«Perché la croce? Perché Gesù prende su di sé il male, la sporcizia, il peccato del mondo, anche il nostro peccato, di tutti noi, e lo lava, lo lava con il suo sangue, con la misericordia, con l’amore di Dio. Guardiamoci intorno: quante ferite il male infligge all’umanità! Guerre, violenze, conflitti economici che colpiscono chi è più debole, sete di denaro, che poi nessuno può portare con sé, deve lasciarlo. Mia nonna diceva a noi bambini: il sudario non ha tasche. Amore al denaro, potere, corruzione, divisioni, crimini contro la vita umana e contro il creato! E anche – ciascuno di noi lo sa e lo conosce – i nostri peccati personali: le mancanze di amore e di rispetto verso Dio, verso il prossimo e verso l’intera creazione. E Gesù sulla croce sente tutto il peso del male e con la forza dell’amore di Dio lo vince, lo sconfigge nella sua risurrezione. Questo è il bene che Gesù fa a tutti noi sul trono della croce. La croce di Cristo abbracciata con amore mai porta alla tristezza, ma alla gioia, alla gioia di essere salvati e di fare un pochettino quello che ha fatto Lui quel giorno della sua morte».
(Papa Francesco, Omelia nella Domenica delle Palme, 24 marzo 2013)
«E questo Gesù, che accetta di essere osannato pur sapendo bene che lo attende il “crucifige!”, non ci chiede di contemplarlo soltanto nei quadri o nelle fotografie, oppure nei video che circolano in rete. No. È presente in tanti nostri fratelli e sorelle che oggi, oggi patiscono sofferenze come Lui: soffrono per un lavoro da schiavi, soffrono per i drammi familiari, soffrono per le malattie… Soffrono a causa delle guerre e del terrorismo, a causa degli interessi che muovono le armi e le fanno colpire. Uomini e donne ingannati, violati nella loro dignità, scartati…. Gesù è in loro, in ognuno di loro, e con quel volto sfigurato, con quella voce rotta chiede – ci chiede – di essere guardato, di essere riconosciuto, di essere amato.
Non è un altro Gesù: è lo stesso che è entrato in Gerusalemme tra lo sventolare di rami di palma e di ulivo. E’ lo stesso che è stato inchiodato alla croce ed è morto tra due malfattori. Non abbiamo altro Signore all’infuori di Lui: Gesù, umile Re di giustizia, di misericordia e di pace».
(Papa Francesco, Omelia nella Domenica delle Palme, 9 aprile 2017)
Don Maurizio
Domenica delle Palme – Vangelo e omelia (29 marzo)
Il brano del cieco nato è un dramma in più atti, un capolavoro di contrasti dove la luce non serve a illuminare gli oggetti, ma a svelare i cuori. In questa Quaresima, il testo ci interroga in modo bruciante sulla nostra capacità di vedere davvero. Il racconto si apre con una domanda: «Chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». È la tentazione del perché, la ricerca di un colpevole per dare un senso al dolore. Ma Gesù sposta l’asse della questione: non gli interessa il perché della causa, ma il che cosa che ne deriva. Quel dolore non è un castigo, è un’occasione perché si manifestino le opere di Dio. È lo sguardo pasquale che lascia dietro di sé l’oscurità del male che crocifigge, per aprirsi alla luce del vita nuova del Risorto.
Gesù compie un gesto strano: sputa in terra, fa del fango e lo spalma sugli occhi del cieco. È un richiamo all’atto creativo di Dio, che impasta l’uomo dal fango della terra, e gli soffia nelle narici il suo spirito di vita. Gesù non sta solo curando un occhio malato, sta ricreando l’uomo. Ci dice che la nostra terra, la nostra fragilità, anche quella che ci sembra sporca o inutile, nelle mani di Dio diventa lo strumento della nostra guarigione.
La guarigione richiede un passo del cieco: «Va’ a lavarti». Dio impasta, ma noi dobbiamo camminare verso la piscina di Siloe.
Il resto del brano è un paradosso ironico: “volete forse diventare suoi discepoli anche voi?”. L’uomo che era cieco inizia a vederci sempre più chiaro: prima vede un uomo chiamato Gesù, poi un profeta, infine il Figlio dell’uomo.
Al contrario, i vedenti – i farisei, i dotti – diventano sempre più ciechi. Essi sono prigionieri dei loro schemi. «Quest’uomo non viene da Dio perché non osserva il sabato». Preferiscono la coerenza del loro sistema alla felicità di un uomo guarito; a loro interessa più il peccato della salvezza. È il rischio che corriamo anche noi, quando siamo così convinti delle nostre verità da non accorgerci di Dio quando passa e rompe le nostre regole.
Il cieco guarito è solo, i vicini non lo riconoscono, i genitori per paura lo abbandonano ai suoi inquisitori, i religiosi lo cacciano via. Vedere la luce ha un prezzo: la libertà. Quest’uomo, che prima era solo un mendicante, ora è l’unico uomo libero in un mondo di schiavi della paura.
Il brano si chiude come era iniziato, con Gesù che vede l’uomo, ma stavolta non è un incontro fisico, è l’incontro della fede. «Tu credi nel Figlio dell’uomo?». Il cieco non chiede più “perché sono nato così”, ma dice: «Credo, Signore!». E si prostra. La guarigione è completa non quando gli occhi si aprono, ma quando le ginocchia si piegano. La vera cecità è la presunzione di non aver bisogno di guarigione.
Don Maurizio
IV Domenica di Quaresima – Vangelo e omelia (15 marzo)
La quaresima è il tempo propizio per chi si mette in cammino, e si dispone ad andare avanti, proteso verso il grande passaggio pasquale. Ci avviciniamo gradualmente, con il lento passo del cuore, al Signore della vita, vincitore delle paure e di ogni male, attraverso insidie e piccoli successi. Domenica scorsa eravamo con Gesù nel deserto della solitudine e della prova; oggi saliamo sul monte della luce abbagliante. Ci lasciamo volentieri alle spalle l’inverno, gustiamo il primo tepore primaverile: le giornate si allungano e viene voglia di uscire, anzitutto da noi stessi, incontro al fiorire della speranza.
Gesù porta con sé tre discepoli, offre loro un segno consolante, prima della sua passione. Verranno i giorni in cui essi cercheranno di sottrarsi, dormendo, fuggendo, impauriti e smarriti. Adesso però c’è bisogno di luce, d’incanto, di stare insieme per godere anche della compagnia di Mosè e di Elia, testimoni di una storia complessa e faticosa, eppure aperta ad un compimento inatteso. In questa scena risuona la voce di Dio: «È questo il mio Figlio, l’amato, in lui ho riposto il mio amore, ascoltatelo!». È il Padre che ci supplica di guardare a Gesù, di tenere gli occhi fissi su di lui: la fede è sempre fatta di soste, ha bisogno di oasi ove risposare mente e cuore, per alimentare l’intima certezza di essere amati, di non restare soli.
Saremmo illusi a pensare che tutto scorra liscio per chi crede. La consolazione è sempre un dono ricevuto sotto una nube luminosa che ci copre con la sua ombra. Sul monte, il Maestro si trasforma, cambia aspetto davanti ai discepoli; lo vedono in una luce nuova, non meno sconvolgente del buio che li invaderà nel momento dell’assenza.
Tutto questo ci parla oggi, in un tempo di grande prova per l’umanità, minacciata da folli potenti, decisi senza pietà a ridisegnare il mondo, come se ne fossero gli ultimi padroni. Cosa possiamo pensare, da cristiani, da uomini e donne di pace, che hanno imparato a disarmare la mente e le braccia, come ha fatto Gesù?
Anzitutto, non possiamo dimenticare che sono sempre i più deboli – gli anziani, le donne, i bambini – a soccombere sotto la furia cieca dell’odio. Questa è la passione di Gesù che continua nelle membra ferite dei suoi fratelli e sorelle, in ogni parte della terra. È vero, possiamo fare poco con la preghiera, ma è quel poco che basta a sollevare lo sguardo, per fissare gli occhi in quelli del Signore, tristi eppure illuminati da un amore che non si arrende mai, neppure di fronte alla più inaudita violenza.
Non andiamo a cercare ragioni per giustificare chi odia, uccide e distrugge. Il Vangelo di Gesù è il solo che si spinge a lottare per la giustizia senza usare le armi, a sperare quando ogni speranza sembra svanire, ad amare senza riserve anche il peggiore nemico. Questo è il senso della Pasqua che ci viene incontro.
Don Maurizio
II Domenica di Quaresima – Vangelo e omelia (1 marzo)
Tre luoghi fanno da cornice all’esperienza delle tentazioni, alle quali Gesù non si sottrae: il deserto, il tempio, il monte. Nella desolazione, quando la sabbia, la calura e il silenzio avvolgono Gesù, dove sopravvivere è tutto, ecco insinuarsi la voce del falso amico: hai fame? Puoi trasformare le pietre in pane, ne hai diritto, hai già fatto abbastanza, è l’ora di pensare a te, lascia perdere il Padre. La vista è annebbiata, lo stomaco reclama, ma una voce più potente parla al cuore: è la parola che esce dalla bocca di Dio. Tra le due voci, Gesù sceglie quella di chi lo ama, non un’altra.
La prima tentazione ci riguarda: quando dobbiamo scegliere tra l’io e il noi, tra un io che si isola e il noi dell’abbraccio, della fiducia, dell’amore. La prova che Gesù sostiene è la nostra, di fronte ad un Dio che sembra abbandonare, mentre sta solo chiedendo di essere ascoltato e creduto. Gesù sceglie di restare nella fame per non tradire la sua identità di Figlio, insegnandoci che esiste una sazietà del cuore che nasce solo dall’abbandono fiducioso nelle mani del Padre.
Dall’aridità del deserto, la scena si sposta sul punto più alto del tempio, il luogo caro alla religione d’Israele, dove si dovrebbe incontrare il Signore. Invece, diventa luogo di prova, ed è solo l’inizio. La sfida è sottile: tu sei più in alto di Dio, passa sopra di lui, dimostra a tutti chi sei, se lui è tuo Padre non ti lascerà cadere a terra senza salvarti. Gesù preferisce le strade polverose della Palestina, dove camminare sotto il peso di essere e restare umano, dove chinarsi su poveri e ammalati. Non ha bisogno di dare spettacolo, per questo ci sono già altri, i professionisti della religione magica, del Dio dei fenomeni. Questo non è il Padre suo, non c’è bisogno di tentarlo.
Infine, la vetta del monte altissimo. Il tentatore gli mostra tutti i regni del mondo e la loro gloria. È la tentazione del dominio, della scorciatoia politica, dell’idolatria del successo. È l’offerta di un potere senza croce, di una gloria senza verità e senza amore. La gente ha bisogno di credere nella potenza, tu non puoi pretendere fiducia rimanendo umile e nascosto, chi si potrà fidare di te? La risposta di Gesù è un grido che squarcia l’illusione: «Va’ via, Satana!». La libertà non passa dal potere, ma dal servizio.
Quando il rumore della lotta svanisce e il tentatore si dilegua nel buio, il deserto cambia volto: «ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano». Questa è la grande promessa del Vangelo: quando rinunciamo alla pretesa di salvarci da soli, quando ci fidiamo della parola che esce dalla bocca del Signore, quando rifiutiamo la vertigine dell’orgoglio per la stabilità dell’umiltà, allora il cielo si apre. Infine, dalle tentazioni di Gesù riceviamo indicazioni precise per una vera conversione: tocca a noi trasformare le pietre dell’odio in pane per i pellegrini, la presunzione di essere migliori nel servizio generoso verso i più deboli, il desiderio di avere tutto sotto controllo nella capacità di collaborare.
Le parole di Gesù che abbiamo appena ascoltato non iniziano con un comando, ma con una dichiarazione di identità. Egli non dice: “sforzatevi di essere”, ma afferma con la forza di un’alba: «voi siete». Prima ancora di agire, siamo definiti da una natura nuova. Gesù sceglie due elementi poveri, quotidiani, quasi banali, per descrivere la potenza del Vangelo: il sale e la luce.
Il sale è un elemento particolare: la sua efficacia dipende interamente dalla sua capacità di sparire. Se lo vedi nel piatto, significa che hai esagerato; se non lo senti nella giusta misura, il cibo è insipido. Il cristiano è chiamato a questa alchimia della discrezione. Essere sale della terra significa dare sapore alla vita altrui senza occupare il centro della scena. È una missione che parla di conservazione e di gusto: proteggere i più fragili e restituire sapore a chi è inaridito dalla noia o dal dolore. Ma attenzione al monito di Gesù: il sale può perdere il sapore. È il rischio di una fede ridotta ad abitudine, di un amore che diventa calcolo. Un sale che non sala è un’ipocrisia della materia; così è un cristiano che ha smarrito lo stupore del Vangelo.
Dall’invisibilità del sale passiamo alla visibilità assoluta della luce. Se il sale opera dentro, la luce agisce sopra. Gesù ci dice che la fede non è un affare privato, un segreto da custodire gelosamente sotto il moggio dei nostri timori o dei nostri interessi. «Non può restare nascosta una città che sta sopra un monte». In un mondo spesso avvolto dalle tenebre dell’indifferenza e dei conflitti, siamo chiamati ad esporci, ma non per esibizione. La lampada non brilla per mostrare se stessa, ma per indicare la strada, per illuminare i volti dei fratelli, per rivelare la bellezza della casa.
Essere luce significa lasciare che risplenda il volto di Gesù. Se la nostra luce attira l’attenzione solo su di noi, siamo ancora nel teatro delle ombre. La conclusione del brano è una chiave di volta: le opere buone sono il combustibile di questa lampada. Non sono gesti di filantropia distaccata, ma atti di giustizia incarnata. Essere sale e luce significa che la nostra sapidità si misura da quanto sappiamo prenderci a cuore il più debole, e la nostra luminosità da quanto abbiamo il coraggio di denunciare l’oscurità dell’ingiustizia. Siamo chiamati a un equilibrio difficile, ma splendido: scomparire come il sale per dare sapore, e splendere come la luce per offrire speranza. Non siamo noi la fonte della luce, siamo solo lo specchio; non siamo noi la sorgente del sapore, siamo solo i discepoli di Gesù. Lui dà gusto alla vita, noi siamo la pietanza; lui è il sole, noi la luna.