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Comandamento

«Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi» (Giovanni 15,12). Gesù si rivolge così ai suoi discepoli, che preferisce chiamare amici anziché servi, perché li ha messi a parte di ciò che ha di più caro: l’intimo rapporto con suo Padre. Di solito ai servi si danno ordini, non agli amici, eppure Gesù comanda ai suoi di amare. Ma si può davvero imporre l’amore? Un detto popolare afferma che “al cuor non si comanda”, per esprimere quel moto spontaneo e improvviso che si addice più all’innamoramento che all’amore. Come se si trattasse di fatalità, sembra che sia l’istinto a comandare, in realtà è l’amore vero che orienta e governa le relazioni, perché spinge da dentro: è un’esigenza profonda del bene, da donare e da ricevere.

Il problema è imparare a riconoscere questo impulso vitale, al quale obbedire non perché qualcuno ci obbliga, ma per fedeltà anzitutto a sé stessi e alla carne ferita dei fratelli. Scriveva Simone Weil: «È vero che bisogna amare il prossimo, ma nell’esempio che Cristo dà per illustrare questo comandamento il prossimo è un essere nudo e sanguinante, svenuto sulla strada e di cui non si sa niente. Si tratta di un amore del tutto anonimo, e per ciò stesso universale» (Simone Weil, Attesa di Dio). Ci sono situazioni in cui è necessario soccorrere e difendere chiunque è offeso e maltrattato, senza scusanti diplomatiche: non farlo è vigliaccheria di cui vergognarsi.

Quante volte ci capita di sprecare parole sull’amore, magari senza accorgerci di chi abbiamo accanto. Ecco che ci viene in aiuto quel «come io ho amato voi»: occorre guardare come ama un altro, vedere e prendere esempio, anche nel caso in cui quell’amore non fosse rivolto a sé. Non si tratta di obbedire a qualcuno, ma di apprendere, di imitare, di fare lo stesso. Se il genitore non mostra con i fatti cosa vuol dire amare, è inutile che lo pretenda dal figlio: può comandare tutto quello che vuole, non otterrà nulla. Non si può esigere ciò che non si dona.

Quando s’impara a non vedere solo sé stessi, qualunque cosa facciamo riceve un’altra luce, al punto da non dover neppure scegliere chi amare né perché. Sant’Agostino, che aveva uno sguardo ampio sull’amore, scriveva: «Ama e fa’ ciò che vuoi; sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore; sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene» (Commento alla Prima lettera di Giovanni 7,7-8).

don Maurizio

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