Sei tu il mio Figlio, l’amato

Con la festa del battesimo di Gesù si conclude il tempo di Natale, e inizia il tempo ordinario. La liturgia ci fa compiere il salto dall’infanzia del Signore alla sua vita pubblica, inaugurata dall’immersione nel destino del suo popolo, attraverso le acque del fiume Giordano. Gesù abbandona la sua la vita nascosta nella casa di Nazaret, dopo i lunghi anni di silenzio e di preparazione alla missione. I vangeli hanno avuto la saggezza di non riempire questo vuoto, lasciando alla parola scritta la testimonianza antica, pubblica e universale dei discepoli che lo hanno incontrato da adulto.

Sulle rive del Giordano, Gesù si presenta dinanzi al Battista, il quale rassicura la gente: «Chi viene è più forte di me. Egli v’immergerà in Spirito santo e fuoco». Si compie così il tempo dell’attesa messianica, preparato dalla predicazione dei profeti, dei quali Giovanni è l’ultimo. Ora è presente il Figlio: inviato dal Padre e consacrato dallo Spirito.

La scena del battesimo mette l’accento su questo passaggio di consegne: Giovanni diminuisce e Gesù cresce. L’annuncio del tempo ultimo non sarà più la minaccia incombente del giudizio, ma l’avvento del regno di Dio, con la cifra della pazienza, della misericordia, del perdono. Il Figlio è l’amato, in cui il Padre si compiace; su di lui scende lo Spirito in forma corporea: tutto di Gesù è avvolto dall’amore divino, che lo accompagnerà nel suo cammino verso la pasqua.

La vera novità di questa manifestazione del Signore – Epifania, infatti, non è solo l’adorazione dei Magi, ma anche il battesimo e le nozze di Cana – sta nel fatto che Dio non lo si dovrà più cercare in cielo, al di là del mondo, ma qui tra noi, dove egli ha posto la sua tenda, ed è venuto a cercarci. È il Signore che viene a trovarci dove siamo; a noi tocca lasciarci trovare.

«È venuto nella sua casa, ma i suoi non lo hanno accolto; a quanti però lo hanno accolto, ha concesso di diventare figli». Così abbiamo sentito ripetere dal quarto evangelista nell’inno letto il giorno di Natale e nella seconda domenica. Ciò rimanda al nostro battesimo, quando i genitori ci hanno presentato al Signore, per accogliere il dono di diventare figli grazie al Figlio. Quel giorno, pieno di gratuità, che non ricordiamo, anche a ciascuno di noi è stata rivolta la parola che Gesù ha udito in occasione del suo battesimo: «Sei tu il mio Figlio, l’amato». Dunque, siamo figli amati, fratelli e sorelle in una famiglia più grande, che ogni domenica si riunisce per rendere grazie, e ravvivare il dono ricevuto.

Come ci suggerisce papa Francesco, andiamo a ritrovare la data del nostro battesimo, perché da lì è iniziata l’avventura di fede e di amore che ci ha fatto cristiani. Non stanchiamoci di continuare a passare dal “si” al “grazie”, per il dono ricevuto senza alcun merito.

Don Maurizio