Pienezza della legge è l’amore

Oggi siamo con Gesù sul monte della Galilea, dove il soffio del vento accompagna una voce che invece di demolire il passato vuol farlo fiorire. Gesù si presenta non come un legislatore che aggiunge pesi, ma come un giardiniere che si prende cura delle radici, perché sa che nel buio del terreno interiore si decide la bellezza del frutto.

Nel disegno di Dio, nulla è insignificante. Il minimo è la soglia del di più. Gesù ci riporta alla cura del frammento, alla precisione dell’amore nel dettaglio. È lui la fioritura di ogni attesa umana, la risposta che finalmente dà senso a ogni domanda scolpita nei secoli. Poi arriva la sfida, quella parola che scuote le nostre sicurezze: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei». La giustizia dei farisei era orizzontale, fatta di misure, di pesi, di osservanze da contare e applaudire, come in un teatro.

Gesù propone la giustizia verticale, quella che affonda nel cuore, perché mentre si china sul più debole si volge all’altezza di Dio. Egli ci insegna che il peccato non inizia quando la mano impugna il coltello, ma quando il cuore si chiude nell’ira. Tradisce l’amore lo sguardo che riduce l’altra ad oggetto, ed è persino disposto a distruggerla quando gli sfugge. Gesù compie un’operazione di chirurgia spirituale: se vogliamo fermare la guerra, dobbiamo disarmare l’impeto d’ira che fa uscire parole di odio.

Papa Leone, nel suo messaggio quaresimale, ci invita proprio a questo tipo di digiuno: «Vorrei per questo invitarvi a una forma di astensione molto concreta e spesso poco apprezzata, cioè quella dalle parole che percuotono e feriscono il nostro prossimo. Cominciamo a disarmare il linguaggio, rinunciando alle parole taglienti, al giudizio immediato, al parlar male di chi è assente e non può difendersi, alle calunnie. Sforziamoci invece di imparare a misurare le parole e a coltivare la gentilezza: in famiglia, tra gli amici, nei luoghi di lavoro, nei social media, nei dibattiti politici, nei mezzi di comunicazione, nelle comunità cristiane. Allora tante parole di odio lasceranno il posto a parole di speranza e di pace».

Nel vangelo di oggi, Gesù ci invita alla nudità della parola. In un mondo di giuramenti altisonanti, di clausole infinite e di maschere perbenistiche, ecco la rivoluzione della semplicità: «Sia il vostro parlare: sì, sì; no, no». Il resto viene dal Maligno, perché è nel groviglio delle parole oscure che si nasconde l’inganno. Non abbiamo paura della trasparenza radicale di Gesù. Egli non ci chiede di tagliare la mano o cavare l’occhio per punirci, ma per liberarci da ciò che ci impedisce di vedere la luce e di abbracciare il fratello. Chiediamo la grazia di una giustizia che non sia un calcolo, ma un’eccedenza d’amore. Che il nostro sì al Signore diventi un sì alla vita, alla giustizia e alla pace, ricordando, come scrive san Paolo, che «pienezza della legge, dunque, è l’amore» (Rm 13,10).  

Don Maurizio

VI Domenica – Vangelo e omelia (15 febbraio)

Il gusto e la trasparenza del Vangelo

Le parole di Gesù che abbiamo appena ascoltato non iniziano con un comando, ma con una dichiarazione di identità. Egli non dice: “sforzatevi di essere”, ma afferma con la forza di un’alba: «voi siete». Prima ancora di agire, siamo definiti da una natura nuova. Gesù sceglie due elementi poveri, quotidiani, quasi banali, per descrivere la potenza del Vangelo: il sale e la luce.

Il sale è un elemento particolare: la sua efficacia dipende interamente dalla sua capacità di sparire. Se lo vedi nel piatto, significa che hai esagerato; se non lo senti nella giusta misura, il cibo è insipido. Il cristiano è chiamato a questa alchimia della discrezione. Essere sale della terra significa dare sapore alla vita altrui senza occupare il centro della scena. È una missione che parla di conservazione e di gusto: proteggere i più fragili e restituire sapore a chi è inaridito dalla noia o dal dolore. Ma attenzione al monito di Gesù: il sale può perdere il sapore. È il rischio di una fede ridotta ad abitudine, di un amore che diventa calcolo. Un sale che non sala è un’ipocrisia della materia; così è un cristiano che ha smarrito lo stupore del Vangelo.

Dall’invisibilità del sale passiamo alla visibilità assoluta della luce. Se il sale opera dentro, la luce agisce sopra. Gesù ci dice che la fede non è un affare privato, un segreto da custodire gelosamente sotto il moggio dei nostri timori o dei nostri interessi. «Non può restare nascosta una città che sta sopra un monte». In un mondo spesso avvolto dalle tenebre dell’indifferenza e dei conflitti, siamo chiamati ad esporci, ma non per esibizione. La lampada non brilla per mostrare se stessa, ma per indicare la strada, per illuminare i volti dei fratelli, per rivelare la bellezza della casa.

Essere luce significa lasciare che risplenda il volto di Gesù. Se la nostra luce attira l’attenzione solo su di noi, siamo ancora nel teatro delle ombre. La conclusione del brano è una chiave di volta: le opere buone sono il combustibile di questa lampada. Non sono gesti di filantropia distaccata, ma atti di giustizia incarnata. Essere sale e luce significa che la nostra sapidità si misura da quanto sappiamo prenderci a cuore il più debole, e la nostra luminosità da quanto abbiamo il coraggio di denunciare l’oscurità dell’ingiustizia. Siamo chiamati a un equilibrio difficile, ma splendido: scomparire come il sale per dare sapore, e splendere come la luce per offrire speranza. Non siamo noi la fonte della luce, siamo solo lo specchio; non siamo noi la sorgente del sapore, siamo solo i discepoli di Gesù. Lui dà gusto alla vita, noi siamo la pietanza; lui è il sole, noi la luna.  

Don Maurizio

La Costituzione del cuore

Le beatitudini sono la Magna Carta di un regno capovolto, dove la debolezza diventa forza e il vuoto diventa accoglienza; sono la Costituzione del cuore.

Tutto inizia con un paradosso che sfida la logica del mondo: «Beati i poveri in spirito». In un tempo che esalta il possesso, l’accumulo e l’autoaffermazione, Gesù proclama beato chi sa di essere mancante. La povertà in spirito non è miseria, ma spazio nuovo: è il cuore che ha fatto pulizia di sé, che ha deposto l’orgoglio dei titoli e delle sicurezze per farsi grembo vuoto, capace di ospitare l’infinito. Il regno dei cieli appartiene a loro perché non hanno altri regni da difendere.

Questa beatitudine è la radice di tutte le altre. Chi è povero in spirito può essere mite, perché non deve combattere per il proprio spazio; può essere misericordioso, perché sa quanto ha bisogno di perdono; può essere puro di cuore, perché non ha l’occhio offuscato dall’interesse.

Gesù prosegue toccando le corde più dolenti dell’esistenza: il pianto, la fame, la sete. C’è una bellezza misteriosa in questo Dio che chiama beati coloro che soffrono. Non è l’esaltazione del dolore, ma la promessa della fine della solitudine.

Quelli che sono nel pianto scoprono che esiste un Consolatore che asciuga le lacrime con la propria carezza.

Quelli che hanno fame e sete della giustizia sono gli instancabili sognatori di un mondo dove l’uomo non sia lupo per l’uomo. La loro non è una fame che si placa con il pane, ma un desiderio ardente che trova pace solo nel banchetto di Dio.

Gesù ci sta dicendo che le nostre ferite non sono incidenti di percorso, ma spiragli attraverso i quali può entrare la luce della grazia. Il cristiano non è colui che non soffre, ma colui che abita il dolore con la certezza di un’alba che sta per sorgere.

Il discorso si sposta poi sull’azione: «Beati gli operatori di pace». La pace di Gesù non è una tregua armata o una semplice assenza di conflitti; è un’opera d’arte quotidiana, un lavoro paziente di cucitura tra strappi. Sono i figli di Dio perché somigliano al Padre, che è l’eterno riconciliatore.

E per poter operare la pace, occorre la purezza di cuore. Non si tratta di una purezza legalistica o formale, ma della trasparenza del diamante. Il puro di cuore è colui che non ha doppiezze, che guarda il mondo con lo sguardo limpido di un bambino. Costoro “vedranno Dio” perché Dio si riflette in uno specchio che non sia appannato dall’egoismo o dall’ipocrisia.

Infine, il Maestro avverte che questa logica del regno ha un prezzo. Essere miti, giusti e puri espone alla persecuzione. Eppure, qui il tono del Vangelo non si fa cupo, ma esplode in un invito all’esultanza: «Rallegratevi ed esultate».

L’insulto e la calunnia subiti per causa di Gesù non sono il segno della sconfitta, ma il sigillo dell’appartenenza. È la gioia di chi ha trovato una perla così preziosa da rendere insignificante ogni sacrificio. La ricompensa nei cieli non è un premio futuro, ma una presenza che già ora colma il cuore di una pace che il mondo non può né dare né togliere.

Le beatitudini non sono comandamenti che pesano, ma promesse che liberano. Sono il ritratto di Gesù stesso: egli è il povero, il mite, il perseguitato, il puro. Seguire le beatitudini significa dunque indossare i sentimenti del Signore, trasformando la nostra vita in una melodia che risuona controcorrente.

Usciamo da questo monte con una consapevolezza nuova: la nostra felicità non dipende da quanto abbiamo, ma da quanto spazio lasciamo a Dio. Possa la nostra vita quotidiana diventare una piccola beatitudine incarnata, affinché chi ci incontra possa intravedere, tra le pieghe della nostra fragilità, il riflesso della luce eterna del regno.

   

Don Maurizio

Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino

 «Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce». Con questa espressione, tratta dal profeta Isaia, il vangelo di oggi riprende l’annuncio gioioso della presenza di Gesù in mezzo al suo popolo, inaugurata dal battesimo sul fiume Giordano. La luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta, né l’hanno sopraffatta. Così abbiamo sentito ripetere a Natale. Quella luce è Gesù, il Figlio, venuto nella carne in mezzo a noi.

Adesso, egli inizia il proprio cammino tra la gente, chiama degli amici a seguirlo, per stare con lui, ed imparare cosa significa servire e amare. Al centro della predicazione di Gesù risuona con insistenza l’annuncio del regno di Dio, vicino, imminente, ma non ancora del tutto compiuto. Per comprendere cosa significa riconoscere la signorìa di Dio è necessaria la conversione. Ma cosa vuol dire convertirsi?

La parola greca “metànoia” indica un cambiamento di mentalità, un profondo mutamento nel modo di pensare, di sentire, di giudicare le cose. Gesù non è un filosofo, che propone una teoria con cui pensare al mondo, ma un maestro di vita, il Signore dal quale s’impara a credere in un Dio che è Padre, e a vedere le persone in un modo diverso da quello comune. Nei suoi occhi brilla la luce del mondo nuovo, in cui ognuno è amato senza condizioni, è fratello e sorella, abbracciato, accolto e perdonato.

Convertirsi significa, dunque, lasciarsi toccare il cuore, mettere da parte lo specchio che riflette il proprio volto insoddisfatto, per cominciare a fidarsi di colui che attrae con la potenza del suo sguardo, della sua parola, dei suoi gesti. I primi discepoli lasciano la propria occupazione professionale – nel racconto di oggi, la pesca –, perché c’è un’altra missione che li attende: pescare gli uomini, ovvero immergersi nella vita degli altri, lasciarsi tirar fuori dalle proprie reti imbrigliate, per abbracciare chiunque s’incontra con lo stesso amore dal quale si è stati catturati.

Può sembrare uno strappo dalla vita normale costruita con fatica. In realtà, è un nuovo modo di vivere, non più centrato su se stessi, ma allargato, esteso, non limitato alla cerchia degli affetti familiari. La ragione che Gesù indica è “il regno dei cieli è vicino”, che significa: Dio è qui, tra noi, con noi, per noi e per tutti. L’ordine degli affetti è dilatato: nessuno è più estraneo, sconosciuto, straniero.

Conversione, perciò, è fare un passo in avanti, per farsi prossimo, avvicinando e toccando la carne ferita dei più deboli ed emarginati. Non dimentichiamo che se trattiamo bene gli altri, soprattutto coloro che si sentono disprezzati da tutti, questi si sentiranno meglio, imparando che solo gli occhi che non giudicano fanno riprendere forza. Ciò che a Gesù interessa è che nessuno è mai così lontano da non poter essere amato.    

Don Maurizio

III Domenica – Vangelo e omelia (25 gennaio)

Ho visto e ho testimoniato

L’incontro tra il Battista e Gesù sul fiume Giordano, in occasione del battesimo, nel racconto del quarto evangelista, ci consegna un elemento particolarmente importante. Per ben due volte, Giovanni dice: “Io non lo conoscevo”. Può sembrare strana questa insistenza, dal momento che i due erano cugini. Eppure Giovanni lo ripete, per farci capire la sorpresa che si trova davanti. Gesù si presenta in fila con tutti gli altri, come se nulla fosse, ma c’è un fatto nuovo e inatteso: Giovanni vede lo Spirito scendere su di lui, e allora comprende chi ha davanti: l’Agnello, il Figlio di Dio. Conosceva suo cugino, ma non sapeva ancora chi era in realtà. È stato necessario un percorso. Gesù gli si è venuto incontro  dal basso, in mezzo alla gente comune, e dall’alto, grazie allo Spirito disceso come una colomba.

Questo racconto ci invita a riflettere sul nostro cammino di fede, fatto di piccoli passi, mediante il quale arriviamo a conoscere meglio il Signore. Come credenti, sappiamo alcune cose di Dio, apprese attraverso l’iniziazione cristiana; in noi si è formata un’idea del Signore, alimentata dalla pratica dei sacramenti; ma c’è sempre da crescere nella conoscenza, e ciò avviene, anche per noi, dal basso e dall’alto: attraverso gli incontri quotidiani e per il dono della grazia.

Da piccoli, è più facile fidarsi del racconto evangelico, che affascina per la coerenza di Gesù: un uomo che ama incondizionatamente tutti coloro che incontra, e paga con coraggio la scelta di reagire al male col perdono. Poi si cresce, e vengono i dubbi: ci fidiamo meno della Chiesa, per le incoerenze di coloro che non sempre danno buona testimonianza. Viene così il momento di una ricerca più personale, in cui distinguere la sostanza del vangelo dalle forme che ha assunto nella storia.

Come il Battista, anche noi abbiamo bisogno di segni, per maturare la convinzione che Dio è altro dall’idea che ci siamo fatti. Ed è qui che può avvenire una scoperta inaspettata. Il Signore che pensavamo nascosto in cielo, oltre ogni immaginazione, senza volto e senza voce, invece è qui, vicino a me, a te, a noi. Ha occhi nei quali brilla la luce dello Spirito: è Dio, ed è come noi. Ha voluto assomigliarci, per provare ciò che proviamo, per soffrire ciò che noi soffriamo, per gioire insieme a noi.

L’esperienza della fede è fatta di compagnia, nella lenta e sorprendente scoperta della presenza di Gesù accanto a ciascuno di noi, in ogni istante della vita, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia.

Impariamo da Giovanni a guardare a Gesù come all’Agnello che purifica dal male, al Figlio che ci rende figli, per testimoniare a tutti che è la spiritualità della compagnia a renderci più fratelli e sorelle, amati e capaci di amare.  

Don Maurizio

II Domenica – Vangelo e omelia (18 gennaio)

Dov’è colui che è nato?

L’Epifania del Signore compie l’evento della nascita di Gesù. Dopo l’adorazione dei pastori alla mangiatoia di Betlemme, oggi i magi, sapienti venuti dall’Oriente, guidati dalla stella, portano i loro doni al piccolo re. Essi hanno cercato un segno nel cielo, e hanno trovato un bambino con sua madre in terra. Colui che viene dal Padre dei cieli è presente in mezzo a noi, nato dalla vergine Maria e dallo Spirito santo.

Il Signore si fa trovare, nonostante tutte le difficoltà. Erode ha tentato di approfittare della sincera ricerca dei magi; con l’inganno si è messo in mezzo al cammino di cuori generosi, ma senza successo. Al desiderio autentico di scoprire la novità di Dio si è intromessa la paura di chi vede vacillare il proprio potere umano, arrogante, spietato.

Anche nel nostro tempo soffiano venti impetuosi e minacciosi: abbiamo tutti paura di soccombere alla forza dei potenti, assetati di terra e di sangue. Ma è proprio oggi che il Signore continua a venire in mezzo a noi: con la tenerezza che risponde alla forza, con la mansuetudine che si oppone alla violenza, con la clemenza che resiste all’odio. A noi tocca ripetere: “Dov’è colui che è nato?”, certi che egli si farà trovare.

C’è una novità sorprendente che bussa alla nostra porta: Dio non si scoraggia, continua a lasciare il suo Figlio nelle mani dell’umanità, nella speranza di trovare ancora braccia accoglienti come quelle di Maria, mani generose come quelle dei magi.

Ci sono ancora persone capaci di cercare? Di non accontentarsi di ciò che hanno? Di lasciar crescere dentro di sé il desiderio di amore e di pace? Forse i magi di oggi sono più di quanti vediamo: nascosti nei vicoli dei villaggi sperduti della Terra; abbandonati sui cigli delle strade di periferia; intirizziti dal freddo sui binari delle stazioni; doloranti nei letti d’ospedale; abbandonati da tutti nella solitudine delle prigioni.

Il grido disperato di coloro che sollevano lo sguardo in alto, in cerca di un Dio che possa ascoltarli, trovi oggi le nostre orecchie aperte, si faccia preghiera incessante, divenga carità operosa. L’oro, l’incenso e la mirra offerti al bambino Gesù, egli li affida a noi suoi discepoli. Non l’oro delle cassette di sicurezza, ma l’elemosina della carità; non l’incenso offerto agli idoli, ma il profumo della preghiera; non la mirra della cosmesi, ma l’unguento che cura le ferite.

Accogliamo le parole di papa Leone, nella sua omelia di questa mattina: «Sì, il Signore ci sorprende ancora! Si fa trovare. Le sue vie non sono le nostre vie, e i violenti non riescono a dominarle, né i poteri del mondo possono bloccarle. […] La fedeltà di Dio ci stupirà ancora. Se non ridurremo a monumenti le nostre chiese, se saranno case le nostre comunità, se resisteremo uniti alle lusinghe dei potenti, allora saremo la generazione dell’aurora».

Don Maurizio

Epifania del Signore – Vangelo e omelia (6 gennaio 2026)