Tu sei il Figlio mio, l’amato

«Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera». Con questi rapidi tratti, i vangeli passano dall’infanzia all’età adulta di Gesù, che inizia la sua vita pubblica, dopo la giovinezza trascorsa nel silenzio e nel nascondimento. Egli lascia la propria casa, comincia la sua missione, s’immerge nel comune destino del suo popolo. Anche se per Gesù non si tratta di purificazione, di fatto avviene in lui una vera e propria conversione, nel senso di una svolta decisiva: dalla vita ritirata di Nazaret a quella itinerante lungo le strade della Palestina, senza un luogo ove poggiare il capo. Giovanni Battista lo riconosce come il Cristo, ma sono il Padre e lo Spirito che lo rivelano a tutti: adesso è lui che bisogna seguire.

Il Battesimo di Gesù è l’occasione per riflettere sul nostro battesimo, la porta dei sacramenti attraverso la quale siamo entrati nella famiglia del Signore, messi a parte della comunità dei credenti, ove ci riconosciamo figli e diventiamo fratelli. All’immagine cara alla tradizione, che ha identificato l’effetto del battesimo con un sigillo, un’impronta indelebile nell’anima – per cui il Padre ripete anche a ciascuno di noi: “tu sei figlio mio” –, potrebbe riferirsi anche un’altra immagine, collegata al tempo che stiamo vivendo: il vaccino. Il che vuol dire: non temere il male che ti minaccia, sono con te, ti proteggo; puoi anche ammalarti, ma non sarai perduto. Ovviamente, la similitudine è relativa: pur segnati dalla consapevolezza di essere figli, rimaniamo liberi, amati nonostante le lentezze, i ritardi, le cadute. Anzi, tale dono ci rende ancor più sensibili verso coloro che non l’hanno ricevuto: anch’essi figli come noi e fratelli tutti.

Prendere coscienza di questo dono ricevuto gratuitamente – il giorno in cui ai genitori «Dio concede di scegliere il nome col quale chiamerà ogni suo figlio per l’eternità» (Francesco, Amoris laetitia, 166) – vale a risvegliare il senso della gratitudine: il primo passo lo ha fatto il Signore, a noi tocca rispondere all’amore, non conquistarlo. Se siamo figli, siamo anche eredi, facciamo parte della sua famiglia, il legame indistruttibile col quale ci stringe a sé ci rende persone nuove, libere, capaci di amare come lui ci ha amati.

Mentre il tempo di Natale si conclude, ha inizio il tempo della sequela. Ci siamo avvicinati al Bambino per imparare a seguire il Maestro, lungo la strada della fiducia, della speranza, con umiltà, pronti a condividere e a servire i più deboli che incontriamo ogni giorno. Al dono ricevuto corrisponde un compito: realizzare con impegno ciò che siamo diventati per grazia: figli nel Figlio, fratelli e sorelle nella famiglia umana.

don Maurizio

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