Lessico spirituale per Casa Ilaria

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Prossimità

«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Marco 1,15). La vicinanza della signoria di Dio è il cuore dell’annuncio di Gesù, il Figlio che s’immerge nell’umanità per risollevarne il destino. Per i credenti questa è una buona notizia, per tutti una faccenda su cui riflettere. Vicino vuol dire prossimo, a breve distanza interiore più che fisica. Proviamo perciò a ragionare sulla prossimità come scelta decisiva, proprio in un tempo in cui si raccomanda la distanza di sicurezza. Fa pensare la storia del buon samaritano, presa da papa Francesco, nell’ultima sua enciclica, come specchio in cui si riflettono molti tratti della nostra vita odierna, perché: «tutti abbiamo qualcosa dell’uomo ferito, qualcosa dei briganti, qualcosa di quelli che passano a distanza e qualcosa del buon samaritano» (Fratelli tutti 69).

A chi di noi non capita d’incontrare per strada persone con lo sguardo smarrito, il capo chino, l’andatura incerta, che tradiscono solitudine, paura, sconforto? Mai come in questi giorni non si riescono a camuffare i sentimenti più nascosti. Vedi uno con la mascherina abbassata e lo giudichi irresponsabile. Passa un altro troppo vicino e ti affretti a scansarlo. Due o tre siedono a un caffè e li guardi perplesso. Rischiamo così di diventare ossessivi, dibattendoci continuamente tra sentimenti opposti. Ma davvero questa situazione ci giustifica nel rimanere lontani, diffidenti, sospettosi di tutto e di tutti?

Accorgersi dell’altro, che ci passi accanto o sia distante, è un dono inatteso, una luce che si accende dentro, fa vedere oltre, al di là di sé, e spinge il cuore in avanti. Ci si può anche sentire più soli che mai, persino compagni di sventura, mai però totalmente estranei all’umano comune bisogno di compagnia e di prossimità. Nelle sue meditazioni Verso Gerusalemme, il cardinale Carlo Maria Martini scriveva: «Essere nel deserto vuol dire accorgersi di chi, ai lati della strada, è più disperato di noi, più solo di noi; vuol dire vivere la prossimità. Nel deserto, infatti, la prossimità è come più immediata, perché si comprende il bisogno di chi è più solo di noi».

All’incontro con chi è più debole, ferito o mezzo morto cadono le maschere, si viene fuori per ciò che si è veramente: «Nei momenti di crisi la scelta diventa incalzante: potremmo dire che, in questo momento, chiunque non è brigante e chiunque non passa a distanza, o è ferito o sta portando sulle sue spalle qualche ferito» (FT 70). La vita scorre, il tempo passa, rimane solo quanto donato senza calcolo e senza rumore, che altri occhi oltre quelli di Dio non hanno visto. Non sarà mai stato inutile aver speso qualche briciola di tempo a raccogliere frammenti di umanità – ci rammenta Emily Dickinson:

«Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano».

don Maurizio

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Domenica 17 gennaio 2021

Cercare

«Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”» (Giovanni 1,38). Cercare è il verbo di oggi. In generale, vuol dire «adoperarsi per trovare o ritrovare cosa o persona» (Treccani). Ovvero, impegnarsi per trovare qualcosa di nascosto o ritrovare ciò che si è perduto. La vita è fatta di ricerche, da mattino a sera, e non solo: i sapienti antichi amavano la notte, e di certo anche i ladri di ogni tempo. Gli artisti e i poeti attendono l’ispirazione, gli studiosi sudano sulle carte, gli scienziati cercano le formule, i medici le cure, i filosofi le idee, gli affaristi i quattrini, i senza tetto un luogo riparato dal freddo e dalla pioggia. Ognuno s’ingegna come meglio può per raggiungere uno scopo, per ottenere ciò che gli sta a cuore, e non risparmia energie. Per alcuni è un tormento, per altri un’avventura, per tutti una sfida. Ma il risultato, aldilà di ogni sforzo, appare sempre come una grazia.

Cercare sembra una scelta, in realtà è una necessità: non saremmo viventi, né tantomeno umani. Vi è un insopprimibile bisogno di vita che spinge a cercare nutrimento, amore, riposo e casa. Quando si spegne, vuol dire che siamo ammalati. In una delle sue prime udienze generali, papa Francesco diceva: «L’uomo è come un viandante che, attraversando i deserti della vita, ha sete di un’acqua viva, zampillante e fresca, capace di dissetare in profondità il suo desiderio profondo di luce, di amore, di bellezza e di pace. Tutti sentiamo questo desiderio!» (8 maggio 2013). C’è chi assapora per un istante il frutto della propria fatica, e chi non trova mai pace. A questa insopprimibile aspirazione sembra di essere condannati. In realtà, è la leva interiore che dà senso all’esistenza e ne rivela l’incompiutezza: «Un cuore che cerca sente bene che qualcosa gli manca; ma un cuore che ha perduto sa di cosa è stato privato» (Johann Wolfgang von Goethe).

Abbiamo tutti bisogno di sollevare lo sguardo, di salire come nani sulle spalle dei giganti e vedere più lontano, per cercare la verità dovunque si trovi. Nel XVI secolo, Michel de Montaigne scriveva nei suoi Saggi: «Io accolgo a braccia aperte la verità e la accarezzo ogni volta che la trovo, non importa in quali mani sia, e a lei mi arrendo con letizia» (III, 8), riconoscendo tuttavia che solo la continua ricerca rende liberi, poiché «solo i folli sono sicuri e risoluti» (I, 26). A suo modo, con lo stesso spirito libero e in cerca di verità, Francesco Guccini cantava in Cirano:

«Venite gente vuota, facciamola finita,
Voi preti che vendete a tutti un’altra vita;
se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito
guardatevi nel cuore, l’avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso,
che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti
per la mia rabbia enorme mi servono giganti».

don Maurizio

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Domenica 10 gennaio 2021 – Battesimo del Signore – Anno B

Leggerezza

«Vide aprirsi i cieli e lo Spirito discendere su di lui come una colomba» (Marco 1,10). Questa immagine, scolpita nella scena del battesimo di Gesù, esprime il delicato tocco divino, e ci invita a riflettere sul tema della leggerezza, oggi particolarmente utile a chi, come noi, a causa della pandemia, vive immerso nella pesantezza di tutti i giorni, nello stress, nella rabbia, nell’insoddisfazione, nelle delusioni per le aspettative mancate. È possibile prendere le cose in maniera più leggera – certo non con superficialità – in modo che la nostra vita e quella degli altri non ci soffochi?

Nelle sue Lezioni americane, Italo Calvino scriveva: «Prendete la vita con leggerezza, ché leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore». Talvolta capita di aggiungere pesi su pesi, soprattutto interiori, quando è ridotta la libertà di movimento, quando ci assillano le responsabilità verso chi amiamo, e la paura di non farcela ci assale. È allora il momento di non dare peso all’inessenziale, di cominciare a planare sulle cose. Essere leggeri significa fare un passo avanti rispetto a chi rincorre l’eccesso, senza mai trovare pace.

Facciamo una breve riflessione a partire dal film cult di Zemeckis, Forrest Gump (1994). Le stesse due scene che aprono e chiudono il film, che ci mostrano il volteggiare di una piuma, costituiscono la dichiarazione poetica del film: l’elogio della leggerezza. Forrest vive e narra la sua esistenza, in cui si accumulano esperienze pesanti ed estreme, ogni volta condotte al massimo di possibilità. È un bambino “ritardato” bullizzato, che corre come il vento; diventa eroe sportivo, di guerra, runner instancabile, imprenditore multimilionario. Percorre e ripercorre la vita con la disarmante leggerezza che il suo deficit cognitivo gli comporta. Eppure, in tanta innocente parziale incoscienza, Forrest mostra di cogliere il cuore essenziale della vita: la fedeltà ai legami di amore e di amicizia, che lo accompagnano e lo conducono fino alla possibilità di protendersi con gentilezza verso tutti. Con senso di amorevole e tenera cura verso la vita che muore, e che, in modo improbabile, come tutto nella sua storia, nasce e cresce accanto e da lui, nel piccolo Forrest, suo figlio.

Anche noi faremo esperienza di leggerezza dando meno peso alle cose materiali, che preoccupano molti, e prendendo più sul serio le persone che contano meno. Ciò equivale a donare e a togliere, al tempo stesso, qualcosa nelle relazioni. Concretamente vuol dire: accogliere senza trattenere, custodire senza possedere, abbracciare senza soffocare, condividere senza sprecare, curare senza pretendere di guarire, lavorare senza affannarsi, raccogliere senza accumulare, partecipare senza protagonismo.