«Dio ha tanto amato il mondo»

Come possiamo credere alla solenne affermazione che il quarto evangelista mette sulle labbra di Gesù: «Dio – infatti – ha tanto amato il mondo fino a dare il proprio Figlio unico generato»?

Noi non vediamo Dio – l’Invisibile, l’Eterno, l’Onnipotente – e vi è una lunga storia dell’umanità alla ricerca del suo volto,  alla fine sempre sfuggente e inimmaginabile. Gli antichi greci avevano escogitato l’idea che egli fosse immobile, perché – dicevano – se si muove vuol dire che cerca una condizione migliore, come fa l’uomo, dunque, per essere diverso deve restare fermo, altrimenti non è Dio: colui che muove tutte le cose è un motore immobile.

La fede cristiana – radicata nella storia di Israele –, invece, custodisce un’immagine diversa: Dio accompagna il cammino umano, ma lo fa in modi diversi. Prima invia dei messaggeri, i profeti, che lo annunciano, ne proclamano la presenza nascosta e dinamica. Non è un lontano spettatore, disinteressato delle vicende umane: fa compagnia nascosta e premurosa, attende un tempo misterioso per venire ad abitare in mezzo a noi.

La vicenda di Gesù rivela, dunque, il salto spericolato che Dio fa nel mondo, fino al vertice abissale della croce. Su questo evento sconvolgente e impensabile si fonda la fede dei cristiani: Dio ama l’umanità fino ad abbracciarne il destino che a noi fa più paura, la morte. Da questo limite, Gesù ci libera, dischiudendo l’orizzonte nuovo della vita piena ed eterna.

Dunque, non c’è più bisogno di cercare Dio oltre le nubi del cielo. È venuto Lui a trovarci, per rimanere per sempre con noi, anzi, per portarci con sé oltre il limite invalicabile della morte. Con lo sguardo della fede, per la grazia dello Spirito santo che è stato riversato nei nostri cuori, è possibile trovare il volto, il cuore, le braccia e i piedi di Dio nella persona di Gesù, che cammina con noi.

Il Dio in cui crediamo ha bisogno dell’umanità più di quanto immaginiamo: non vuol stare senza di noi, è venuto qui e ci ha portato con sé, nel seno della Trinità. Forse è cambiato più Lui di noi. Questa è la sorgente della nostra speranza: la nuova creazione nasce dal lungo e insospettabile cammino di Dio in mezzo al mondo, che sarà compiuta solo alla fine della nostra storia. Da quel punto finale, il Signore guarda il mondo, perché lì ci sarà la pienezza della vita. Noi siamo ancora attratti dall’idea di un paradiso perduto; Lui, invece, pensa al paradiso promesso, dove non vi saranno più lacrime, ma solo amore senza fine.

La conseguenza della rivelazione del volto amoroso di Dio – Padre, Figlio e Spirito santo – è l’abbraccio, la compagnia e la comunione tra i più deboli del mondo, alla cura dei quali Dio si è dedicato senza risparmio. Ora tocca a noi farci carico di questa missione, perché:

«Cristo non ha mani ha soltanto le nostre mani per fare oggi il suo lavoro. Cristo non ha piedi ha soltanto i nostri piedi per guidare gli uomini sui suoi sentieri. Cristo non ha labbra ha soltanto le nostre labbra per raccontare di sé agli uomini di oggi. Cristo non ha mezzi ha soltanto il nostro aiuto per condurre gli uomini a sé oggi. Noi siamo l’unica Bibbia che i popoli leggono ancora siamo l’ultimo messaggio di Dio scritto in opere e parole» (testo attribuito ad un Anonimo fiammingo del XIV secolo, e diffuso da Raoul Follereau).

don Maurizio

Rispondi

Il tuo indirizzo e-mail non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *