Visitazione

Due donne s’incontrano nella casa di un villaggio di montagna. La più anziana riceve con gioia la visita della giovane cugina. Elisabetta, nella sua età avanzata, ha ricevuto la grazia insperata di un figlio tanto desiderato, con tutta l’esitazione incredula del marito Zaccaria. Maria, promessa sposa di Giuseppe, si è trovata di fronte alla più inimmaginabile sorpresa dello Spirito di Dio: da lei nascerà il Figlio dell’Altissimo. Entrambe sono in attesa di un bambino, del quale sanno già il nome, scelto dal Signore: si chiameranno Giovanni e Gesù.

Maria se n’è andata in fretta dal villaggio di Nazaret, forse anche per non farsi tormentare dalle chiacchiere di paese. Perciò, va a trovare colei che può capirla, e anche per aiutarla: gliel’ha detto l’arcangelo che la cugina è al sesto mese di gravidanza; rimane da lei per circa tre mesi, fino alla nascita di Giovanni.

Strette nell’abbraccio, s’incontrano madri e figli in un sussulto di gioia. Fuori e dentro, tutto si commuove. Non si entra in contatto mai da soli: c’è tutto ciò che siamo nell’abbraccio, tutto il peso e tutta l’intimità di una vita. Anzi, qui c’è la storia di una salvezza attesa, che supera ogni propria aspirazione. Per questo, le due donne hanno ricevuto grazia: Elisabetta, quella di generare il precursore; Maria, la pienezza del dono. Eppure non sono due strumenti inerti, ma due donne libere e coraggiose, con accanto uomini forti, che non si lasciano prendere dallo smarrimento.

Con un linguaggio struggente, così lo scrittore Luigi Santucci immagina il dialogo tra le due incantate gestanti:

«Elisabetta: “Ora un uomo è spuntato nel mio ventre: gli farò occhi per guardare i tramonti viola di Gerusalemme sulle cupole, voce per spaventare le antilopi del deserto, spalle per restar dritto al cospetto di potenti […]. E sono io mentre ti parlo che ricamo tutte queste cose attorno al suo chicco di carne, perché io non sono più sterile”.

Maria: “Io resterò qui nella tua casa, imparerò l’ombra che fanno i mobili seguendo il giro del sole, i vani dove il vento zufola sonoro, il diverso cigolare degli usci, l’odore di ciascuna erba dell’orto. La mia visita sarà lunga, finché io abbia potuto vuotare il mio cuore dello spavento e l’anima mia sia abituata a una gioia che ucciderebbe gli angeli e renderebbe pazze le pietre. Tu abbracciami e abbi pietà della mia gioia. Tienimi stretta mentre io canterò una sola volta per sempre ciò che a me sola, piccola come una goccia, è stato destinato”».

Con il termine “Visitazione”, la tradizione cristiana ha chiamato questo incontro di due più due. La parola gioia entra per la prima volta nei vangeli; la buona novella ha inizio qui, e la dobbiamo a quel sorriso invisibile, nell’oscurità di un grembo che sussulta. Il Signore ha fatto visita a questa umanità fragile e aperta al dono incontenibile del suo amore. Non ci resta che avvicinarci in punta di piedi al Natale di Gesù, come i pastori insonni, pronti a riconoscere l’annuncio degli angeli.

Don Maurizio

IV Domenica di Avvento – Vangelo e omelia (22 dicembre)

Che cosa dobbiamo fare?

Nella domenica della gioia, per l’imminente venuta del Signore, il brano evangelico si accende di luminosa concretezza. Il cuore si rallegra non per un entusiasmo sentimentale, ma per le cose pratiche che cambiano la vita. Tre categorie di persone – la gente, i pubblicani e i soldati – si presentano a Giovanni il battezzatore, sulle rive del Giordano, e chiedono: «che cosa dobbiamo fare?». All’immersione nelle acque del fiume bisogna che corrisponda un’uscita che rinnova la vita. Servirebbe a poco un rito senza le conseguenze nei fatti.

Magari, molti si sono avvicinati al Battista con curiosità, attratti dal suo stile alternativo; il suo invito alla conversione è risuonato nelle orecchie e nel cuore, ma ora si tratta di fare un passo in avanti, verso gli altri. Poi verrà colui che battezza in Spirito santo e fuoco. Adesso occorre preparare la strada: spianare i monti dell’egoismo e colmare le valli del ripiegamento su se stessi.

Alla folla, Giovanni indica la via della condivisione: «chi ha due tuniche le condivida con chi non ne ha, e chi ha qualcosa da mangiare faccia lo stesso». Vi è qualcosa di più dello spartire il superfluo: è accorgersi dell’altro, del suo bisogno, della sua indigenza, che significa avvicinarsi, farsi prossimo, senza aspettare che l’altro chieda.

I pubblicani, che praticano l’odioso mestiere di esattori delle imposte per conto degli oppressori romani, cosa devono fare? L’ordine del Battista è perentorio: «Non esigete nulla più di quanto vi è stato ordinato». Una cosa simile se la sentono dire anche i militari in servizio: «Non minacciate nessuno né estorcete nulla, e accontentatevi delle vostre razioni».

La tentazione di abusare del proprio potere sugli altri è all’ordine del giorno, specialmente per chi traffica denaro e maneggia le armi. Ciò non vale solo per loro, ma anche per noi: coniugi, genitori, insegnanti, ministri del culto, politici, amministratori. Chiunque abbia una relazione di responsabilità è esposto al rischio di approfittare della propria posizione dominante, per trarne vantaggio. La conseguenza è triste, per tutti, perché si vive nel timore: da una parte, di perdere il potere, dall’altra, di perdere la libertà.

Ecco allora il messaggio della domenica “gaudete”: il Signore Gesù viene tra noi per riconsegnare la libertà a tutti. Libertà di donare e condividere, libertà di accogliere e ringraziare. Il sorriso fiorisce sul volto chi fa un passo indietro rispetto alla propria affermazione, e un passo in avanti verso l’altro.

Giovanni Battista ci indica la strada: non è lui la via, ma solo colui che la prepara a Gesù: «Io vi immergo in acqua, ma viene chi è più forte di me». La forza del Signore si manifesterà presto nella sua estrema fragilità: nel bambino avvolto in fasce nella mangiatoia, bisognoso del calore del cuore di chi è pronto ad accoglierlo.

Don Maurizio

III Domenica di Avvento – Vangelo e omelia (15 dicembre)

Mi avvenga secondo la tua parola

La solennità di Maria Immacolata ci invita a guardare, con intima dolcezza, a quella ragazza di Nazaret che il Signore ha preparato da sempre ad accogliere il suo Figlio, per donarlo a noi. Maria è la protagonista silenziosa dell’Avvento: insieme a lei, noi tutti ci disponiamo alla scoperta del volto umano del Figlio di Dio in mezzo a noi. Lei è stata la prima a sorridere al Signore in carne ed ossa: lo ha visto, lo ha abbracciato, l’ha nutrito.

Si affaccia oggi, così, il mistero del Natale di Gesù, grazie al sì libero e generoso di Maria. A questo evento decisivo per tutta la storia, ella si è disposta con la vita quotidiana, semplice, operosa, sognante. Insieme a Giuseppe, il suo futuro sposo, ha imparato ad amare e a prendersi cura, nel nome di Dio. Nel loro progetto ci sarà stata sicuramente la disponibilità ad accogliere figli. Ma ecco che sembra giungere inattesa una novità sconvolgente.

Maria è una ragazza sincera, perciò domanda, cerca di capire, riflette. Per quanto sia stata preparata ad una risposta affermativa, nel racconto dell’annunciazione traspare l’intreccio tra libertà e accoglienza: non sa bene come potrà avvenire ciò che le viene offerto, ma se si tratta di un figlio, ben venga. È l’amore dell’Onnipotente che saprà come fare, a lei non resta che dire: « Mi avvenga secondo la tua parola»; che potremmo anche intendere così: venga in me la tua Parola, il Verbo si faccia carne in me, io ci sono, lo aspetto.

Nella prima lettura, abbiamo visto la scena delle origini, dove l’uomo e la donna si nascondono, mentre il Signore li cerca. Nel brano evangelico, invece, dal Signore, che tramite il suo angelo cerca Maria, lei si lascia trovare. Certo, non senza timore e imbarazzo, ma con la trasparenza di un cuore impegnato dall’amore eppure libero e disponibile nei confronti di Colui dal quale nulla ha da temere.

Proviamo a metterci nei panni di Maria, e poi anche di Giuseppe. A noi sarebbe sembrato impossibile, e forse è stato così anche per loro. Infatti, l’angelo prosegue il dialogo, offrendo un argomento concreto: «Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio». Certo, si tratta di una situazione diversa, ma ciò vale a mostrare che, anche nella natura, «nulla è impossibile a Dio». Ma adesso, qui, siamo di fronte ad un salto spericolato della grazia, che va oltre ogni umana previsione: «Lo Spirito Santo verrà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra». Maria dice: «Eccomi», accoglie la proposta, l’angelo se ne va, lasciandola sola. Rimane Giuseppe. Con lui, anch’egli visitato in sogno, comincia l’avventura della nostra salvezza. I due giovani innamorati non vedono Dio come intruso nella loro vita, ma quale dono sorprendente, capace di trasformare il loro progetto in un amore più grande, per tutti, senza confini.

Don Maurizio

Tu lo dici – sono re!

Parlare di monarchia, al giorno d’oggi, risulta quanto meno sorpassato, fuori luogo e fuori tempo. Anche se le democrazie, nel mondo, non sembrano mantenere le promesse di governi migliori, partecipati, realmente rappresentativi. Persino la stessa storia del popolo ebraico non conservava una felice memoria dell’epoca monarchica. Al tempo di Gesù, poi, non erano certo esemplari l’imperatore romano o gli erodi.

Perché allora Gesù parla del suo regno, quando sa che può essere malinteso, come se minacciasse di sostituirsi ai sovrani del suo tempo, alimentando aspettative politiche? In effetti, poco dopo la nascita di Gesu, Erode, impaurito per la perdita del proprio potere, aveva ucciso molti bambini. Ora, in prossimità della passione, anche il prefetto romano Pilato lo interroga su questo: «Sei tu il re dei Giudei?» e, nonostante la risposta di Gesù, che va in un’altra direzione, egli scriverà così sulla croce.

È difficile spiegarsi per Gesù – «il mio regno non è di questo mondo» –; non si tratta del dominare gli uomini, di lottare per il potere. Egli non è venuto per questo, ma «per dare testimonianza alla verità». Pilato cerca di capire: l’esempio che Gesù cita, riguardo ai servi che non combattono per lui, non basta. Nonostante tutte queste complicazioni, noi cristiani celebriamo Cristo re dell’universo. Dunque, cosa significa? Che cos’è la signorìa di Gesù? Può davvero far tremare i potenti, al punto da doverlo eliminare? Paradossalmente, ciò che fa paura alle autorità religiose e politiche del suo tempo è la vulnerabilità del Signore: sorprende il suo essere inerme, pacifico, buono.

La questione può sembrare lontana da noi; in realtà ci riguarda. La domanda da farci è: a chi prestiamo fede? A chi merita dare ascolto e obbedire? Non per essere sottomessi, ma per diventare liberi. Perché accogliere la verità – che è Gesù in persona – significa proprio questo: affidarci a Colui che è venuto per servire e non per essere servito, e metterci a servizio degli altri, con amore e umiltà. Mentre ci sono uomini che non smettono di misurarsi sulla forza e il potere, il Signore continua ad offrirsi liberamente alla sua passione, in tutti coloro che non rispondono al male col male, che credono alla pace e non alla guerra.

Al termine di questo anno liturgico, il nostro sguardo è rivolto alla croce, dove Gesù è salito, per scendere nell’abisso della morte, e per salire ancora più in alto, al vertice dell’amore, nella gloria del Padre. Lui è il Signore degli umili, di tutti coloro che vuol strappare dalle innumerevoli croci sulle quali la storia tenta di inchiodarli. Eppure, lui è la Verità che rende liberi da ogni abuso di potere umano. Questa è la certezza della fede: Cristo nostra speranza. Il tempo di Avvento, ormai prossimo, ci introdurrà al Giubileo della speranza. Disponiamoci ad attraversare la porta della sua misericordia.

Don Maurizio

Cristo Re dell’Universo – Vangelo e omelia (24 novembre)

Le mie parole non passeranno

Che cosa resta di questo mondo? Cosa rimane di questa umanità provata dai conflitti interiori e dalle lotte tra noi? A queste domande cerca di dare una risposta Gesù, nei discorsi escatologici, che ci accompagnano verso la fine dell’anno liturgico.

Siamo abituati a continue notizie negative: le guerre, gli sconvolgimenti metereologici per il cambiamento climatico, lo sfruttamento irresponsabile delle risorse del pianeta. Minacce di ogni genere, vicine o lontane, appesantiscono il cuore e la mente di tutti. C’è ancora speranza? Dov’è la promessa del Signore, che dice di essere venuto a salvarci?

Quando il ramo del fico diventa tenero e spuntano le foglie, sta per arrivare l’estate: è un esempio che dice qualcosa anche a noi. «Quando vedrete avvenire queste cose, riconoscete che il momento è vicino». Ma quale momento è prossimo? Si tratta forse della fine, o non piuttosto di un nuovo inizio? Gesù parla di ramo tenero, di estate imminente, e questo ci riempie di speranza, di fiducia: è la nuova creazione che passa attraverso le doglie di un parto.

Lo sguardo verso il futuro non deve scoraggiarci – sarebbe cedere alla tentazione del grande nemico, peraltro sconfitto –, perché il Signore non passa, le sue parole rimangono. Gesù è la Parola fatta carne per sempre. Per fede, sappiamo che con la morte e risurrezione di Gesù è iniziato il mondo nuovo; le sue frontiere attraversano i cuori spezzati, fasciati e risanati. Non preoccupiamoci di quando la scena di questo mondo finirà – non sa neppure Gesù il giorno e l’ora –; a noi interessa soltanto vivere l’attesa con gioiosa speranza che nulla andrà perduto. Il Signore raccoglie i cocci di questa umanità ferita e umiliata, per farne la sua ultima e più bella opera d’arte.

Ha un senso, allora, celebrare oggi la VIII Giornata mondiale dei poveri, che ha come tema: “La preghiera del povero sale fino a Dio” (Sir 21,5), accogliendo l’invito di papa Francesco a pregare per i poveri e insieme a loro. E poi, «Non dimentichiamo di custodire “i piccoli particolari dell’amore”: fermarsi, avvicinarsi, dare un po’ di attenzione, un sorriso, una carezza, una parola di conforto… Questi gesti non si improvvisano; richiedono, piuttosto, una fedeltà quotidiana, spesso nascosta e silenziosa, ma resa forte dalla preghiera. In questo tempo, in cui il canto di speranza sembra cedere il posto al frastuono delle armi, al grido di tanti innocenti feriti e al silenzio delle innumerevoli vittime delle guerre, rivolgiamo a Dio la nostra invocazione di pace. Siamo poveri di pace e tendiamo le mani per accoglierla come dono prezioso e nello stesso tempo ci impegniamo a ricucirla nel quotidiano».

Don Maurizio

XXXIII Domenica – Vangelo e omelia (17 novembre)

Tutto ciò che aveva: la sua intera vita

Nel  brano evangelico di oggi, Gesù mostra con due esempi concreti cosa intendeva il Signore, rivolto al profeta Samuele, in cerca di un re per il suo popolo: «io non guardo ciò che guarda l’uomo. L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore» (1Sam 16,7).

Nella prima scena, Gesù descrive il comportamento degli scribi – custodi della legge di Mosè –, ammantati di ampie vesti, alla ricerca di pubblico ossequio, in prima fila nelle sinagoghe e ai primi posti nei banchetti. Ma la loro segreta attività è depredare vedove e orfani, mentre pregano a lungo solo per ostentazione.

Gesù punta il dito su ciò che tutti sanno e vedono, ma non hanno la forza di contestare. Non rivela nulla di segreto: l’ipocrisia di chi cura l’aspetto esteriore, ma agisce male, è sotto gli occhi di tutti. Ha l’accento dei profeti la denuncia di Gesù: «Guai a coloro che fanno decreti iniqui e scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miseri e per frodare del diritto i poveri del mio popolo, per fare delle vedove la loro preda e per spogliare gli orfani» (Is 10,1-2). Può succedere che, in nome della legge di Mosè, si opprimano i più deboli. La religione dei precetti rischia sempre di dividere il mondo in due: ci sono gli eletti da una parte e gli scartati dall’altra.

Poi la scena si sposta nel tempio – l’altro caposaldo della religione d’Israele, accanto alla legge –, davanti alla camera del tesoro, dove si fa l’elemosina. Gesù vede una vedova povera che getta due spiccioli. Potrebbe tacere, il suo sguardo attento coglie qualcosa che sfugge a molti. Invece, egli chiama i discepoli e rivela ciò che lui solo ha percepito: a differenza di tutti gli altri, «lei invece, a partire dalla sua indigenza, ha gettato tutto ciò che aveva: la sua intera vita!».

Non è soltanto la condizione della povera vedova che qui risalta, ma il gesto che sgorga dal cuore, dalla profondità di colei che affida tutto ciò che ha al Dio che le hanno insegnato ad adorare. Ella non sa che la guardano davvero gli occhi del Figlio dell’Altissimo, seduto in silenzio vicino a lei.

Siamo così passati dall’invettiva profetica di Gesù, contro l’ipocrisia e l’ingiustizia degli uomini religiosi, alla tenerezza infinita del Signore, al quale non sfugge la verità del cuore. A chi voleva sapere qual è il comandamento più grande, ecco la risposta dei fatti: amare Dio con tutta la propria vita, nella semplicità che si affida, senza clamore.

Sono dunque scomparsi, in dissolvenza, i cattivi maestri, per lasciare ai discepoli il segno da cogliere e da seguire. L’invito è rivolto a noi, soprattutto nel momento in cui siamo più spinti dall’indignazione per l’incoerenza di alcuni, mentre vicino, di soppiatto, c’è chi, con umiltà, semina speranza e costruisce il bene senza rumore. E non solo: guardiamoci sempre dal giudicare le apparenze: perché è facile cadere nel tranello di apprezzare gli ipocriti e di disprezzare i poveri.

Don Maurizio

XXXII Domenica – Vangelo e omelia (10 novembre)