque, da parte dell’immondo lebbroso, secondo la legge di Mosè. Oggi, con il sacrificio di Isacco, chiesto ad Abramo a riprova del suo timore di Dio, rischia di venirci trasmessa l’immagine di un Signore che induce in tentazione – come ripetevamo anche nel Padre nostro – di fronte alla persona più cara, il figlio, peraltro ricevuto come dono insperato.

Chi è stato abituato a leggere la Bibbia cominciando dalla Genesi, invece che dal Vangelo, forse porta ancora impressa l’idea di un Dio che legifera, combatte, punisce e perdona, ma è quasi sempre scontento. Non è proprio l’immagine che Gesù presenta del Padre; anzi, è il Padre stesso che fa udire la propria voce piena di amore: «È questo il mio Figlio, l’amato: ascoltatelo!».

Per entrare nel cuore della fede cristiana occorre iniziare sempre da Gesù: è lui che toglie il velo alla figura nascosta di un Dio troppo simile all’uomo nei suoi aspetti peggiori, svelandone il volto amoroso e la potenza salvifica.

La metamorfosi di Gesù, avvenuta sul monte, dove i discepoli immaginano di essere entrati in un sogno, ne anticipa il destino doloroso e glorioso. Sullo sfondo si staglia la scena della sua passione, dove il Figlio è donato al mondo dal Padre, perché questo ascolti l’amore non amato.

Siamo posti così di fronte al nuovo e imprevisto scenario dell’amore che accoglie persino il rifiuto, lo perdona e rilancia l’offerta di sé, senza riserve, senza confini. Il cammino quaresimale, oggi, ci spinge a fare un passo in avanti, a guardare più in alto, al monte della trasfigurazione, dov’è anticipata la gloria che seguirà i giorni oscuri della passione e morte del Signore, su un altro monte, il Golgota, che assomiglia di più all’abisso.

L’immagine di Dio che ci viene svelata è inedita. La conversazione di Gesù con Mosè ed Elia, alla presenza dei discepoli, suggerisce l’ardito passaggio dalla incerta attesa di un Dio potente alla rivelazione del Signore umile, incamminato verso il dono della propria vita per la salvezza di tutti.

Abbiamo bisogno di conversione, anzitutto nei pensieri che ci fanno rivolgere a Dio come se dovessimo raggiungerlo con le nostre forze, per essergli graditi con i nostri sacrifici. L’unico vero sacrificio l’ha fatto lui per noi. Non ci resta che accogliere il suo dono, e rispondergli con amore.

Dunque, l’esistenza cristiana, più che un’ascesa accidentata verso il monte della perfezione, è una discesa nella turbolenta vita della pianura, dove il Signore è venuto a curare le nostre pene, per farci risorgere dai morti con lui.

Don Maurizio

II Domenica di Quaresima – Vangelo e omelia (25 febbraio)

Nel deserto, con le bestie selvatiche e gli angeli

L’esperienza di Gesù nel deserto, per quaranta giorni, è raccontata dall’evangelista Marco in modo estremamente conciso. Egli si limita a dire che fu lo Spirito a spingerlo là, dove Gesù decise di restare, tentato da Satana, in compagnia di bestie selvatiche e di angeli. Un quadro essenziale, ma significativo dell’esperienza che noi tutti possiamo intuire, nel momento in cui, raccolti in preghiera o intenzionati al bene, incontriamo forze opposte, interiori ed esterne.

Gesù comincia la sua vita pubblica con questa particolare oscillazione: dal battesimo sul fiume Giordano, in mezzo alla gente, consacrato dallo Spirito, al deserto della solitudine e della prova, per poi annunciare il regno di Dio e la conversione sulle rive del lago. Egli si fa pendolare tra acqua e deserto, tra fecondità e aridità: impara così com’è la vita degli uomini e delle donne, dove è venuto a piantare la sua tenda.

Noi tutti conosciamo l’alternanza tra mondo interiore e socialità, dove percepiamo l’impulso che viene dallo Spirito di Dio, e incontriamo ostacoli e avversità. La quaresima è il tempo propizio per abitare consapevolmente la tensione vitale in cui siamo immersi: vediamo il bene, cerchiamo il volto di Dio, e siamo sottoposti a prove.

Gesù ci indica la strada: non siamo mai da soli, specialmente in mezzo alle difficoltà. Lo Spirito non ci abbandona di fronte al Maligno, che tenta di sussurrare parole contro di noi, contro gli altri, contro il Signore. Le bestie selvatiche dell’egoismo, dell’io prima di tutto e di tutti, devono fare i conti con gli angeli buoni che ci guardano le spalle, dove non vediamo.

Guardando a questa scena, potremmo avere l’impressione di essere terreno di scontro tra forze avverse, come se la nostra volontà venisse tirata da una parte e dall’altra. In realtà, Gesù ci rivela il cammino della libertà, su cui si avanza lentamente. Senza lo spazio interiore della preghiera, con tutte le distrazioni che cercano di invaderlo, senza il coraggio di alzare lo sguardo da sé al Signore, senza la fiducia che il bene vince sul male non si trova la strada.

Cominciamo a fidarci della Via, che è il Signore Gesù, e che la Chiesa ci propone di seguire con tre precisi indicatori: l’orazione più intensa, il digiuno dall’io ad ogni costo, la carità verso i più poveri. Il deserto fiorirà, il Male perderà vigore, le bestie selvatiche non potranno nulla, e gli angeli che incontreremo sulla nostra strada saranno le persone buone, silenziose, capaci di prendersi cura di noi. Non dimentichiamo mai che nel mondo c’è molto più bene di quello che sembra. La quaresima finisce con la Pasqua, verso la quale siamo diretti, dove lo Spirito ci spinge con forza, contro ogni resistenza umana.

Don Maurizio

I Domenica Quaresima – Vangelo e omelia (18 febbraio)