«Proclamate il vangelo a tutta la creazione»

Quaranta giorni dopo la morte e risurrezione del Signore, è giunto il momento dei saluti. Gesù torna dal Padre che lo ha mandato, è compiuta la sua missione, tra non molto verrà lo Spirito, l’altro Consolatore. Tutta la vicenda di Gesù è posta sotto il segno della movimento: lui è venuto nel mondo, dopo verrà lo Spirito santo, poi toccherà ai discepoli andare fino ai confini della terra. Uscire dalla propria zona di conforto, andare verso gli altri, mettersi in cammino: questo è il movimento di Dio e della Chiesa. Non sono abbandoni, ma nuovi incontri; non si lascia nessuno, si va incontro a tutti; non ci si priva di qualcosa, si trova tutto. Per questa ragione, gli amici di Gesù non si lasciano prendere dalla tristezza per un’altra perdita del loro maestro ritrovato.

L’ascensione di Gesù è l’inizio della sua nuova esistenza, nel seno della Trinità divina, dove porta la carne ricevuta da Maria, segnata dalle ferite ricevute in casa dei suoi amici, trasfigurata e gloriosa per sempre. Quel corpo offerto liberamente e per amore di tutti, ora e in eterno siede alla destra del Padre, dove prepara un posto per noi, accanto a sé, tra le sue braccia.

Lo sguardo dei discepoli – e quello di ciascuno di noi – si rivolge in alto e in basso, al tempo stesso. In alto, oltre ciò che vediamo, in attesa del destino che ci attende, dove abita la speranza della vita senza fine, al di là della cortina del dolore e della morte. In basso, sulla terra, dove Gesù rimane con noi tutti i giorni, fino alla consumazione del tempo, nell’Eucaristia e nei poveri, che avremo sempre con noi.

Il compito che ci è affidato è preciso: «Andate in tutto il mondo e proclamate il vangelo a tutta la creazione!». Muoversi, spostarsi da dove siamo, farci prossimo, per raccontare quella storia d’amore che ci ha trasformati. Gesù promette segni che accompagnano la fede dei discepoli, che non vanno ridotti solo a fenomeni soprannaturali. Se fosse così, andremmo solo in cerca di cose straordinarie, e purtroppo per tante persone, oggi soprattutto, il sacro si riduce al sensazionale.

Cacciare i demoni, perciò, vuol dire anzitutto combattere il male ovunque si trovi. Parlare lingue nuove significa trovare il modo di comunicare il vangelo con un linguaggio comprensibile a tutti. Afferrare serpenti e bere veleno vuol dire non temere gli ostacoli e le avversità che incontreremo. Imporre le mani ai malati, per ridonare salute, significa curare le piaghe dei cuori spezzati, con la carezza dell’amore e della misericordia.

Che il Signore risorto e asceso al cielo ci doni il coraggio di uscire da noi stessi, dalle nostre comodità, per annunciare a tutti, con umiltà, la speranza che non delude. Gesù è il Signore, il Dio che si è fatto uomo perché diventiamo più umani, dal momento che l’umanità del suo Figlio rimane in Dio per sempre, e un giorno tutti noi con lui.

Don Maurizio

Ascensione del Signore – Vangelo e omelia (12 maggio)

«La vite, quella vera, sono io»

L’immagine della vigna, già cara alla memoria profetica del popolo d’Israele, riceve una nuova ed inedita luce nelle parole di Gesù. Lui è la vite, i credenti sono i tralci, e il Padre è colui che se ne prende cura, come fa l’agricoltore. Sono parole rivolte direttamente a noi, perché ci rendiamo conto dell’intimo legame che il Signore stabilisce con i suoi amici. Il rapporto con ciascuno di noi viene da lui, dalla sua iniziativa: i tralci ricevono la linfa dalla vite. Questo è il primato della grazia: non siamo noi ad aver scelto lui, ma è il Signore che ci ha fatto dono della sua presenza, della fede.

Alla luce di questa certezza, il discepolo si fa attento alle parole di Gesù, per rimanere attaccato alla sorgente, pena il rischio di inaridirsi nel cuore, di perdere vitalità. Egli fa un’affermazione forte, che non saremmo disposti ad ascoltare da nessun altro: «se non dimorate in me non potete far nulla». Invece di pretendere una dipendenza oppressiva, Gesù offre la certezza di saperci tenere stretti a sé. Questa garanzia ci permetterà di ritrovare sempre la strada – lui è la Via – soprattutto nei momenti in cui ci sentiremo smarriti, disorientati, in balìa di noi stessi o degli altri.

Ci sono legami che vincolano, riducendo la libertà, e un altro che protegge e cura lasciandoci veramente liberi: il Signore oggi ci parla proprio di questo. I tralci uniti alla vite, che vengono potati, porteranno frutto. Non ognuno per conto suo, ma tutti insieme: i grappoli d’uva diventeranno vino solo una volta raccolti e messi insieme. Emerge così il doppio rapporto che il Signore stabilisce con ciascuno di noi e tra noi: la fede personale e la relazione con gli altri, con la comunità dei credenti, la Chiesa.

San Giovanni, nella seconda lettura di oggi, ha chiarito bene il desiderio del Signore: «Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato».

Non ci resta dunque che custodire le parole di Gesù, per rimanere in lui e portare frutti di carità in mezzo alle persone con cui viviamo, a quelle che incontriamo, specialmente le più deboli e fragili, perché lì il Signore è presente.

Don Maurizio

Nuovo calendario Messe

Per gentile ospitalità del Parroco del Carmine,
celebrerò la Santa Messa nella chiesa di San Sepolcro
nelle seguenti domeniche alle ore 12.00:

  • Domenica delle Palme 24 marzo – ore 12.00 pranzo con i poveri
  • Santa Pasqua Domenica 31 marzo – ore 12.00
  • Domenica 7 aprile – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 14 aprile – ore 12.00
  • Domenica 21 aprile – ore 12.00
  • Domenica 28 aprile – ore 12.00              pranzo con i poveri
  • Domenica 5 maggio – 12.00 – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 12 maggio – 12.00
  • Domenica 19 maggio – ore 12.00
  • Domenica 26 maggio – ore 12.00          pranzo con i poveri
  • Domenica 2 giugno – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 9 giugno – ore 12.00
  • Domenica 16 giugno – ore 12.00
  • Domenica 23 giugno – ore 12.00
  • Domenica 30 giugno – ore 12.00              pranzo con i poveri

* La Santa Messa delle 12.00 non è parrocchiale

Don Maurizio Gronchi

«Vogliamo vedere Gesù»

Alcuni ebrei di lingua greca, che vivono fuori d’Israele, nella diaspora, salgono a Gerusalemme per la festa; hanno sentito parlare di Gesù, e desiderano vederlo. Chiedono informazioni ai due discepoli che hanno un nome greco: Filippo e Andrea. Non sembra che a loro interessi sentirlo parlare, vogliono vedere. È il diverso modo di cercare, proprio dei greci, rispetto all’udire la Parola, caro agli ebrei.

Ascoltare e vedere sono verbi della percezione, complementari, che indicano la sete di conoscenza. L’ascolto e la visione mettono in contatto. Ma quando Gesù si avvicina, avviene un salto; egli sposta l’attenzione, si rivolge al cuore, con la più breve parabola presente nei vangeli: «se il chicco di grano caduto in terra non muore, resta solo. Se invece muore, porta molto frutto».

È un invito a scendere in profondità, a spostare lo sguardo in basso, dove tutto appare lontano da Dio. Dare la vita invece di possederla, servire anziché dominare sono i cambiamenti radicali che Gesù propone, ma che soprattutto lo riguardano nei fatti, prossimi ad accadere.

Anche il quarto evangelista ci consegna la traccia del turbamento che, nel Getsemani, sconvolgerà il cuore del Signore. Deve aver fatto davvero impressione il ricordo di questo momento, se anche l’autore della lettera agli Ebrei l’ha custodito e trasmesso: «Egli, durante i giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con un forte grido e con lacrime a colui che poteva salvarlo da morte e fu esaudito per il suo pieno abbandono a Dio».

Si avvicina l’ora oscura della sofferenza, dove si affaccia la gloria, quella del Padre, la cui voce consolante risuona per il Figlio e per tutti. Nel brano evangelico di oggi, emerge in modo sorprendente la consapevolezza di Gesù, Figlio obbediente che impara, attraverso la prova del dolore, cosa vuol dire stare dalla parte dell’umanità, senza fuggire.

Il Dio che vorremmo vedere – e sembra sottrarsi, chiuso nel suo cielo impenetrabile – è qui con noi, nel vortice delle cose umane, pronto a donarsi e, al tempo stesso, impaurito, bisognoso di sostegno, e perciò rivolto al Padre, al quale sa di andare incontro.

In questo modo, si dischiude uno spiraglio nel cuore di Dio. Ecco l’immagine e la somiglianza impressa da lui in noi creature: vulnerabili, assetate d’amore, chiamate alla pienezza di vita, ma non risparmiate dalla prova estrema del dolore e della morte.

Il paradosso della fede cristiana sta proprio in questo capovolgimento: l’altezza di Dio è sulla croce, nell’abisso dell’amore senza riserve. È là che si fa vedere il Signore, perché «una volta innalzato da terra, io attirerò tutti a me».

Don Maurizio

V Domenica Quaresima – Vangelo e omelia (17 marzo)

«Della casa del Padre mio, non fate un mercato»

Il gesto forte di Gesù nel tempio – raccontato da tutti gli evangelisti – deve aver fatto molta impressione ai presenti, al punto che diventerà un decisivo capo di accusa per la sua condanna a morte. Eppure egli aveva sempre rispettato quel luogo sacro: frequentandolo per le feste, conversando tra le sue colonne con i dottori della legge, pagando la tassa. Ad un certo punto, però, viene l’ora di mostrare a tutti una verità inaudita: la casa in cui abita il Signore è lui stesso, il suo corpo. Potranno distruggerlo, ma risorgerà.

Anzi, il suo gesto simbolico va anche oltre: è il corpo di ognuno, la persona umana, di cui non si può fare mercato. Se prendiamo sul serio l’affermazione di Gesù – «Della casa del Padre mio, non fate un mercato!» – l’orizzonte si allarga ancor più: c’è la casa comune del creato, che stiamo rendendo inabitabile, con ogni sorta di sfruttamento selvaggio. Per non parlare della casa che è la famiglia umana, ormai resa un cumulo di macerie, nei territori ove le uniche voci che si alzano sono le bombe e il grido soffocato degli innocenti massacrati.

Il gesto di Gesù vuole scuotere, desidera farci sentire il lamento di Dio in mezzo a questa umanità che fa del denaro il suo idolo, al quale sacrificare i sempre più deboli. Non è il tempio di pietra che ospita Dio, ma il cuore umano, che lo supplica di vivere in pace, in armonia, nell’amore fraterno.

Il popolo d’Israele del tempo di Gesù credeva di essere gradito a Dio con i sacrifici di pecore, buoi e colombi; aveva imparato così dalla legge di Mosè. Rovesciando i tavoli dei cambiavalute, Gesù intende ribaltare un intero sistema di convinzioni: il luogo in cui adorare Dio è la sua persona di Figlio offerto, donato, immolato per la salvezza di tutti.

Non c’è bisogno di farsi grandi davanti al Signore e agli altri, con l’esibizione di se stessi, delle proprie opere, che poi sempre buone non sono. Il più grande tra voi, sarà il servo di tutti – ha insegnato Gesù ai suoi amici. Facciamo tutti fatica ad accogliere questo invito, perché ci chiede umiltà, generosità, distacco dai propri interessi.

Il Signore conosce l’intenzione vera dei nostri cuori, e questo dà fiducia e speranza a tutti coloro che non si sentono compresi dagli altri. Tuttavia, il gesto di Gesù smaschera l’ambiguità, e al tempo stesso provoca conversione, cambio di direzione, decisione leale a mettersi a servizio dei più fragili, ovvero di tutti coloro che sono in cerca di casa e di affetti sinceri. C’è una casa da costruire insieme, non dove mercanteggiare oggetti e persone; c’è una casa da rendere ospitale, dove non scartare e mettere da parte. Questo è il tempio gradito a Dio: il corpo di Gesù, la sua Chiesa, la nostra umanità, il creato che ci ospita, dove diventare figli, fratelli e sorelle disposti solo ad amare, senza alcun tornaconto personale.

Don Maurizio

Seminari nella Cappella di Sant’Agata: “il bello delle cose”

Venerdì 22 marzo, a partire dalle ore 21.00, riprenderà il nuovo ciclo di seminari promosso dal gruppo informale “Cultura e carità”.

Il ciclo di quest’anno ha per titolo “Il bello delle cose” e il quarto incontro sarà tenuto dal dott. Paolo Addis sul tema della “Disabilità e bellezza”.

La sede della conferenza è la cappellina di Sant’Agata, situata alle spalle della chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno.