Nuovo calendario Messe

Per gentile ospitalità del Parroco del Carmine,
celebrerò la Santa Messa nella chiesa di San Sepolcro
nelle seguenti domeniche alle ore 12.00:

  • Domenica 4 gennaio – ore 12
  • Epifania martedì 6 gennaio – ore 12
  • Domenica 11 gennaio – ore 12
  • Domenica 18 gennaio – ore 12
  • Domenica 25 gennaio – ore 12              pranzo con i poveri
  • Domenica 30 gennaio – ore 12
  • Domenica 1 febbraio – non c’è la Messa delle ore 12
  • Domenica 8 febbraio – ore 12
  • Domenica 15 febbraio – ore12
  • Domenica 22 febbraio – ore 12              pranzo con i poveri
  • Domenica 1 marzo – ore 12
  • Domenica 8 marzo – non c’è la Messa delle  ore 12
  • Domenica 15 marzo – ore 12
  • Domenica 22 marzo – ore 12
  • Domenica 29 marzo – ore 12         pranzo di Pasqua con i poveri
  • Santa Pasqua – domenica 5 aprile – ore 12

* La Santa Messa delle 12.00 non è parrocchiale

Don Maurizio Gronchi

La casa di Nazareth è la scuola del Vangelo

La festa della santa Famiglia di Nazaret ci invita a ricomporre la scena del presepe, che abbiamo contemplato nei giorni scorsi. Adesso è in movimento, anzi in fuga verso una terra straniera, a causa della minaccia di Erode. Una famiglia singolare e normale al tempo stesso, quella di Nazaret, in cui riconosciamo i tratti delle nostre, specialmente quando attraversano le difficoltà. Singolare ed unica, perché abitata dal Figlio di Dio; normale, perché vive il travaglio della vita da custodire e proteggere quando è in pericolo.

Maria e Giuseppe sono necessari, non semplici comparse vicine al protagonista. Il Figlio di Dio è piccolo, ha bisogno di cure, a loro è affidato perché possa “crescere in età, sapienza e grazia”. Merita riflettere attentamente sulle vicende trasmesse dai pochi racconti dell’infanzia di Gesù, che non sono invenzioni degli evangelisti, ma preziose tracce della testimonianza di Maria. Non li avremmo ricevuti altrimenti, checché ne pensino gli studiosi. Quella di Gesù non è una favola piovuta dal cielo: è l’avventura della carne di Dio, del suo Figlio veramente uomo, in tutto come noi “eccetto il peccato”.

Il Signore ha voluto imparare come gli esseri umani piangono, hanno fame, hanno paura, hanno bisogno di protezione, soffrono, lavorano, pregano, amano. A Giuseppe tocca il compito di stare vicino a Maria e a Gesù, di “prendere con sé il bambino e sua madre” nel momento del pericolo, e di portarli lontano da chi teme di perdere il potere. Questa vicenda ci fa percepire cosa significhi davvero incarnarsi per il Dio per noi fin troppo invisibile. Adesso non ci sono più scuse: non ci è più permesso di immaginare un Dio lontano, distratto, impassibile, forse solo frutto delle nostre paure, che sentiamo irraggiungibile, persino disinteressato delle cose umane, specialmente di quelle più dolorose che ci affliggono.

Dio è con noi, è l’Emmanuele; non vuole stare lontano, e per mostrarcelo ha scelto la via delle esperienze comuni, quella di un bambino indifeso, di un ragazzo che impara un mestiere, di un giovane coraggioso e generoso che offre la vita per gli altri. Potrà apparirci fin troppo umana, ma questa è la storia che raccontano i vangeli, con il suo sorprendente epilogo della morte e risurrezione, dal quale nasce la fede della Chiesa.

Paolo VI, nel suo viaggio in Terra santa nel 1964, così dipingeva il quadro della santa famiglia di Nazaret, che dà coraggio alle nostre: «La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo. Qui si impara ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. Forse anche impariamo, quasi senza accorgercene, ad imitare. Qui impariamo il metodo che ci permetterà di conoscere chi è il Cristo».  

Don Maurizio

Giuseppe, non aver paura

Oggi, il vangelo di Matteo ci presenta quella che potremmo chiamare “annunciazione a Giuseppe”, il promesso sposo di Maria, che probabilmente ha già saputo dalla sua fidanzata che è in attesa di un figlio. Possiamo immaginare cosa sarà passato nella mente e nel cuore di un giovane innamorato, prossimo al matrimonio. Lo sconvolgimento del progetto comune, nella luce della fede, affidati insieme al Signore che li ha chiamati all’amore. Com’è possibile che Maria sia incinta se entrambi hanno aspettato di sposarsi? Che cosa è successo alla sua amata? La fiducia è crollata in un attimo; non sanno più cosa fare; forse è meglio andare ognuno per la propria strada.

Scrive l’evangelista: «Aveva già in cuore questi pensieri, quand’ecco un angelo del Signore gli si manifestò in sogno». Non sono le parole di Maria a rassicurare Giuseppe: ci pensa il Signore, con la delicatezza di chi sa entrare nel cuore e nella mente, in uno dei rari momenti in cui Giuseppe riesce a dormire: «Giuseppe, figlio di Davide, non aver paura di prendere con te Maria, tua sposa». Non c’è un altro uomo che ti ha preso il posto, stai tranquillo, è lo Spirito santo che dona a voi due una nuova vita: accoglierete e custodirete la vita senza fine. Gesù, il Figlio di Dio, sarà figlio vostro.

Il sogno dei due giovani innamorati non è distrutto; il Signore ne costruisce un altro, più grande, inatteso, inimmaginabile. Quel Dio in cui credono non li ha traditi, con loro vuol assumere il volto di bambino, di giovane, di vero uomo. Solo così anche noi impareremo che Dio ha bisogno dell’umanità, non vuol farne a meno. Solo così Maria e Giuseppe sapranno che Dio vuol farsi nutrire, farsi prendere per mano e crescere insieme a noi. Il mistero li supera, ci oltrepassa tutti, ma non da fuori: dentro questa storia d’amore infinito che ci avvolge, oggi e per sempre.

Ascoltiamo le parole ispirate di Sartre, il filosofo non credente, incantato dal mistero della Vergine pallida, nella notte di Natale del 1944, tra i prigionieri di guerra, che gli chiesero di parlare del Natale. Egli così immaginava Maria e poi Giuseppe: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia. […] E Giuseppe? Giuseppe, non lo dipingerei. Non mostrerei che un’ombra in fondo al pagliaio e due occhi brillanti. Poiché non so cosa dire di Giuseppe e Giuseppe non sa che dire di se stesso. Adora ed è felice di adorare e si sente un po’ in esilio. Credo che soffra senza confessarselo. Soffre perché vede quanto la donna che ama assomigli a Dio, quanto già sia vicino a Dio. Poiché Dio è scoppiato come una bomba nell’intimità di questa famiglia. Giuseppe e Maria sono separati per sempre da questo incendio di luce. E tutta la vita di Giuseppe, immagino, sarà per imparare ad accettare».

Don Maurizio

IV Domenica di Avvento – Vangelo e omelia (21 dicembre)

È grande chi fa spazio ai piccoli

Potrebbe giustamente meravigliarci la domanda che i discepoli di Giovanni Battista, ormai in prigione, rivolgono a Gesù: «Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare qualcun altro?». Essi hanno sentito delle opere che egli ha compiuto, ma resta una incertezza, probabilmente dovuta al momento di crisi che Giovanni sta attraversando. Nonostante il Battista abbia incontrato Gesù sulle rive del Giordano, e lo abbia riconosciuto come l’inviato da Dio tanto atteso, adesso i dubbi lo assalgono: teme di aver fallito la propria missione di precursore, sperimenta tutta la propria fragilità, non sa cosa pensare. Tra non molto la sua testa cadrà, per la crudeltà della madre di Salomè; tutto il suo impegno per annunciare il Messia sembra vanificato; ha bisogno di essere rassicurato.

L’esperienza di Giovanni il Battezzatore assomiglia anche alla nostra, di credenti messi alla prova nei momenti di oscurità. Per quanto nutriamo fiducia in Gesù, talvolta non veniamo risparmiati dal dubbio. Ed è qui che il Signore risponde indicando dei segni: «Andate ad annunciare a Giovanni ciò che udite e vedete».

L’accoglienza e la cura degli ammalati, colpiti dalle più diverse infermità, e l’annuncio del Vangelo ai poveri: questi sono i segni della presenza salvifica di Gesù in mezzo a noi, che oggi agisce attraverso coloro che si fanno prossimi ai più deboli. Nel momento in cui dubitiamo della presenza del Signore, egli ci invita a guardare a ciò che di buono avviene intorno a noi, per mezzo delle fragili mani dei suoi discepoli, di quella Chiesa che non fa rumore, e di quella umanità che quotidianamente opera nella giustizia e nell’amore.

Il Battista, agli occhi di Gesù, rappresenta tutti coloro che attendono e preparano la sua strada, anzi, a lui che è la via, la verità, la vita. Egli ne tesse l’elogio – «fra i nati da donna non è mai sorto nessuno più grande di Giovanni il Battezzatore, ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» – per dire che è grande chi si fa da parte per lasciare spazio ai piccoli.

Quando ci assalgono i dubbi, e siamo tentati dallo scoraggiamento, dal pensiero del fallimento, guardiamo a tutto il bene che silenziosamente ci circonda: nascerà così nel cuore un’intima gioia, la consolazione di sapere che il Signore non ci abbandona mai. Non c’è da aspettare qualche altro salvatore: colui che è venuto non se n’è andato, è rimasto con noi nell’eucaristia e nei poveri. Come ha scritto papa Leone nella sua prima esortazione apostolica: «Quel Gesù che dice: “I poveri li avete sempre con voi” (Mt 26,11) esprime il medesimo significato quando promette ai discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni” (Mt 28,20)» (Dilexi te 5). 

Don Maurizio

III Domenica di Avvento – Vangelo e omelia (14 dicembre)

Anche voi siate pronti

Il tono minaccioso di una inattesa e improvvisa catastrofe, usato da Gesù per annunciare il suo ritorno, può spaventarci. Le tre situazioni che egli paragona a questo evento ultimo della storia non sono certo incoraggianti: il diluvio che colpì l’umanità nei giorni di Noè; un uomo e una donna presi mentre sono al lavoro; il ladro che viene di notte. Perché Gesù ci parla della sua definitiva venuta, del giorno del giudizio in modo così drammatico e pauroso? Non è egli forse il Signore misericordioso, che pazienta nell’attendere, e non vuol perdere nessuno di quelli che il Padre gli ha dato?

Queste parole di Gesù ci invitano a riflettere sulle situazioni imprevedibili, a cominciare da quella della propria fine personale, o di chi abbiamo caro, prima ancora che della fine del mondo. In verità, egli ci raccomanda di spostare lo sguardo: piuttosto che concentrarci su ciò che può accadere di tragico, dobbiamo volgerci al suo venirci incontro. Se guardiamo alla fine della vita come ad un evento distruttivo, ne usciamo di sicuro smarriti e scoraggiati. Se invece crediamo all’abbraccio del Signore, allora si accende la speranza: non andremo incontro al nulla, ma a colui che ci ama. Qui sta la differenza fondamentale tra il pensiero alla morte come fine e l’orizzonte di luce acceso dalla risurrezione del Signore.

Il tempo di Avvento comincia così, allungando lo sguardo verso la sua ultima venuta, che riguarda tutti a cominciare da quella di ciascuno. Il Signore Gesù viene qui ed ora, nel presente che viviamo, con tutte le nostre difficoltà e incertezze. Non servirebbe a molto temere il futuro senza curarci del presente, dove l’amore nutre la vita, strappa dalla solitudine, crea legami che nulla potrà spezzare.

La preparazione al santo Natale del Signore offre a tutti – anche a coloro che non hanno il dono della fede – un orizzonte di speranza, perché nessuno viva l’oggi temendo che il domani sarà peggiore. La tentazione di volgersi indietro, con la nostalgia di un paradiso perduto, o quella di guardare al domani, con l’incubo delle catastrofi, si affaccia sempre alla nostra porta. Il rischio è di chiudersi in una immobile solitudine, dove non c’è più spazio per gli altri, né per la gioia che ogni piccolo atto d’amore porta con sé, come anticipo della pienezza.

Ecco allora la proposta della fede, che si rinnova in questo tempo di attesa del Natale: la piccola storia personale di ciascuno di noi è il luogo in cui rinascere, è lo spazio che il Signore può abitare, dove la cura per i fratelli e le sorelle più deboli dà sapore alla vita. Se crediamo al suo amore indiscutibile, le parole finali di Gesù non potranno suonare come una minaccia, ma come un invito all’impegno lieto e generoso: «Perciò anche voi siate pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non vi aspettate».

 

Don Maurizio

Gesù, ricordati di me

Il regno di Dio è il tema centrale dell’annuncio di Gesù, ma non è stato chiaro cosa intendesse fino al momento culminante della sua vita. Persino il titolo posto da Pilato sulla croce lo ha frainteso: il re dei Giudei. Ma proprio da quel trono, dove Gesù non ha più alcun potere né su gli altri né su se stesso, si rivela la vera signoria di Dio, che consiste nell’offrire la propria vita fino in fondo, solo per amore.

Per comprendere le parole di Gesù occorre guardare ai fatti: il Signore è venuto per servire, non per spadroneggiare; per innalzare gli umili e rovesciare i potenti dai loro troni. La sua onnipotenza è l’amore, il perdono, la misericordia, non l’annientamento dei nemici. Tutto questo diventa chiaro nell’ora della sua sconfitta, in mezzo a due ladroni, abbandonato da quasi tutti gli amici. Da questo momento in poi, non sarà più possibile immaginare un Dio lontano dai nostri dolori, disinteressato delle sofferenze nelle quali sembra abbandonarci. La fede cristiana riconoscerà nella pasqua di Gesù, crocifisso e risorto dai morti, il volto amoroso di Dio, Signore e salvatore, vicino a tutti i sofferenti della storia. La tentazione da cui fuggire sarà sempre quella di giudicarlo assente e impassibile, oppure di considerarlo sovrano e giudice spietato.

L’evangelista Luca ha conservato e ci ha trasmesso il prezioso dialogo tra i tre crocifissi. In quelle parole risuonano anche i nostri pensieri: a volte, quando reagiamo con rabbia al dolore: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!»; a volte, quando troviamo rifugio e fiducia nella sua compagnia: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Quando non sappiamo trovare ragioni e vie d’uscita dalla sofferenza, nel nostro cuore si mescolano scoraggiamento e speranza; temiamo la solitudine e l’abbandono, ma è proprio in questi momenti che Gesù ci ascolta, in silenzio, ci guarda, si commuove con noi, e ci promette: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Certamente, facciamo fatica a credere a questa promessa; ci dibattiamo nel chiaroscuro della fede, avvolti nell’oscurità del dolore, che toglie forze e lascia senza parole. Eppure proprio qui Gesù ha voluto nascondere la sua potenza, rinunciando ad evitare persino la morte, perché dentro l’abisso egli ha acceso la luce della speranza nella risurrezione.

Proviamo ad avvicinarci a Gesù crocifisso e risorto, alla sua finestra che sporge sull’eternità, dove entreremo con lui e con le persone amate. Con una bella immagine, papa Leone così invitava i giovani al loro Giubileo, il 3 agosto scorso: «Facciamoci uno sgabello su cui salire per affacciarci, come bambini, in punta di piedi, alla finestra dell’incontro con Dio. Ci troveremo di fronte a Lui, che ci aspetta, anzi che bussa gentilmente al vetro della nostra anima (cfr Ap 3,20)».  

Don Maurizio