Tutto ciò che abbiamo

Il brano del vangelo di oggi si compone di due scene, che toccano le cose più care alla religione d’Israele: la Legge e il Tempio. Nella prima, Gesù parla alla folla degli esperti delle sacre Scritture: «Guardatevi dagli scribi», che cercano considerazione e pubblici onori, ostentano devozione e poi rubano alle vedove quel poco che è loro rimasto. Non è un giudizio malevolo, un pettegolezzo: quando si tratta di affrontare dottori della legge, scribi e farisei, Gesù non ha problemi a parlare chiaro in faccia. Guardarsi vuol dire non prendere esempio dal loro comportamento, non lasciarsi ingannare dalle apparenze: magari ascoltarli senza però imitarli. La Legge insegna cose buone, ma si può volgere al proprio interesse, per farne una copertura, specialmente quando non si pratica ciò che si insegna. In questo modo Gesù distingue tra il formalismo dei presunti osservanti e la sostanza degli insegnamenti biblici.

La seconda scena si svolge nel Tempio, ove Gesù non insegna, non parla con i sacerdoti né con la gente, ma sta in disparte e osserva. «Seduto di fronte al tesoro, [Gesù] osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo». Le offerte sono una forma di culto: si dona qualcosa per il luogo sacro, sperando che il Signore ricambi in benedizione. Anche in questo caso Gesù non giudica la prassi: prende solo atto di ciò che significa quel gesto per ciascuno, prendendo spunto da ciò che vede: «Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».

Cosa significano queste due scene? La prima, incentrata sul rapporto con la Legge, rivela come il cuore possa allontanarsi da Dio quando, invece di ascoltare la sua Parola e lasciarsi guidare, si assumono forme esteriori in cerca di compiacimento. La seconda rivela come Dio vede il cuore, e se ciò che presentiamo a Lui è veramente tutto ciò che abbiamo e siamo, oppure pensiamo di metterci a posto con atti formali.

La scelta da fare, per i credenti, è tra l’autenticità della fede e l’osservanza religiosa, perché talvolta, invece di armonizzarsi, potrebbero confliggere. Siamo tutti tentati di pensare che a Dio piacciano i nostri gesti, magari anche pubblici, ma a Lui interessa il cuore, l’intenzione sincera, l’amore vero. Senza questo, ogni espressione rischia di diventare un ostacolo non solo per se stessi, ma anche per gli altri.

don Maurizio

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