Quanto conto io per te?

Il vangelo di oggi ci pone di fronte alla novità radicale di Gesù, in modo delicato, progressivo, sorprendente. Egli la prende larga: «Chi dicono gli uomini che io sia?». Sembra un sondaggio, a prima vista. In realtà, a lui interessa sapere che spazio ha nel cuore dei suoi amici e, per segnalarne la differenza, si fa dire cose del passato, quelle già viste: Giovanni il Battista, Elia, uno dei profeti. Guardare indietro serve a cambiare sguardo.

«Ma voi chi dite che io sia?». Una traduzione antica, che non suona tanto bene. Forse sarebbe meglio intenderla così: Cosa pensate di me? Quanto conto io per voi? Gesù non è la risposta alle nostre domande: lui è la domanda. Niente che assomigli ad altri. La sua novità si avverte col cuore, o ci si fida o niente. Vuole sapere dell’amore, e questo spinge avanti, non indietro.

Pietro si lancia: «Tu sei il Cristo!». Forse neppure sa cosa sta dicendo, ma è il cuore che parla. E quando sente il Maestro che annuncia il proprio destino tragico, da amico, cerca di proteggerlo. Ecco che qui si butta troppo avanti, si mette di fronte a lui. Meglio rimettersi dietro, altrimenti dopo l’ispirazione alta di riconoscerlo come Cristo, avanza quella tutta umana di chi intende male.

Non deve meravigliarci la contraddizione di Pietro: è la nostra, quando si mescolano amore e paura, fiducia e timore. Gesù accoglie l’una e l’altra, sa bene che stargli dietro, seguirlo e continuare a fidarsi anche nel momento della prova non è semplice. Perciò, chiede disposizione a donare la vita, invece che a proteggersi.

La novità sconvolgente di Gesù sta proprio in questa complessa vicenda d’amore: un Dio che non detta leggi, ma sta vicino, accoglie gli slanci e le frenate, fa vibrare il cuore e lo accarezza quando trema. Egli sa che cosa proviamo di fronte a lui, per questo mai si scoraggia dinanzi alle nostre incertezze. Sarà lui – se siamo disposti a rimanergli vicino – a trascinarci con sé, in mezzo agli altri, verso il dono pieno della vita, che viene dalla sua morte e risurrezione. Non ci resta che rispondere alla sua domanda: quanto conto per te? Ognuno sa che senza di lui non possiamo far nulla, e ciò che siamo è dono della sua grazia, mescolato a tutta la nostra fragilità, che egli ama e risana.

Don Maurizio

XXIV Domenica – Vangelo e omelia (15 settembre)

Dottrine che sono precetti di uomini

Lo scontro verbale tra Gesù e i farisei e gli scribi, sulla tradizione levitica – che dapprima riguardava i sacerdoti, e poi viene estesa a tutto il popolo –, rivela una profonda distanza tra il Vangelo e la legge e il culto d’Israele. Le espressioni di Gesù risuonano con forza: «Tralasciando il comandamento di Dio, voi vi attaccate alla tradizione degli uomini! Annullate bellamente il comandamento di Dio per osservare la vostra tradizione!».

Siamo di fronte a due modi sostanzialmente opposti di guardare a Dio e all’uomo. Nei confronti di Dio, le autorità religiose ebraiche credono di ottenere gradimento mediante l’osservanza di pratiche cultuali, come lavaggi di mani, cibi, calici, stoviglie, piatti di rame e divani. Per Gesù, conta il cuore aperto alla misericordia del Signore, che vede in profondità la persona, con i suoi limiti e i suoi desideri di bene.

Mentre i farisei immaginano Dio, e se lo rappresentano come un legislatore, burocrate e controllore della precisione di gesti esteriori, Gesù sposta l’attenzione sullo sguardo di Dio nei confronti delle persone. I primi partono da se stessi, costruiscono un Dio vigilante, la cui attenzione è rivolta alla forma, Gesù rivela il volto di un Padre che ascolta più il cuore delle labbra.

Cosa significa tutto questo per noi oggi? Molte persone hanno ricevuto una formazione religiosa piuttosto simile a quella familiare, dove giustamente si apprendono – o almeno si imparavano nel passato – buone regole igieniche, educative, di comportamento, che poco hanno a che fare con la cosiddetta “volontà di Dio”. Sono norme umane, utili per la buona educazione, ma nulla di così alto da provenire dal cielo.

Gesù fa fatica a spostare l’accento dai precetti umani a quelli divini; incontra resistenza, probabilmente perché è l’ordine sociale e religioso che interessa ai capi del popolo, preoccupati di controllare la vita dei fedeli. Ma al Padre del cielo non importa tutto questo: egli guarda a ciò esce dal cuore; Dio non vede l’uomo come l’uomo immagina Dio.

Gesù è venuto proprio a rovesciare la prospettiva: dato che non possiamo immaginare Dio, e soprattutto non è lecito crearlo a nostra immagine, ecco che lui ne svela il volto amoroso e compassionevole, insieme a quello esigente ed impegnativo, che domanda sincerità di cuore, coscienza limpida e coraggiosa.

Chiediamo al Signore che ci liberi dal sentirci a posto con lui e con gli altri quando osserviamo le regole, magari attenendoci al minimo, a ciò che costa meno. Gesù ci chiede di fare un passo in avanti, non solo di “non” fare il male, ma di fare il bene, senza trattenere nulla per noi. Il Vangelo domanda al cuore di aprirsi, non di dosarsi; chiede alla coscienza di amare senza riserve. Se non accogliamo questa spinta propulsiva della vera rivoluzione d’amore, rimarremo prigionieri dell’idea di un Dio creato da noi.

Don Maurizio

XXII Domenica – Vangelo e omelia (1 settembre)

Forse anche voi volete andarvene?

Alla fine di un discorso iniziato con la sorprendente esperienza della moltiplicazione dei pani e dei pesci, proseguito nella sinagoga di Cafarnao sulla manna del deserto e il vero pane del cielo, Gesù si trova davanti uno sconcerto generale: “Da quel momento molti dei suoi discepoli si tirarono indietro, e non andavano più con lui”.

Non è bastato il segno, né il confronto col passato dei padri dell’esodo, per persuadere i suoi ascoltatori di trovarsi davanti una novità inaudita. Dio non vuol sfamare solo lo stomaco, anche se è stato capace di farlo. Il passato e il presente sono annunci di una nuova presenza, che vuol raggiungere la profondità della vita, del cuore, dell’anima. Gesù in persona vuol stare con noi, desidera entrare in comunione intima, non gli basta dire cose e fare gesti: la sua carne e il suo sangue sono per noi, tutto di lui è per ciascuno di noi.

“Duro, questo discorso! Chi può prestarvi ascolto?”, gli rispondono. Trovarsi di fronte al “troppo” di Dio appare irricevibile. Non ce la fanno a capire, o meglio, a fidarsi di ciò che non sembra loro possibile, perché nessuno di noi potrebbe immaginare tanto. Ma per Gesù questo è solo un test, per vedere come i suoi amici potranno immaginarlo ancora con loro, una volta crocifisso, morto e sepolto. Lui sta guardando avanti, loro sono paralizzati nel presente. Dunque, se vogliono, possono tirarsi indietro, possono andarsene.

Ci sono momenti di crisi nella vita di ciascuno di noi, nella vita di fede come nelle esperienze umane. C’è un momento nel quale si è tentati di mollare, di chiudere, di lasciar perdere. Ed è lì che il Signore mostra a che punto arriva l’amore: lascia liberi, ci mette di fronte a noi stessi, mentre lui resta lì davanti ad aspettare. Non ci ricatta, non ci mette di fronte a tutto il bene ricevuto, non induce il senso di colpa. Con la tristezza nel cuore, egli è pronto a lasciare la corda lunga, ma non ad abbandonarci, mai.

L’episodio del vangelo di oggi è particolarmente significativo. L’istinto di Pietro – che nei vangeli torna ripetutamente – ci consola: “Andarcene da chi – Signore? Tu hai parole di vita eterna! E noi abbiamo creduto e riconosciuto che tu sei il Santo di Dio!”. Pietro risponde per sé e per gli altri discepoli. Non ce la fa a mollare, glielo dice il cuore, sa che le parole di Gesù l’hanno afferrato, gli restano dentro. Ed ecco che si apre la porta serrata dalla paura: Gesù potrà entrare col suo corpo e il suo sangue. Questa è la promessa. Questa, per noi oggi, è la realtà. Gesù rimane con noi fino alla fine del tempo, nell’Eucaristia e nei poveri e più vulnerabili.

Don Maurizio

Incominciò a inviarli due a due

Con il brano del vangelo di oggi, vediamo Gesù imprimere una svolta al proprio ministero tra la gente: invia i Dodici, quelli che ha chiamato per stare con Lui, e li manda ad annunciare il suo Vangelo per i villaggi della Palestina. Dovranno portare Lui, la sua parola, non loro stessi. Per cominciare questa nuova avventura, il Maestro dà loro alcune preziose indicazioni, che valgono anche per la Chiesa di ogni tempo, quindi anche oggi, per ciascuno di noi.

Primo: non devono andare da soli, ma in due. Questo è sigillo della comunità: non si è discepoli del Signore a titolo privato; il segno della sua presenza è la relazione tra i credenti; da come saranno capaci di mostrare intesa, comunione e armonia dipenderà l’efficacia della testimonianza. È un’indicazione importante anche per noi, abituati come siamo all’individualismo, alla pratica religiosa limitata a gesti formali e solitari, anche quando partecipiamo a celebrazioni comunitarie.

Secondo: debbono portare con sé solo l’essenziale – un vestito, un paio di sandali, un bastone –, e possiamo immaginare il disagio nel bussare alle porta di casa, dopo un lungo viaggio, assetati, polverosi, senza ricambio. È lo stile di chi si presenta come un indigente, bisognoso di accoglienza, che mentre dona una buona notizia, ha pure necessità di ricevere. Per rendere credibile il messaggio di Gesù non sono necessarie sovrastrutture materiali, ideologiche, persuasive. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”, e ciò che si dona vale di per sé, non per l’abilità di chi pretende di convincere.

La terza indicazione, infatti, consiste  proprio nella libertà che riguarda sia il discepolo missionario sia il destinatario: “Se in qualche luogo non vi accogliessero e non vi ascoltassero, andatevene e scuotete la polvere sotto i vostri piedi”. Non è lo sdegno rabbioso dell’incompreso, ma la naturale reazione di chi ha chiesto permesso e ha trovato la porta chiusa: pazienza, si va avanti, si va oltre, nessun problema.

Bene, queste sono le indicazioni, ma quale effetto avrà questo primo tentativo di vedere come funziona la Chiesa di Gesù, mandata per i villaggi della Palestina, nella sua forma embrionale? Anzitutto, non si parla di nuovi seguaci, di gente che si aggrega. C’è però una cosa importante, con la quale si apre e si chiude il brano: Gesù “dava loro potere sugli spiriti impuri”; “scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano”. L’efficacia della missione dei Dodici sta nella potenza di Gesù che li accompagna: il male non ha posto, se ne deve andare.

Coloro che soffrono, nello spirito e nel corpo, all’incontro con i discepoli del Signore, hanno il diritto di trovare speranza, liberazione, sollievo. Serve solo un po’ di fede e un po’ di amore: la missione dei credenti dipende da Gesù, al quale credere e nel cui nome servire.

Don Maurizio

«Non è costui l’artigiano?»

Gli abitanti di Nazaret, compaesani di Gesù, mentre lo ascoltano insegnare nella loro sinagoga, restano impressionati, ma in senso negativo. Si chiedono, infatti, dove ha imparato tutto questo. L’hanno visto crescere in paese, senza particolare istruzione; faceva l’artigiano, come suo padre Giuseppe, il falegname; sanno chi è sua madre, i suoi parenti più stretti, tutta gente normale. Insomma, niente di straordinario nella vita di questo giovane, che adesso fa da maestro, senza pedigree.

La normalità di Gesù, invece di essere motivo di orgoglio, è occasione d’inciampo, di scandalo. Questa circostanza dà modo a Gesù di riferirsi alla condizione del profeta: uno che non trova accoglienza proprio a casa sua; anzi, proprio qui incontra meraviglia negativa e persino disprezzo.

Purtroppo, il Vangelo di Gesù continua anche oggi a fare questo effetto, per molta gente, che preferisce andare in cerca di segni straordinari, cadendo preda dell’inganno e dalla manipolazione di falsi profeti. Proliferano, infatti, sedicenti eletti, ammantati di pretese messianiche, che annunciano visioni, messaggi divini, insieme a catastrofi e disastri imminenti.

Sembra che al divino debba sempre associarsi qualche fenomeno sconvolgente, che irrompe nel quotidiano tramite questi falsi mediatori. A questa duplice tendenza dell’animo umano – di credersi eletti dall’alto, da un parte, e di andare in cerca di illusioni, dall’altra – Gesù risponde con la sua esistenza semplice, ordinaria, fatta di cura dei più fragili, di misericordia verso i peccatori, e di amore per tutti.

I segni che talvolta Gesù compie sono solo annuncio dell’unico segno pienamente salvifico, che sarà la sua morte e risurrezione: tutto il resto è secondario, marginale, facoltativo. Ciò che conta, per il cristiano normale, è credere in Gesù Signore e amare tutti, senza riserve. Questo è il fatto straordinario cui siamo chiamati a dare fiducia.

Alcuni vanno a cercare Dio nei segni del sole, delle stelle, delle nubi in cielo; altri si affidano a veggenti latori di messaggi persino mariani, carichi di minacce apocalittiche; altri ancora danno credito a presunti custodi di tradizioni immutabili, profeti di una Chiesa di puri.

Bene, tutti costoro dimenticano che per Gesù, il buon grano cresce insieme alla zizzania, anche nel campo misto che è la Chiesa. Dimenticano che il vero profeta non si mette in evidenza, non cerca protagonismo, né aspira a diventare martire. Solo un testimone dell’amore è credibile, perché disposto a farsi da parte – come Giovanni Battista –, per aprire la strada all’unico Signore, da seguire sull’incerto sentiero della fede, nel chiaroscuro del quotidiano, dove solo la carità ha il potere di illuminare anche le notti più oscure dell’umano in cui Dio è venuto ad abitare.

Don Maurizio

XIV Domenica – Vangelo e omelia (7 luglio)

Nuovo calendario Messe

Per gentile ospitalità del Parroco del Carmine,
celebrerò la Santa Messa nella chiesa di San Sepolcro
nelle seguenti domeniche alle ore 12.00:

  • Domenica 7 luglio – ore 12.00
  • Domenica 14 luglio – ore 12.00
  • Domenica 21 luglio – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 28 luglio – 12.00
  • Domenica 4 agosto – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 11 agosto – ore 12.00
  • Domenica 18 agosto – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 25 agosto – ore 12.00
  • Domenica 1 settembre – ore 12.00
  • Domenica 8 settembre – ore 12.00
  • Domenica 15 settembre – ore 12.00
  • Domenica 22 settembre – ore 12.00               pranzo con i poveri
  • Domenica 29 settembre – non c’è la Messa delle ore 12.00

* La Santa Messa delle 12.00 non è parrocchiale

Don Maurizio Gronchi