Il cuore e le parole

Nel brano evangelico di oggi, Gesù dispensa ai suoi discepoli alcuni insegnamenti sapienziali, con la consueta forma della parabola. Parte da un cieco, che pretende di guidare un altro non vedente, e finisce con i frutti dell’albero, a volte buoni, a volte cattivi. In mezzo, c’è il caso di chi vuol correggere l’altro da un difetto, che crede di vedere bene, mentre invece il proprio giudizio è oscurato da un difetto più grande. Tre parole possono aiutarci a riflettere: responsabilità, umiltà, il cuore e le parole.

Anzitutto, responsabilità. Chi è posto in un ruolo di guida educativa o di comando – come le autorità pubbliche, gli insegnanti, gli educatori, i ministri del culto, i genitori – ha un compito delicato: le persone si fidano, non debbono essere ingannate, né condotte fuori strada. Questa condizione di responsabilità ci chiede un continuo esame di coscienza. A volte, infatti, pretendiamo dagli altri ciò che noi non facciamo per primi. Può capitare di dare buoni consigli insieme a cattivi esempi.

Il caso di colui che pretende di correggere l’altro, mentre il difetto che vede non è altro che il proprio, e magari ben più consistente, invita ciascuno di noi all’umiltà: prima prendi coscienza di te, poi avvicinati al tuo fratello con delicatezza e rispetto. La correzione fraterna è cosa buona, ma solo alla condizione di non fare da maestri senza credibilità. Meglio essere discepoli in cammino con altri, perché il Maestro e il Signore è uno solo, e non sei tu.

L’ultimo esempio impiegato da Gesù è tratto dal frutto che viene dall’albero, paragonato al rapporto tra il cuore e le parole. Dall’albero buono, come dal cuore buono, vengono frutti buoni, ovvero parole buone, e viceversa. Qui sta la sintesi anche degli insegnamenti precedenti.

La relazione con gli altri richiede attenzione e cura. Si possono guidare i fratelli e le sorelle se si è consapevoli delle proprie responsabilità, e soprattutto degli effetti che hanno a lungo termine i nostri esempi. Merita correggere ciò che vediamo non andar bene negli altri senza mettersi su improbabili piedistalli. Le parole che usiamo rivelano chi siamo, prima ancora di comunicare un contenuto.

Dietro a questi insegnamenti, che sembrano di semplice saggezza popolare, spicca la persona di Gesù, il Maestro e Signore, che merita di essere ascoltato perché, oltre al suo esempio, è colui che ci dona la grazia della conversione. Infatti, non è alla portata del solo sforzo umano la svolta dal comando al servizio, dal giudizio all’umiltà, dal cuore alle parole buone, che incoraggiano, risollevano, danno speranza.

Vediamo come, anche oggi sui media, parole aggressive, gesti di prepotenza, atteggiamenti arroganti vengano proposti con la pretesa della verità. Sembra che ci si debba fare ragione con la forza, mentre la via di Gesù è sempre di un’altra natura: è autorevole solo un amore paziente e rispettoso, anche se non subito.  

Don Maurizio

Nuovo calendario Messe

Per gentile ospitalità del Parroco del Carmine,
celebrerò la Santa Messa nella chiesa di San Sepolcro
nelle seguenti domeniche alle ore 12.00:

  • Domenica 2 marzo – ore 12.00
  • Domenica 9 marzo – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 16 marzo – ore 12.00
  • Domenica  23 marzo – ore 12.00            pranzo con i poveri
  • Domenica 30 marzo – ore 12.00
  • Domenica 6 aprile – non c’è la Messa delle ore 12.00
  • Domenica 13 aprile – ore 12.00     pranzo pasquale con i poveri
  • Santa Pasqua Domenica 20 aprile – ore 12.00
  • Domenica 27 aprile – ore 12.00
  • Domenica 4 maggio – ore 12
  • Domenica 11 maggio – ore 12
  • Domenica 18 maggio – ore 12
  • Domenica 25 maggio – ore 12                pranzo con i poveri

* La Santa Messa delle 12.00 non è parrocchiale

Don Maurizio Gronchi

Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso

Le parole di Gesù, del vangelo di oggi, non hanno bisogno di essere interpretate: dobbiamo solo metterle in pratica, anche se sappiamo che non è alla nostra portata amare i nemici e fare del bene a coloro che non ci amano. Chi di noi non ha sperimentato la difficoltà nelle relazioni, il rifiuto, persino il conflitto? L’istinto umano è naturalmente orientato alla difesa, quando si viene aggrediti. Viene spontaneo reagire o, nel migliore dei casi, prendere distanza dalle minacce.

Eppure Gesù indica una via opposta, umanamente incomprensibile: «amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite quelli che vi maledicono, pregate per quelli che vi calunniano». Egli cerca anche di proporre delle ragioni per fare ciò che appare irragionevole. Tutti sono capaci di voler bene a chi lo merita e ricambia; tutti sono pronti a prestare a chi restituisce. Allora perché agire diversamente, se la legge della convivenza è la reciprocità?

Lo sguardo di Gesù si allunga, oltrepassa la logica delle proporzioni, e si volge in alto, all’Altissimo: «perché egli è buono verso gli ingrati e i cattivi». La misura di Dio non è paragonabile alla nostra: il Signore vuole bene a coloro che si sottraggono all’amore, a quelli che scappano, rifiutano e reagiscono male. Questo è ciò che ha fatto Gesù: tutta la sua vita, fino alla passione e alla morte, mostra questo amore insistente, gratuito, disarmato, che noi potremmo giudicare sprecato.

Perché il Signore fa così, e ci invita a imitarlo? Non è inutile amare chi non vuole essere amato? Qui Dio gioca la partita della speranza con questa umanità, alla quale è continuamente rubata. Egli non smette mai di sperare che l’amore possa trovare casa nel cuore chi lo fugge. Spesso abbiamo paura di essere amati, pensiamo di doverlo meritare, di non essere all’altezza della gratuità.

Vi è un solo modo per uscire dalla spirale dello scambio alla pari: accogliere senza giudicare, donare senza aspettarsi riconoscenza. Certo, potremmo restare delusi, e questo è ciò che avviene quasi sempre. Ma proprio qui sta la forza della fede cristiana: gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente doniamo.

Se i rapporti tra le persone non attingono più in alto, laddove la fede ci fa riconoscere il bene che il Signore vuole a tutti i suoi figli, sarà ben difficile imparare la fraternità. Perciò Gesù ci chiama “figli dell’Altissimo”, e ci raccomanda: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso». Chiediamo al Signore la memoria grata del perdono ricevuto: potremo così restituire gratuitamente ciò che ci è stato donato senza alcun merito.  

Don Maurizio

Dov’è tristezza, ch’io porti la gioia

Oggi, il vangelo di Luca ci presenta una versione diversa e complementare del cosiddetto discorso della montagna, in Matteo, che qui si svolge in pianura. Invece di otto beatitudini, Gesù qui ne proclama quattro, insieme a quattro guai. Quelle matteane dicono beati, in generale, coloro che soffrono (i poveri in spirito, gli afflitti, gli affamati di giustizia, i perseguitati per la giustizia, e gli insultati nel nome di Gesù), e coloro che operano il bene (i miti, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace). Le beatitudini lucane sono circoscritte a coloro che soffrono: i poveri, gli affamati, i piangenti, i disprezzati. Seguono poi i guai, rivolti a coloro che si beano di se stessi: i ricchi, i satolli, i gaudenti, gli adulati.

Gesù parla in modo diretto a coloro che ha di fronte – a voi –, e mette in evidenza il contrasto tra chi è messo alla prova dalla vita e chi se la passa bene. Non si tratta di destini paralleli. Piuttosto è probabile che la condizione di coloro che versano in povertà, nella fame, nel pianto e nel disprezzo, dipenda in certo modo da chi si gode egoisticamente la vita. Dolore e gioia si mescolano, nell’esistenza quotidiana, fino a separare gli uni dagli altri, come se per ciascuno fosse previsto unun destino fatale.

Agli occhi di Gesù non è così. Per lui le sorti si rovesciano, e non solo perché saranno premiati i primi e puniti i secondi. Non c’è questa minaccia nelle parole di Gesù, ma un avvertimento. Il Signore promette di prendersi cura di chi è solo, triste e sconfortato. Chi invece basta a se stesso è messo in guardia: non pensi di conservare per sempre la propria momentanea felicità: le cose possono cambiare in peggio.

Si è felici solo quando qualcuno si prende cura di noi, quando mostriamo un’indigenza che domanda aiuto, e accetta di riceverlo. È una gioia diversa quella di coloro che vengono risollevati rispetto a quella di chi se la procura da sé. Perciò, Gesù promette beatitudine a chi adesso sta male: «vostro è il regno di Dio», ossia il Signore si prenderà cura di voi, poveri e sofferenti.  Ma in questa promessa c’è di più: saziare chi ha fame tocca a chi è nell’abbondanza; le lacrime sul volto di chi piange attendono una mano che accarezza; difendere i disprezzati tocca a chi ama la giustizia.

Gesù non si limiterà a lasciare che le cose vadano come vanno, anche se a qualcuno potrà sembrare che Dio non intervenga nelle cose umane. Egli ha affidato ai suoi discepoli il compito di fare, nel suo nome, come ha fatto lui. Ce lo ricorda la preghiera semplice di san Francesco: «Signore, fa’ di me uno strumento della tua pace: dove è odio, fa ch’io porti amore; dove è offesa, ch’io porti il perdono; dov’è discordia ch’io porti l’unione; dov’è dubbio fa’ ch’io porti la fede; dov’è l’errore, ch’io porti la verità; dov’è la disperazione, ch’io porti la speranza. Dov’è tristezza, ch’io porti la gioia, dove sono le tenebre, ch’io porti la luce».

Don Maurizio

VI Domenica del Tempo ordinario – Vangelo e omelia (16 febbraio)

Prendete il largo

La scena evangelica di oggi è piena di sorprese. Potremmo dire che è una specie di invasione della grazia divina nella vita quotidiana di gente comune. Gesù sale sulla barca di Simone, senza chiedergli permesso, vuol parlare alla folla, a distanza di sicurezza, perché tutti possano vederlo.

Al tempo stesso, è una scusa per stare vicino a Simone e ai suoi compagni. La sua barca è leggera, dopo una notte di pesca andata a vuoto. «Prendi il largo, verso l’acqua profonda, e calate le vostre reti per la pesca». In queste parole c’è più di un consiglio. Gesù non è un marinaio esperto, ma conosce gli abissi del cuore umano, sa cosa si agita nella profondità dell’animo, perciò chiede fiducia.

Simone è combattuto tra l’esperienza, persino deludente, e il coraggio di dare ascolto ad una parola nuova. Accetta la sfida, e la sorpresa arriva, in modo sproporzionato: la sua barca rischia di non farcela, potrebbe affondare per la gran quantità di pesci catturati. Simon Pietro chiede aiuto a dei compagni, e poi si prostra dinanzi a Gesù. Di fatto si era fidato, ma in cuor suo erano rimasti dei dubbi. Adesso è convinto, c’è stato bisogno di una sorpresa sconcertante.

D’ora in avanti, Pietro può anche cambiare lavoro, non per l’insuccesso nel proprio mestiere, ma perché ha incontrato chi gli ha catturato il cuore. Perciò, Gesù gli dice: «D’ora in poi dovrai catturare uomini vivi». Questo è il senso proprio del verbo greco zogreo: “catturare vivo”, “tenere in vita”, “risparmiare”. Con Gesù, da adesso, Pietro dovrà incontrare persone cui dare vita.

In questo brano ci sono gli elementi principali che dicono l’agire del Signore con noi. Egli ci viene a trovare dove siamo, parte da lì e ci invita a prendere il largo. Raddoppia in tal modo i nostri desideri, li conduce ad una pienezza insospettata. La nuova comunità che Gesù raduna assomiglia ad una barca in mezzo al mare: quando lui è a bordo la raccolta oltrepassa le aspettative. Chi di noi non ha sperimentato la sovrabbondanza dell’amore smisurato del Signore nella propria vita?

Il racconto della pesca miracolosa ci riempie il cuore di fiducia e di speranza. Il Signore non toglie nulla, e dona tutto. Tocca a noi accettare, insieme alla sua parola nuova, anche le nostre esitazioni, le incertezze che ci permettono di riconoscere la potenza del suo amore, e di chinarci umilmente di fronte a lui. Non bastiamo a noi stessi: senza di lui non possiamo far nulla. Memori di questa esperienza, andiamo incontro ai fratelli e alle sorelle, non per tirarli nella nostra rete, ma per dar loro vita e risparmiarli dal male.

Don Maurizio

Oggi questa Scrittura si è compiuta per voi che l’ascoltate

La terza domenica del tempo ordinario è stata dedicata da papa Francesco alla Parola di Dio, e questo è il sesto anno che la celebriamo. Il brano di oggi si apre con l’inizio del vangelo di Luca, dove l’autore dà conto della sua ricerca, fatta per mettere ordine ai fatti e a i detti di Gesù, ormai già diffusi oralmente da anni. Egli ha sentito i testimoni oculari, e ha deciso di scriverne il ricordo vivo e originario, perché non vada perduto ciò che è essenziale: l’annuncio di Gesù morto e risorto, il Signore venuto a salvarci. Dunque, la scrittura del vangelo serve a custodire la memoria dell’evento centrale della fede, affinché ogni generazione successiva – come la nostra – possa incontrarsi con Gesù Signore, parola fatta carne, vivo e presente in mezzo a noi.

Poi la scena si sposta nella sinagoga di Nazaret, villaggio ove Gesù ha trascorso la giovinezza. Qui, egli legge un brano del profeta Isaia, suscitando lo stupore dei presenti per l’attualizzazione che non ci si aspetta: «Oggi questa Scrittura si è compiuta per voi che l’ascoltate».

Che cosa si realizza nel momento in cui Gesù legge la Scrittura? Isaia aveva annunciato l’unzione dello Spirito sul Messia, attraverso dei precisi segni: la buona notizia per i poveri, la liberazione dei prigionieri, la vista donata ai ciechi, la libertà per gli oppressi, un anno di grazia per tutti.

Coloro che ascoltano Gesù si rendono conto che tutto questo egli lo sta già facendo. La voce di Dio, prestata al profeta Isaia, ha mantenuto la sua promessa, non c’è più da aspettare: qui e ora è presente la Parola di Dio incarnata; lo attestano i segni che egli compie.

Si dischiude così un orizzonte nuovo, impensabile, imprevedibile: le Scritture d’Israele cedono il passo a Gesù di Nazaret, ora è lui che si deve ascoltare. Agli antichi fu detto, ma adesso è lui che dice. Qui c’è più di Abramo, di Mosè, di Giona, di Salomone, di tutti i profeti: c’è il Figlio. La svolta è decisiva: Dio nessuno l’ha mai visto, molti l’hanno cercato, intuito, atteso, ma è venuta l’ora di guardarlo in faccia, di incontrare lo sguardo di Gesù, il Figlio amato, in cui il Padre si è compiaciuto, e ci chiede di ascoltarlo.

Da questo momento, i cristiani non sono più un popolo del libro, ma la comunità dei credenti nel Verbo incarnato, crocifisso e risorto. Le conseguenze di questa rivelazione sono molteplici. La fede non può ridursi a legge, a ideologia, a sistema di valori. È incontro vivo con una persona, il Figlio di Dio che mostra il volto del Padre, mediante lo Spirito. Il mondo divino è sceso in terra, per dare speranza a tutti i poveri, tra i quali i primi siamo noi: deboli assetati d’amore e di perdono. Dio non ha paura di contaminarsi con la fragilità, di mostrarsi piccolo e bisognoso di accoglienza. Dalle sue piaghe siamo stati guariti. Questo è l’anno di grazia che ci è offerto, per ricominciare con gioia.

Don Maurizio

III Domenica del Tempo ordinario – Vangelo e omelia (26 gennaio)