Cosa pensa la gente di me, chi sono io per voi

Nel brano evangelico di oggi, Gesù preferisce partire da chi gli sta di fronte, per vedere come matura la fede nella sua persona, che è sempre un dono del Padre suo dei cieli.

La prende alla larga, prima chiede cosa pensa la gente, che idea si sono fatti di lui quelli un po’ più distanti. La risposta è quella della cultura, di chi cerca di inquadrare Gesù nelle caselle già conosciute: Elia, Geremia o qualche altro profeta. Niente di nuovo, una replica del già visto, un profeta, che probabilmente farà una brutta fine, come tutti gli altri.

Poi la domanda è diretta: chi sono io per voi? È un interrogativo coraggioso, più per chi lo pone che per chi lo ascolta. Quanti di noi hanno l’ardire di chiedere: tu, cosa pensi di me? Come mi consideri? Quanto conto per te? Gesù, mentre espone se stesso, rischia la delusione. Si aspetta la risposta giusta del catechismo, o mette a nudo i pensieri dei suoi amici?

L’evangelista Matteo ci ha già raccontato della poca fede di Pietro, che vacilla sulle acque, e della grande fede della donna cananea. Ora tocca la gruppo dei discepoli, presi tutti insieme. Vediamo cosa dicono.

Qualcuno di noi potrebbe pensare che Gesù non ha bisogno di sentire risposte, perché sa già cosa c’è nella testa e nel cuore di tutti. Invece, egli chiede, aspetta, dà tempo. Come si potrebbe prevedere, dato il temperamento di Pietro, arriva pronta la risposta: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Il Signore lo riporta subito indietro, lo chiama Simone, e gli ricorda che questa confessione di fede viene da altrove, non da lui: gliel’ha suggerita il Padre dei cieli.

Questo è il primo punto importante: la fede è un dono che ci supera, non la conclusione di un ragionamento convincente, che inquadra e sistema dentro i nostri pensieri perfino Dio.

Una seconda riflessione merita poi la questione del legare e sciogliere, che la tradizione ha inteso prevalentemente entro la cornice giuridica e istituzionale. Forse Gesù ha pensato a qualcosa di più ampio. Legare non può essere solo vincolare nei ceppi della legge; e sciogliere è più che liberare dalle restrizioni formali del diritto.

Le scelte che compiamo sulla terra, nella giustizia, nelle relazioni, nella cura dei più deboli, hanno una risonanza eterna, nei cieli. Ciò che decidiamo di legare, opprimendo, emarginando ed escludendo, o di sciogliere, liberando, perdonando, accogliendo, interpella direttamente il piano di Dio. La terra è il banco di prova dell’eterno.

Le parole di Gesù non sono la concessione di un potere di stampo autoritario, ma l’investitura di una responsabilità affidata alla fragilità umana: la capacità di intessere relazioni che salvano, di aprire strade di liberazione, e di essere quaggiù il riflesso di un Dio che non vuole l’uomo incatenato, ma definitivamente e infinitamente libero.

Don Maurizio