Il primo e più grande comandamento

La discussione sul valore dei comandamenti della legge mosaica sembra appassionare molto gli interlocutori di Gesù. Dopo i sadducei, che lo hanno interrogato sulla risurrezione, adesso uno scriba – un tecnico della legge – gli domanda: «Quale comandamento è il primo tra tutti?».

Secondo il Talmud babilonese, i 613 comandamenti comprendono “comandamenti positivi”, gli atti che il credente deve compiere, e “comandamenti negativi”, quelli dai quali astenersi. Le proibizioni sono 365, che coincide con il numero di giorni dell’anno solare, e i precetti sono 248, ovvero il numero attribuito al numero di ossa e organi principali del corpo umano.

Le questioni vengono poste a Gesù, come se fosse un rabbino esperto, nel tentativo, a volte di capire come la pensa, altre volte per coglierlo in fallo e metterlo in difficoltà. Già questo modo di affrontarlo rivela l’incomprensione del suo modo di parlare e di agire. Ma Gesù non si sottrae: è disposto a perdere tempo, cercando comunque una via di dialogo.

La prima disputa che i vangeli ci raccontano avvenne nel deserto, col diavolo, condotta a colpi di citazioni bibliche. Adesso siamo di nuovo a discutere su ciò che conta di più. Interessa sapere come essere graditi al Dio d’Israele, che avrebbe promulgato una serie di norme per il suo popolo.

Gesù va alla sostanza: prende due passi biblici – anch’essi della Legge di Mosè – e li mette insieme: amare Dio e amare il prossimo. Punto. Tutto il resto è secondario. In realtà, egli risponde e non risponde, perché l’amore è  libertà, creatività, non si può comandare, e se lo si comanda vuol dire che è un’esigenza alla quale obbedire col cuore, non per paura di non essere in regola. Amare espone, fa guardare oltre se stessi, sposta l’attenzione dall’io, che cerca di essere a posto, all’altro che ho di fronte: il Signore e le persone.

Lo scriba sembra apprezzare la risposta di Gesù, ed è interessante la sua osservazione conclusiva: amare «conta di più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Forse egli pensava ad una risposta tipo: “ricordati di santificare le feste”, ma viene colpito da ciò che sta a fondamento del culto. Gesù lo aveva già ricordato a scribi e farisei: «Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”» (Mc 7,6-7).

Il dialogo tra Gesù e lo scriba riguarda anche noi cristiani di oggi, spesso tentati di misurare la nostra conformità al volere divino sull’osservanza di regole. Non dimentichiamo che l’amore verso il Signore è sempre la grazia di una risposta al suo amore, e l’amore per gli altri esige molto di più dell’obbedienza a precetti e divieti: chiede di donare la vita, gratuitamente e senza misura.

Don Maurizio

XXXI Domenica – Vangelo e omelia (3 novembre)

Cosa vuoi che io faccia per te?

Nel brano evangelico di oggi colpisce l’identificazione di un non vedente, seduto al bordo della strada a mendicare: si chiama Bartimeo, è figlio di Timeo. Uno scarto della società giudaica – uno che non vede, e perciò non è visto – ha un nome e un’origine. Diventa protagonista della scena colui che, per l’acquisita disabilità della vista, è destinato alla marginalità, anzi è persino abbandonato da Dio, perché considerato peccatore.

Il grido disperato del povero – «Figlio di David, Gesù, abbi misericordia di me!» – giunge potente alle orecchie di Gesù che gli passa vicino, nonostante l’insistenza di molti che lo vogliono zittire. Bartimeo invoca pietà, supplica il perdono: forse è consapevole di un’oscura pena che gli è inflitta, sicuramente più dagli uomini religiosi che da Dio, per una colpa che non ha.

Bartimeo ha sentito dire che c’è Gesù il Nazareno, sa della sua bontà, e della tenerezza con cui tratta le persone in difficoltà, perciò cerca di farsi udire in tutti i modi. Siamo di fronte alla fede di un disgraziato, che domanda grazia. Gesù lo lascia avvicinare – cosa disdicevole per uno trattato da indemoniato – e gli chiede: «Cosa vuoi che io faccia per te?».

Il resto è luce ritrovata, fuoco acceso nel cuore, gioia nuova della vita.

Cosa sappiamo noi del tormento di chi vive come un fantasma, senza alcuna dignità, cui si aggiunge il disprezzo alla pena? Quante volte ci dà fastidio la menomazione, la disabilità, la marginalità? Magari, nel migliore dei casi, ci sovviene un senso di pietà, ma difficilmente ci spostiamo da dove siamo. E se qualcuno di questi scarti ci avvicina, è facile irrigidirsi: cosa mi chiederà, cosa vorrà da me?

Gesù non si lascia avvicinare solo perché è il Signore potente, che purifica e risana, ma perché si lascia toccare il cuore, avverte dentro di sé la sofferenza dell’altro. È il Dio che non giudica chi già è giudicato dagli uomini, non scarta chi è già scartato, non spegne il lucignolo fumigante. Come credenti, abbiamo bisogno di questa conversione: dal sospetto all’accoglienza, dalla distanza alla prossimità, dall’imbarazzo alla naturalezza. Chi è ai margini sa già di non meritare nulla; la sua condizione, per quanto procurata da sé o da altri, è già punitiva. Ad un peso se ne deve forse aggiungere un altro?

Non si tratta che di ascoltare il cuore ferito col proprio cuore. Come ha scritto papa Francesco nella sua ultima enciclica Dilexit nos: «Identificandosi con i più piccoli della società (cfr Mt 25,31-46) “Gesù ha portato la grande novità del riconoscimento della dignità di ogni persona, ed anche e soprattutto di quelle persone che erano qualificate come ‘indegne’. Questo principio nuovo nella storia umana, per cui l’essere umano è tanto più ‘degno’ di rispetto e di amore quanto più è debole, misero e sofferente, fino a perdere la stessa ‘figura’ umana, ha cambiato il volto del mondo, dando vita a istituzioni che si prendono cura delle persone che si trovano in condizioni disagiate: i neonati abbandonati, gli orfani, gli anziani lasciati soli, i malati mentali, le persone affette da malattie incurabili o con gravi malformazioni, coloro che vivono per strada”» (n. 170)  

Don Maurizio

XXX Domenica – Vangelo e omelia (27 ottobre)

Il potere divino e quello umano

Due fratelli, figli di un pescatore, discepoli di Gesù, hanno un coraggio sfacciato – e persino ingenuo – nel presentarsi al maestro chiedendo di sedere ai primi posti, nella gloria che s’illudono di raggiungere insieme a lui. Con una calma olimpica, il Signore, invece di rimproverarli, coglie l’occasione per indicare la strada dell’ambito regno: «siete capaci di bere il calice che io bevo?». L’ombra della passione si allunga dinanzi agli ardimentosi Giacomo e Giovanni. Solo quando sapranno che accanto a Gesù ci saranno due ladri crocifissi, forse sarà chiara anche a loro la sorte degli amici più cari.

Gesù non vuole scoraggiarli, perciò indica un sentiero che percorrerà prima lui da solo, poi gli andranno dietro i discepoli. Per ora basta sapere che, quando si ambisce alle posizioni di rilievo, bisogna mettere in conto la rinuncia al potere sugli altri. Ma questa non è una strategia: stiamo da parte, e poi all’ultimo saltiamo fuori, e passiamo avanti a tutti. C’è solo da guardare a lui, al Signore e Maestro, che si è fatto servo e schiavo di tutti: «il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto a farsi servire, ma a servire e dare la sua vita come riscatto per la moltitudine».

Qui entra in gioco l’idea che ci siamo fatti del potere, di quello divino e di quello umano. Se pensiamo che l’onnipotenza di Dio consista nel dominio sul mondo e sulle creature, siamo fuori strada: non esiste un Dio padrone; se ce lo aspettassimo così, dovremmo accusarlo costantemente di assenteismo. Allora, come spiegare la sua debolezza rispetto alle ingiustizie e alla violenza umana, cui non pone argine? Il suo premio ai buoni e la sua punizione ai cattivi è solo rimandata al giudizio finale?

La proposta di Gesù rovescia la nostra visione umana, rivelando il volto amoroso di un Dio, suo Padre, che usa infinita pazienza con i cattivi e incoraggia i buoni a resistere al male; che, invece di annientare, dona sempre nuove occasioni di vita, anzi, dona la propria vita per amore di tutti.

«Chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore». Questa indicazione ribalta radicalmente il senso del potere umano, alla luce di quello divino. Se Gesù, che è il Maestro e Signore, si china a lavare i nostri piedi, vuol dire che per salire all’altezza di Dio bisogna scendere negli abissi umani, per farsi piccoli con i più deboli e umili con i sofferenti.

Questa è la strada percorsa dal Signore: a lui ci affidiamo, con tutte le nostre fragilità e resistenze, per imparare a servire e non a dominare.

Don Maurizio

Fissato lo sguardo su di lui, lo amò

Il racconto evangelico di oggi lo conosciamo. Un giovane ricco corre entusiasta da Gesù, desidera sapere come fare per avere la vita eterna. Vuol dire che crede, si fida, sa che il Maestro è buono, e saprà indirizzarlo bene. Insomma, si attende un consiglio prezioso da uno che conosce la via – ma non ha ancora scoperto che lui è la Via.

Gesù rimanda il ragazzo ai comandamenti, a quel Dio buono, della legge, che chiede obbedienza ai precetti e ai divieti. Lo segue nella sua aspirazione: osservare regole, essere a posto, e andare in paradiso. Tutto questo il giovane l’ha già fatto, ma sembra che non basti, perciò chiede a Gesù un suggerimento ulteriore. E qui avviene il cambio di passo: «Allora Gesù, fissato lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse».

Se davvero il giovane vuole fare qualcosa in più, ha davanti a sé la persona giusta: colui che lo fissa negli occhi, chiede accesso al suo cuore, lo chiama ad uscire da sé, per accorgersi degli altri, dei più poveri, per liberarsi dal peso delle sue sicurezze. Il ragazzo non si aspetta di essere coinvolto così profondamente, chiede solo un saggio consiglio, non di mettere in gioco tutto se stesso. E la tristezza lo avvolge, cala sul suo volto, se ne va.

Qui siamo tentati di giudicare. Al posto di Gesù, noi saremmo delusi. Invece, quello triste è il giovane, non il Signore. Il suo sguardo amoroso non si ritira da lui, continua a seguirlo, magari con la speranza che ci ripensi e torni indietro. In fondo, è capitato altre volte: con uno dei dieci lebbrosi purificati, con il figlio che non vuole andare a lavorare nei campi e ci ripensa, con Pietro pentito dopo il rinnegamento. C’è sempre un’altra possibilità che il Signore ci offre. Nulla è mai del tutto perduto per lui.

Subito dopo, l’evangelista Marco introduce la scena del dialogo con i discepoli, impressionati da quanto è successo col giovane. Gesù fissa lo sguardo anche su di loro, su quelli che hanno lasciato fare a Dio, cui tutto è possibile. Alla propria casa, ai propri campi, ai propri parenti si aggiungeranno altre case, altri campi, altri fratelli e sorelle. La famiglia si allarga, ciò che sembra perduto viene ritrovato, anzi moltiplicato, nella nuova condizione del discepolato.

Con Gesù, si diventa ricchi quando si mette un po’ da parte se stessi, quando il cammello dell’io si sgonfia, e riesce a passare per la porta stretta del Vangelo della condivisione, del dono, della gratuità. Certo, non sarà facile, ma qui è in gioco la fiducia, anzi la fede nel Signore al quale niente è impossibile.

Facciamo, dunque, attenzione a non fermarci di fronte alle storie evangeliche interrotte. Come non sappiamo se il fratello maggiore del figliol prodigo è entrato in casa dopo l’insistenza del padre, così non sappiamo se il giovane ricco ci ha ripensato. L’incontro con Gesù non è mai inutile e senza effetto. E questa è la speranza che vale per noi e per tutti.

Don Maurizio

XXVIII Domenica – Vangelo e omelia (13 ottobre)

Nuovo calendario Messe

Per gentile ospitalità del Parroco del Carmine,
celebrerò la Santa Messa nella chiesa di San Sepolcro
nelle seguenti domeniche alle ore 12.00:

  • Domenica 6 ottobre – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 13 ottobre – ore 12.00
  • Domenica 20 ottobre – 12.00
  • Domenica 27 ottobre – ore 12.00                   pranzo con i poveri
  • Tutti i Santi venerdì 1 novembre – ore 12.00
  • Domenica 3 novembre – ore 12.00
  • Domenica 10 novembre – ore 12.00
  • Domenica 17 novembre – ore 12.00
  • Domenica 24 novembre – ore 12.00              pranzo con i poveri
  • Domenica 1 dicembre – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 8 dicembre – ore 12.00
  • Domenica 15 dicembre – ore 12.00
  • Domenica 22 dicembre – ore 12.00                pranzo con i poveri

* La Santa Messa delle 12.00 non è parrocchiale

Don Maurizio Gronchi

L’ultimo di tutti e il servo di tutti

Lungo i sentieri di Palestina, Gesù fa incontri, guarisce malati, caccia demoni, ridona speranza agli sfiduciati e insegna ai discepoli. Ma, per non alimentare false aspettative sulla propria illimitata potenza, annuncia il suo destino doloroso: «il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno». Questa è la parola che spaventa. Ciò che segue appare incomprensibile: «una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà».

Stare con un Maestro che opera prodigi e predice la propria sconfitta non è semplice: chiunque di noi resterebbe confuso. Come può colui che è investito della potenza di Dio salvare gli altri e perdere se stesso? I discepoli «ignoravano il senso di questa parola e avevano timore di interrogarlo». Sulla eventuale tragica sorte di Gesù si allunga anche l’ombra del fallimento di coloro che lo seguono.

Per la strada, gli amici del Signore preferiscono parlare d’altro, e spostano l’attenzione da lui a se stessi: discutono su chi è il più grande tra loro. Forse è il modo di guardare alla parte vincente della storia: non si rassegnano alla disfatta. Una volta scoperto questo dialogo imbarazzante, Gesù interviene, si siede e parla ai dodici. Non c’è nulla di male a volere essere il primo, basta sapere qual è la condizione: il primo sarà l’ultimo e il servo di tutti. Proprio come lui, che non è venuto per essere servito, ma per servire, e dare la vita per tutti.

La croce, che si staglia all’orizzonte, non è lo smascheramento di un potere debole, la fine di un’illusione, ma la conseguenza dell’amore senza riserve, che offre e si lascia prendere, dona e perdona, accoglie e va oltre il rifiuto. Gesù va guardato come un bambino: con gli occhi dei piccoli, perché lui, il Signore, si è fatto piccolo, alla portata di tutti, indifeso e obbediente al Padre, che lo ha inviato.

Il brano evangelico di oggi ci invita a riflettere sulle nostre aspettative di credenti, talvolta delusi dalle non immediate risposte del Signore, specialmente nell’ora della prova. Egli continua a chiederci fiducia, pazienza, umiltà.

La segreta aspirazione dei discepoli – chi è il più grande? – forse è anche la nostra, quando ci confrontiamo con gli altri. Gesù non ci rimprovera per questo: ci avverte soltanto di essere pronti a non tirarci indietro nel momento in cui, per diventare i primi, dovremo imparare a stare con gli ultimi, con i più piccoli e più deboli. Perché è lì che egli si è nascosto, e per riconoscerlo occorrono occhi che si volgono dal basso in alto. Ma si può fare anche diversamente: basta ricordare ciò che papa Francesco disse ai giovani a Lisbona nel 2023, nella veglia per la Giornata mondiale della gioventù: «l’unica volta in cui è lecito guardare una persona dall’alto in basso è per aiutarla a rialzarsi».

Don Maurizio

XXV Domenica – Vangelo e omelia (22 settembre)