Alcuni ebrei di lingua greca, che vivono fuori d’Israele, nella diaspora, salgono a Gerusalemme per la festa; hanno sentito parlare di Gesù, e desiderano vederlo. Chiedono informazioni ai due discepoli che hanno un nome greco: Filippo e Andrea. Non sembra che a loro interessi sentirlo parlare, vogliono vedere. È il diverso modo di cercare, proprio dei greci, rispetto all’udire la Parola, caro agli ebrei.
Ascoltare e vedere sono verbi della percezione, complementari, che indicano la sete di conoscenza. L’ascolto e la visione mettono in contatto. Ma quando Gesù si avvicina, avviene un salto; egli sposta l’attenzione, si rivolge al cuore, con la più breve parabola presente nei vangeli: «se il chicco di grano caduto in terra non muore, resta solo. Se invece muore, porta molto frutto».
È un invito a scendere in profondità, a spostare lo sguardo in basso, dove tutto appare lontano da Dio. Dare la vita invece di possederla, servire anziché dominare sono i cambiamenti radicali che Gesù propone, ma che soprattutto lo riguardano nei fatti, prossimi ad accadere.
Anche il quarto evangelista ci consegna la traccia del turbamento che, nel Getsemani, sconvolgerà il cuore del Signore. Deve aver fatto davvero impressione il ricordo di questo momento, se anche l’autore della lettera agli Ebrei l’ha custodito e trasmesso: «Egli, durante i giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche con un forte grido e con lacrime a colui che poteva salvarlo da morte e fu esaudito per il suo pieno abbandono a Dio».
Si avvicina l’ora oscura della sofferenza, dove si affaccia la gloria, quella del Padre, la cui voce consolante risuona per il Figlio e per tutti. Nel brano evangelico di oggi, emerge in modo sorprendente la consapevolezza di Gesù, Figlio obbediente che impara, attraverso la prova del dolore, cosa vuol dire stare dalla parte dell’umanità, senza fuggire.
Il Dio che vorremmo vedere – e sembra sottrarsi, chiuso nel suo cielo impenetrabile – è qui con noi, nel vortice delle cose umane, pronto a donarsi e, al tempo stesso, impaurito, bisognoso di sostegno, e perciò rivolto al Padre, al quale sa di andare incontro.
In questo modo, si dischiude uno spiraglio nel cuore di Dio. Ecco l’immagine e la somiglianza impressa da lui in noi creature: vulnerabili, assetate d’amore, chiamate alla pienezza di vita, ma non risparmiate dalla prova estrema del dolore e della morte.
Il paradosso della fede cristiana sta proprio in questo capovolgimento: l’altezza di Dio è sulla croce, nell’abisso dell’amore senza riserve. È là che si fa vedere il Signore, perché «una volta innalzato da terra, io attirerò tutti a me».
Don Maurizio
