Il potere divino e quello umano

Due fratelli, figli di un pescatore, discepoli di Gesù, hanno un coraggio sfacciato – e persino ingenuo – nel presentarsi al maestro chiedendo di sedere ai primi posti, nella gloria che s’illudono di raggiungere insieme a lui. Con una calma olimpica, il Signore, invece di rimproverarli, coglie l’occasione per indicare la strada dell’ambito regno: «siete capaci di bere il calice che io bevo?». L’ombra della passione si allunga dinanzi agli ardimentosi Giacomo e Giovanni. Solo quando sapranno che accanto a Gesù ci saranno due ladri crocifissi, forse sarà chiara anche a loro la sorte degli amici più cari.

Gesù non vuole scoraggiarli, perciò indica un sentiero che percorrerà prima lui da solo, poi gli andranno dietro i discepoli. Per ora basta sapere che, quando si ambisce alle posizioni di rilievo, bisogna mettere in conto la rinuncia al potere sugli altri. Ma questa non è una strategia: stiamo da parte, e poi all’ultimo saltiamo fuori, e passiamo avanti a tutti. C’è solo da guardare a lui, al Signore e Maestro, che si è fatto servo e schiavo di tutti: «il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto a farsi servire, ma a servire e dare la sua vita come riscatto per la moltitudine».

Qui entra in gioco l’idea che ci siamo fatti del potere, di quello divino e di quello umano. Se pensiamo che l’onnipotenza di Dio consista nel dominio sul mondo e sulle creature, siamo fuori strada: non esiste un Dio padrone; se ce lo aspettassimo così, dovremmo accusarlo costantemente di assenteismo. Allora, come spiegare la sua debolezza rispetto alle ingiustizie e alla violenza umana, cui non pone argine? Il suo premio ai buoni e la sua punizione ai cattivi è solo rimandata al giudizio finale?

La proposta di Gesù rovescia la nostra visione umana, rivelando il volto amoroso di un Dio, suo Padre, che usa infinita pazienza con i cattivi e incoraggia i buoni a resistere al male; che, invece di annientare, dona sempre nuove occasioni di vita, anzi, dona la propria vita per amore di tutti.

«Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore». Questa indicazione ribalta radicalmente il senso del potere umano, alla luce di quello divino. Se Gesù, che è il Maestro e Signore, si china a lavare i nostri piedi, vuol dire che per salire all’altezza di Dio bisogna scendere negli abissi umani, per farsi piccoli con i più deboli e umili con i sofferenti.

Questa è la strada percorsa dal Signore: a lui ci affidiamo, con tutte le nostre fragilità e resistenze, per imparare a servire e non a dominare.

Don Maurizio

Fissato lo sguardo su di lui, lo amò

Il racconto evangelico di oggi lo conosciamo. Un giovane ricco corre entusiasta da Gesù, desidera sapere come fare per avere la vita eterna. Vuol dire che crede, si fida, sa che il Maestro è buono, e saprà indirizzarlo bene. Insomma, si attende un consiglio prezioso da uno che conosce la via – ma non ha ancora scoperto che lui è la Via.

Gesù rimanda il ragazzo ai comandamenti, a quel Dio buono, della legge, che chiede obbedienza ai precetti e ai divieti. Lo segue nella sua aspirazione: osservare regole, essere a posto, e andare in paradiso. Tutto questo il giovane l’ha già fatto, ma sembra che non basti, perciò chiede a Gesù un suggerimento ulteriore. E qui avviene il cambio di passo: «Allora Gesù, fissato lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse».

Se davvero il giovane vuole fare qualcosa in più, ha davanti a sé la persona giusta: colui che lo fissa negli occhi, chiede accesso al suo cuore, lo chiama ad uscire da sé, per accorgersi degli altri, dei più poveri, per liberarsi dal peso delle sue sicurezze. Il ragazzo non si aspetta di essere coinvolto così profondamente, chiede solo un saggio consiglio, non di mettere in gioco tutto se stesso. E la tristezza lo avvolge, cala sul suo volto, se ne va.

Qui siamo tentati di giudicare. Al posto di Gesù, noi saremmo delusi. Invece, quello triste è il giovane, non il Signore. Il suo sguardo amoroso non si ritira da lui, continua a seguirlo, magari con la speranza che ci ripensi e torni indietro. In fondo, è capitato altre volte: con uno dei dieci lebbrosi purificati, con il figlio che non vuole andare a lavorare nei campi e ci ripensa, con Pietro pentito dopo il rinnegamento. C’è sempre un’altra possibilità che il Signore ci offre. Nulla è mai del tutto perduto per lui.

Subito dopo, l’evangelista Marco introduce la scena del dialogo con i discepoli, impressionati da quanto è successo col giovane. Gesù fissa lo sguardo anche su di loro, su quelli che hanno lasciato fare a Dio, cui tutto è possibile. Alla propria casa, ai propri campi, ai propri parenti si aggiungeranno altre case, altri campi, altri fratelli e sorelle. La famiglia si allarga, ciò che sembra perduto viene ritrovato, anzi moltiplicato, nella nuova condizione del discepolato.

Con Gesù, si diventa ricchi quando si mette un po’ da parte se stessi, quando il cammello dell’io si sgonfia, e riesce a passare per la porta stretta del Vangelo della condivisione, del dono, della gratuità. Certo, non sarà facile, ma qui è in gioco la fiducia, anzi la fede nel Signore al quale niente è impossibile.

Facciamo, dunque, attenzione a non fermarci di fronte alle storie evangeliche interrotte. Come non sappiamo se il fratello maggiore del figliol prodigo è entrato in casa dopo l’insistenza del padre, così non sappiamo se il giovane ricco ci ha ripensato. L’incontro con Gesù non è mai inutile e senza effetto. E questa è la speranza che vale per noi e per tutti.

Don Maurizio

XXVIII Domenica – Vangelo e omelia (13 ottobre)

Nuovo calendario Messe

Per gentile ospitalità del Parroco del Carmine,
celebrerò la Santa Messa nella chiesa di San Sepolcro
nelle seguenti domeniche alle ore 12.00:

  • Domenica 6 ottobre – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 13 ottobre – ore 12.00
  • Domenica 20 ottobre – 12.00
  • Domenica 27 ottobre – ore 12.00                   pranzo con i poveri
  • Tutti i Santi venerdì 1 novembre – ore 12.00
  • Domenica 3 novembre – ore 12.00
  • Domenica 10 novembre – ore 12.00
  • Domenica 17 novembre – ore 12.00
  • Domenica 24 novembre – ore 12.00              pranzo con i poveri
  • Domenica 1 dicembre – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 8 dicembre – ore 12.00
  • Domenica 15 dicembre – ore 12.00
  • Domenica 22 dicembre – ore 12.00                pranzo con i poveri

* La Santa Messa delle 12.00 non è parrocchiale

Don Maurizio Gronchi

L’ultimo di tutti e il servo di tutti

Lungo i sentieri di Palestina, Gesù fa incontri, guarisce malati, caccia demoni, ridona speranza agli sfiduciati e insegna ai discepoli. Ma, per non alimentare false aspettative sulla propria illimitata potenza, annuncia il suo destino doloroso: «il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno». Questa è la parola che spaventa. Ciò che segue appare incomprensibile: «una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».

Stare con un Maestro che opera prodigi e predice la propria sconfitta non è semplice: chiunque di noi resterebbe confuso. Come può colui che è investito della potenza di Dio salvare gli altri e perdere se stesso? I discepoli «ignoravano il senso di questa parola e avevano timore di interrogarlo». Sulla eventuale tragica sorte di Gesù si allunga anche l’ombra del fallimento di coloro che lo seguono.

Per la strada, gli amici del Signore preferiscono parlare d’altro, e spostano l’attenzione da lui a se stessi: discutono su chi è il più grande tra loro. Forse è il modo di guardare alla parte vincente della storia: non si rassegnano alla disfatta. Una volta scoperto questo dialogo imbarazzante, Gesù interviene, si siede e parla ai dodici. Non c’è nulla di male a volere essere il primo, basta sapere qual è la condizione: il primo sarà l’ultimo e il servo di tutti. Proprio come lui, che non è venuto per essere servito, ma per servire, e dare la vita per tutti.

La croce, che si staglia all’orizzonte, non è lo smascheramento di un potere debole, la fine di un’illusione, ma la conseguenza dell’amore senza riserve, che offre e si lascia prendere, dona e perdona, accoglie e va oltre il rifiuto. Gesù va guardato come un bambino: con gli occhi dei piccoli, perché lui, il Signore, si è fatto piccolo, alla portata di tutti, indifeso e obbediente al Padre, che lo ha inviato.

Il brano evangelico di oggi ci invita a riflettere sulle nostre aspettative di credenti, talvolta delusi dalle non immediate risposte del Signore, specialmente nell’ora della prova. Egli continua a chiederci fiducia, pazienza, umiltà.

La segreta aspirazione dei discepoli – chi è il più grande? – forse è anche la nostra, quando ci confrontiamo con gli altri. Gesù non ci rimprovera per questo: ci avverte soltanto di essere pronti a non tirarci indietro nel momento in cui, per diventare i primi, dovremo imparare a stare con gli ultimi, con i più piccoli e più deboli. Perché è lì che egli si è nascosto, e per riconoscerlo occorrono occhi che si volgono dal basso in alto. Ma si può fare anche diversamente: basta ricordare ciò che papa Francesco disse ai giovani a Lisbona nel 2023, nella veglia per la Giornata mondiale della gioventù: «l’unica volta in cui è lecito guardare una persona dall’alto in basso è per aiutarla a rialzarsi».

Don Maurizio

XXV Domenica – Vangelo e omelia (22 settembre)

Quanto conto io per te?

Il vangelo di oggi ci pone di fronte alla novità radicale di Gesù, in modo delicato, progressivo, sorprendente. Egli la prende larga: «Chi dicono gli uomini che io sia?». Sembra un sondaggio, a prima vista. In realtà, a lui interessa sapere che spazio ha nel cuore dei suoi amici e, per segnalarne la differenza, si fa dire cose del passato, quelle già viste: Giovanni il Battista, Elia, uno dei profeti. Guardare indietro serve a cambiare sguardo.

«Ma voi chi dite che io sia?». Una traduzione antica, che non suona tanto bene. Forse sarebbe meglio intenderla così: Cosa pensate di me? Quanto conto io per voi? Gesù non è la risposta alle nostre domande: lui è la domanda. Niente che assomigli ad altri. La sua novità si avverte col cuore, o ci si fida o niente. Vuole sapere dell’amore, e questo spinge avanti, non indietro.

Pietro si lancia: «Tu sei il Cristo!». Forse neppure sa cosa sta dicendo, ma è il cuore che parla. E quando sente il Maestro che annuncia il proprio destino tragico, da amico, cerca di proteggerlo. Ecco che qui si butta troppo avanti, si mette di fronte a lui. Meglio rimettersi dietro, altrimenti dopo l’ispirazione alta di riconoscerlo come Cristo, avanza quella tutta umana di chi intende male.

Non deve meravigliarci la contraddizione di Pietro: è la nostra, quando si mescolano amore e paura, fiducia e timore. Gesù accoglie l’una e l’altra, sa bene che stargli dietro, seguirlo e continuare a fidarsi anche nel momento della prova non è semplice. Perciò, chiede disposizione a donare la vita, invece che a proteggersi.

La novità sconvolgente di Gesù sta proprio in questa complessa vicenda d’amore: un Dio che non detta leggi, ma sta vicino, accoglie gli slanci e le frenate, fa vibrare il cuore e lo accarezza quando trema. Egli sa che cosa proviamo di fronte a lui, per questo mai si scoraggia dinanzi alle nostre incertezze. Sarà lui – se siamo disposti a rimanergli vicino – a trascinarci con sé, in mezzo agli altri, verso il dono pieno della vita, che viene dalla sua morte e risurrezione. Non ci resta che rispondere alla sua domanda: quanto conto per te? Ognuno sa che senza di lui non possiamo far nulla, e ciò che siamo è dono della sua grazia, mescolato a tutta la nostra fragilità, che egli ama e risana.

Don Maurizio

XXIV Domenica – Vangelo e omelia (15 settembre)

Dottrine che sono precetti di uomini

Lo scontro verbale tra Gesù e i farisei e gli scribi, sulla tradizione levitica – che dapprima riguardava i sacerdoti, e poi viene estesa a tutto il popolo –, rivela una profonda distanza tra il Vangelo e la legge e il culto d’Israele. Le espressioni di Gesù risuonano con forza: «Tralasciando il comandamento di Dio, voi vi attaccate alla tradizione degli uomini! Annullate bellamente il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione!».

Siamo di fronte a due modi sostanzialmente opposti di guardare a Dio e all’uomo. Nei confronti di Dio, le autorità religiose ebraiche credono di ottenere gradimento mediante l’osservanza di pratiche cultuali, come lavaggi di mani, cibi, calici, stoviglie, piatti di rame e divani. Per Gesù, conta il cuore aperto alla misericordia del Signore, che vede in profondità la persona, con i suoi limiti e i suoi desideri di bene.

Mentre i farisei immaginano Dio, e se lo rappresentano come un legislatore, burocrate e controllore della precisione di gesti esteriori, Gesù sposta l’attenzione sullo sguardo di Dio nei confronti delle persone. I primi partono da se stessi, costruiscono un Dio vigilante, la cui attenzione è rivolta alla forma, Gesù rivela il volto di un Padre che ascolta più il cuore delle labbra.

Cosa significa tutto questo per noi oggi? Molte persone hanno ricevuto una formazione religiosa piuttosto simile a quella familiare, dove giustamente si apprendono – o almeno si imparavano nel passato – buone regole igieniche, educative, di comportamento, che poco hanno a che fare con la cosiddetta “volontà di Dio”. Sono norme umane, utili per la buona educazione, ma nulla di così alto da provenire dal cielo.

Gesù fa fatica a spostare l’accento dai precetti umani a quelli divini; incontra resistenza, probabilmente perché è l’ordine sociale e religioso che interessa ai capi del popolo, preoccupati di controllare la vita dei fedeli. Ma al Padre del cielo non importa tutto questo: egli guarda a ciò esce dal cuore; Dio non vede l’uomo come l’uomo immagina Dio.

Gesù è venuto proprio a rovesciare la prospettiva: dato che non possiamo immaginare Dio, e soprattutto non è lecito crearlo a nostra immagine, ecco che lui ne svela il volto amoroso e compassionevole, insieme a quello esigente ed impegnativo, che domanda sincerità di cuore, coscienza limpida e coraggiosa.

Chiediamo al Signore che ci liberi dal sentirci a posto con lui e con gli altri quando osserviamo le regole, magari attenendoci al minimo, a ciò che costa meno. Gesù ci chiede di fare un passo in avanti, non solo di “non” fare il male, ma di fare il bene, senza trattenere nulla per noi. Il Vangelo domanda al cuore di aprirsi, non di dosarsi; chiede alla coscienza di amare senza riserve. Se non accogliamo questa spinta propulsiva della vera rivoluzione d’amore, rimarremo prigionieri dell’idea di un Dio creato da noi.

Don Maurizio

XXII Domenica – Vangelo e omelia (1 settembre)