Mi avvenga secondo la tua parola

La solennità di Maria Immacolata ci invita a guardare, con intima dolcezza, a quella ragazza di Nazaret che il Signore ha preparato da sempre ad accogliere il suo Figlio, per donarlo a noi. Maria è la protagonista silenziosa dell’Avvento: insieme a lei, noi tutti ci disponiamo alla scoperta del volto umano del Figlio di Dio in mezzo a noi. Lei è stata la prima a sorridere al Signore in carne ed ossa: lo ha visto, lo ha abbracciato, l’ha nutrito.

Si affaccia oggi, così, il mistero del Natale di Gesù, grazie al sì libero e generoso di Maria. A questo evento decisivo per tutta la storia, ella si è disposta con la vita quotidiana, semplice, operosa, sognante. Insieme a Giuseppe, il suo futuro sposo, ha imparato ad amare e a prendersi cura, nel nome di Dio. Nel loro progetto ci sarà stata sicuramente la disponibilità ad accogliere figli. Ma ecco che sembra giungere inattesa una novità sconvolgente.

Maria è una ragazza sincera, perciò domanda, cerca di capire, riflette. Per quanto sia stata preparata ad una risposta affermativa, nel racconto dell’annunciazione traspare l’intreccio tra libertà e accoglienza: non sa bene come potrà avvenire ciò che le viene offerto, ma se si tratta di un figlio, ben venga. È l’amore dell’Onnipotente che saprà come fare, a lei non resta che dire: « Mi avvenga secondo la tua parola»; che potremmo anche intendere così: venga in me la tua Parola, il Verbo si faccia carne in me, io ci sono, lo aspetto.

Nella prima lettura, abbiamo visto la scena delle origini, dove l’uomo e la donna si nascondono, mentre il Signore li cerca. Nel brano evangelico, invece, dal Signore, che tramite il suo angelo cerca Maria, lei si lascia trovare. Certo, non senza timore e imbarazzo, ma con la trasparenza di un cuore impegnato dall’amore eppure libero e disponibile nei confronti di Colui dal quale nulla ha da temere.

Proviamo a metterci nei panni di Maria, e poi anche di Giuseppe. A noi sarebbe sembrato impossibile, e forse è stato così anche per loro. Infatti, l’angelo prosegue il dialogo, offrendo un argomento concreto: «Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio». Certo, si tratta di una situazione diversa, ma ciò vale a mostrare che, anche nella natura, «nulla è impossibile a Dio». Ma adesso, qui, siamo di fronte ad un salto spericolato della grazia, che va oltre ogni umana previsione: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra». Maria dice: «Eccomi», accoglie la proposta, l’angelo se ne va, lasciandola sola. Rimane Giuseppe. Con lui, anch’egli visitato in sogno, comincia l’avventura della nostra salvezza. I due giovani innamorati non vedono Dio come intruso nella loro vita, ma quale dono sorprendente, capace di trasformare il loro progetto in un amore più grande, per tutti, senza confini.

Don Maurizio

Tu lo dici – sono re!

Parlare di monarchia, al giorno d’oggi, risulta quanto meno sorpassato, fuori luogo e fuori tempo. Anche se le democrazie, nel mondo, non sembrano mantenere le promesse di governi migliori, partecipati, realmente rappresentativi. Persino la stessa storia del popolo ebraico non conservava una felice memoria dell’epoca monarchica. Al tempo di Gesù, poi, non erano certo esemplari l’imperatore romano o gli erodi.

Perché allora Gesù parla del suo regno, quando sa che può essere malinteso, come se minacciasse di sostituirsi ai sovrani del suo tempo, alimentando aspettative politiche? In effetti, poco dopo la nascita di Gesu, Erode, impaurito per la perdita del proprio potere, aveva ucciso molti bambini. Ora, in prossimità della passione, anche il prefetto romano Pilato lo interroga su questo: «Sei tu il re dei Giudei?» e, nonostante la risposta di Gesù, che va in un’altra direzione, egli scriverà così sulla croce.

È difficile spiegarsi per Gesù – «il mio regno non è di questo mondo» –; non si tratta del dominare gli uomini, di lottare per il potere. Egli non è venuto per questo, ma «per dare testimonianza alla verità». Pilato cerca di capire: l’esempio che Gesù cita, riguardo ai servi che non combattono per lui, non basta. Nonostante tutte queste complicazioni, noi cristiani celebriamo Cristo re dell’universo. Dunque, cosa significa? Che cos’è la signorìa di Gesù? Può davvero far tremare i potenti, al punto da doverlo eliminare? Paradossalmente, ciò che fa paura alle autorità religiose e politiche del suo tempo è la vulnerabilità del Signore: sorprende il suo essere inerme, pacifico, buono.

La questione può sembrare lontana da noi; in realtà ci riguarda. La domanda da farci è: a chi prestiamo fede? A chi merita dare ascolto e obbedire? Non per essere sottomessi, ma per diventare liberi. Perché accogliere la verità – che è Gesù in persona – significa proprio questo: affidarci a Colui che è venuto per servire e non per essere servito, e metterci a servizio degli altri, con amore e umiltà. Mentre ci sono uomini che non smettono di misurarsi sulla forza e il potere, il Signore continua ad offrirsi liberamente alla sua passione, in tutti coloro che non rispondono al male col male, che credono alla pace e non alla guerra.

Al termine di questo anno liturgico, il nostro sguardo è rivolto alla croce, dove Gesù è salito, per scendere nell’abisso della morte, e per salire ancora più in alto, al vertice dell’amore, nella gloria del Padre. Lui è il Signore degli umili, di tutti coloro che vuol strappare dalle innumerevoli croci sulle quali la storia tenta di inchiodarli. Eppure, lui è la Verità che rende liberi da ogni abuso di potere umano. Questa è la certezza della fede: Cristo nostra speranza. Il tempo di Avvento, ormai prossimo, ci introdurrà al Giubileo della speranza. Disponiamoci ad attraversare la porta della sua misericordia.

Don Maurizio

Cristo Re dell’Universo – Vangelo e omelia (24 novembre)

Le mie parole non passeranno

Che cosa resta di questo mondo? Cosa rimane di questa umanità provata dai conflitti interiori e dalle lotte tra noi? A queste domande cerca di dare una risposta Gesù, nei discorsi escatologici, che ci accompagnano verso la fine dell’anno liturgico.

Siamo abituati a continue notizie negative: le guerre, gli sconvolgimenti metereologici per il cambiamento climatico, lo sfruttamento irresponsabile delle risorse del pianeta. Minacce di ogni genere, vicine o lontane, appesantiscono il cuore e la mente di tutti. C’è ancora speranza? Dov’è la promessa del Signore, che dice di essere venuto a salvarci?

Quando il ramo del fico diventa tenero e spuntano le foglie, sta per arrivare l’estate: è un esempio che dice qualcosa anche a noi. «Quando vedrete avvenire queste cose, riconoscete che il momento è vicino». Ma quale momento è prossimo? Si tratta forse della fine, o non piuttosto di un nuovo inizio? Gesù parla di ramo tenero, di estate imminente, e questo ci riempie di speranza, di fiducia: è la nuova creazione che passa attraverso le doglie di un parto.

Lo sguardo verso il futuro non deve scoraggiarci – sarebbe cedere alla tentazione del grande nemico, peraltro sconfitto –, perché il Signore non passa, le sue parole rimangono. Gesù è la Parola fatta carne per sempre. Per fede, sappiamo che con la morte e risurrezione di Gesù è iniziato il mondo nuovo; le sue frontiere attraversano i cuori spezzati, fasciati e risanati. Non preoccupiamoci di quando la scena di questo mondo finirà – non sa neppure Gesù il giorno e l’ora –; a noi interessa soltanto vivere l’attesa con gioiosa speranza che nulla andrà perduto. Il Signore raccoglie i cocci di questa umanità ferita e umiliata, per farne la sua ultima e più bella opera d’arte.

Ha un senso, allora, celebrare oggi la VIII Giornata mondiale dei poveri, che ha come tema: “La preghiera del povero sale fino a Dio” (Sir 21,5), accogliendo l’invito di papa Francesco a pregare per i poveri e insieme a loro. E poi, «Non dimentichiamo di custodire “i piccoli particolari dell’amore”: fermarsi, avvicinarsi, dare un po’ di attenzione, un sorriso, una carezza, una parola di conforto… Questi gesti non si improvvisano; richiedono, piuttosto, una fedeltà quotidiana, spesso nascosta e silenziosa, ma resa forte dalla preghiera. In questo tempo, in cui il canto di speranza sembra cedere il posto al frastuono delle armi, al grido di tanti innocenti feriti e al silenzio delle innumerevoli vittime delle guerre, rivolgiamo a Dio la nostra invocazione di pace. Siamo poveri di pace e tendiamo le mani per accoglierla come dono prezioso e nello stesso tempo ci impegniamo a ricucirla nel quotidiano».

Don Maurizio

XXXIII Domenica – Vangelo e omelia (17 novembre)

Tutto ciò che aveva: la sua intera vita

Nel  brano evangelico di oggi, Gesù mostra con due esempi concreti cosa intendeva il Signore, rivolto al profeta Samuele, in cerca di un re per il suo popolo: «io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore» (1Sam 16,7).

Nella prima scena, Gesù descrive il comportamento degli scribi – custodi della legge di Mosè –, ammantati di ampie vesti, alla ricerca di pubblico ossequio, in prima fila nelle sinagoghe e ai primi posti nei banchetti. Ma la loro segreta attività è depredare vedove e orfani, mentre pregano a lungo solo per ostentazione.

Gesù punta il dito su ciò che tutti sanno e vedono, ma non hanno la forza di contestare. Non rivela nulla di segreto: l’ipocrisia di chi cura l’aspetto esteriore, ma agisce male, è sotto gli occhi di tutti. Ha l’accento dei profeti la denuncia di Gesù: «Guai a coloro che fanno decreti iniqui e scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miseri e per frodare del diritto i poveri del mio popolo, per fare delle vedove la loro preda e per spogliare gli orfani» (Is 10,1-2). Può succedere che, in nome della legge di Mosè, si opprimano i più deboli. La religione dei precetti rischia sempre di dividere il mondo in due: ci sono gli eletti da una parte e gli scartati dall’altra.

Poi la scena si sposta nel tempio – l’altro caposaldo della religione d’Israele, accanto alla legge –, davanti alla camera del tesoro, dove si fa l’elemosina. Gesù vede una vedova povera che getta due spiccioli. Potrebbe tacere, il suo sguardo attento coglie qualcosa che sfugge a molti. Invece, egli chiama i discepoli e rivela ciò che lui solo ha percepito: a differenza di tutti gli altri, «lei invece, a partire dalla sua indigenza, ha gettato tutto ciò che aveva: la sua intera vita!».

Non è soltanto la condizione della povera vedova che qui risalta, ma il gesto che sgorga dal cuore, dalla profondità di colei che affida tutto ciò che ha al Dio che le hanno insegnato ad adorare. Ella non sa che la guardano davvero gli occhi del Figlio dell’Altissimo, seduto in silenzio vicino a lei.

Siamo così passati dall’invettiva profetica di Gesù, contro l’ipocrisia e l’ingiustizia degli uomini religiosi, alla tenerezza infinita del Signore, al quale non sfugge la verità del cuore. A chi voleva sapere qual è il comandamento più grande, ecco la risposta dei fatti: amare Dio con tutta la propria vita, nella semplicità che si affida, senza clamore.

Sono dunque scomparsi, in dissolvenza, i cattivi maestri, per lasciare ai discepoli il segno da cogliere e da seguire. L’invito è rivolto a noi, soprattutto nel momento in cui siamo più spinti dall’indignazione per l’incoerenza di alcuni, mentre vicino, di soppiatto, c’è chi, con umiltà, semina speranza e costruisce il bene senza rumore. E non solo: guardiamoci sempre dal giudicare le apparenze: perché è facile cadere nel tranello di apprezzare gli ipocriti e di disprezzare i poveri.

Don Maurizio

XXXII Domenica – Vangelo e omelia (10 novembre)

Il primo e più grande comandamento

La discussione sul valore dei comandamenti della legge mosaica sembra appassionare molto gli interlocutori di Gesù. Dopo i sadducei, che lo hanno interrogato sulla risurrezione, adesso uno scriba – un tecnico della legge – gli domanda: «Quale comandamento è il primo tra tutti?».

Secondo il Talmud babilonese, i 613 comandamenti comprendono “comandamenti positivi”, gli atti che il credente deve compiere, e “comandamenti negativi”, quelli dai quali astenersi. Le proibizioni sono 365, che coincide con il numero di giorni dell’anno solare, e i precetti sono 248, ovvero il numero attribuito al numero di ossa e organi principali del corpo umano.

Le questioni vengono poste a Gesù, come se fosse un rabbino esperto, nel tentativo, a volte di capire come la pensa, altre volte per coglierlo in fallo e metterlo in difficoltà. Già questo modo di affrontarlo rivela l’incomprensione del suo modo di parlare e di agire. Ma Gesù non si sottrae: è disposto a perdere tempo, cercando comunque una via di dialogo.

La prima disputa che i vangeli ci raccontano avvenne nel deserto, col diavolo, condotta a colpi di citazioni bibliche. Adesso siamo di nuovo a discutere su ciò che conta di più. Interessa sapere come essere graditi al Dio d’Israele, che avrebbe promulgato una serie di norme per il suo popolo.

Gesù va alla sostanza: prende due passi biblici – anch’essi della Legge di Mosè – e li mette insieme: amare Dio e amare il prossimo. Punto. Tutto il resto è secondario. In realtà, egli risponde e non risponde, perché l’amore è  libertà, creatività, non si può comandare, e se lo si comanda vuol dire che è un’esigenza alla quale obbedire col cuore, non per paura di non essere in regola. Amare espone, fa guardare oltre se stessi, sposta l’attenzione dall’io, che cerca di essere a posto, all’altro che ho di fronte: il Signore e le persone.

Lo scriba sembra apprezzare la risposta di Gesù, ed è interessante la sua osservazione conclusiva: amare «conta di più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Forse egli pensava ad una risposta tipo: “ricordati di santificare le feste”, ma viene colpito da ciò che sta a fondamento del culto. Gesù lo aveva già ricordato a scribi e farisei: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”» (Mc 7,6-7).

Il dialogo tra Gesù e lo scriba riguarda anche noi cristiani di oggi, spesso tentati di misurare la nostra conformità al volere divino sull’osservanza di regole. Non dimentichiamo che l’amore verso il Signore è sempre la grazia di una risposta al suo amore, e l’amore per gli altri esige molto di più dell’obbedienza a precetti e divieti: chiede di donare la vita, gratuitamente e senza misura.

Don Maurizio

XXXI Domenica – Vangelo e omelia (3 novembre)

Cosa vuoi che io faccia per te?

Nel brano evangelico di oggi colpisce l’identificazione di un non vedente, seduto al bordo della strada a mendicare: si chiama Bartimeo, è figlio di Timeo. Uno scarto della società giudaica – uno che non vede, e perciò non è visto – ha un nome e un’origine. Diventa protagonista della scena colui che, per l’acquisita disabilità della vista, è destinato alla marginalità, anzi è persino abbandonato da Dio, perché considerato peccatore.

Il grido disperato del povero – «Figlio di David, Gesù, abbi misericordia di me!» – giunge potente alle orecchie di Gesù che gli passa vicino, nonostante l’insistenza di molti che lo vogliono zittire. Bartimeo invoca pietà, supplica il perdono: forse è consapevole di un’oscura pena che gli è inflitta, sicuramente più dagli uomini religiosi che da Dio, per una colpa che non ha.

Bartimeo ha sentito dire che c’è Gesù il Nazareno, sa della sua bontà, e della tenerezza con cui tratta le persone in difficoltà, perciò cerca di farsi udire in tutti i modi. Siamo di fronte alla fede di un disgraziato, che domanda grazia. Gesù lo lascia avvicinare – cosa disdicevole per uno trattato da indemoniato – e gli chiede: «Cosa vuoi che io faccia per te?».

Il resto è luce ritrovata, fuoco acceso nel cuore, gioia nuova della vita.

Cosa sappiamo noi del tormento di chi vive come un fantasma, senza alcuna dignità, cui si aggiunge il disprezzo alla pena? Quante volte ci dà fastidio la menomazione, la disabilità, la marginalità? Magari, nel migliore dei casi, ci sovviene un senso di pietà, ma difficilmente ci spostiamo da dove siamo. E se qualcuno di questi scarti ci avvicina, è facile irrigidirsi: cosa mi chiederà, cosa vorrà da me?

Gesù non si lascia avvicinare solo perché è il Signore potente, che purifica e risana, ma perché si lascia toccare il cuore, avverte dentro di sé la sofferenza dell’altro. È il Dio che non giudica chi già è giudicato dagli uomini, non scarta chi è già scartato, non spegne il lucignolo fumigante. Come credenti, abbiamo bisogno di questa conversione: dal sospetto all’accoglienza, dalla distanza alla prossimità, dall’imbarazzo alla naturalezza. Chi è ai margini sa già di non meritare nulla; la sua condizione, per quanto procurata da sé o da altri, è già punitiva. Ad un peso se ne deve forse aggiungere un altro?

Non si tratta che di ascoltare il cuore ferito col proprio cuore. Come ha scritto papa Francesco nella sua ultima enciclica Dilexit nos: «Identificandosi con i più piccoli della società (cfr Mt 25,31-46) “Gesù ha portato la grande novità del riconoscimento della dignità di ogni persona, ed anche e soprattutto di quelle persone che erano qualificate come ‘indegne’. Questo principio nuovo nella storia umana, per cui l’essere umano è tanto più ‘degno’ di rispetto e di amore quanto più è debole, misero e sofferente, fino a perdere la stessa ‘figura’ umana, ha cambiato il volto del mondo, dando vita a istituzioni che si prendono cura delle persone che si trovano in condizioni disagiate: i neonati abbandonati, gli orfani, gli anziani lasciati soli, i malati mentali, le persone affette da malattie incurabili o con gravi malformazioni, coloro che vivono per strada”» (n. 170)  

Don Maurizio

XXX Domenica – Vangelo e omelia (27 ottobre)