Via Crucis. Meditazioni

– Con 14 tele di autori contemporanei –

Le opere della Via Crucis qui riprodotte sono nella Cappella dei Santi Ippolito e Cassiano alla Badia di Carigi, a Casa Ilaria, Montefoscoli (Palaia – Pisa). Casa Ilaria è il sogno di un luogo speciale dove ognuno può sentirsi a casa. Si propone di promuovere il benessere e la qualità della vita di tutte le persone, in particolare di quelle con svantaggi fisici, handicap, povertà ed emarginazione sociale. Tutta l’attività di Casa Ilaria, la sua ispirazione e il suo senso sono guidati e animati da una forte dimensione spirituale. Il luogo stesso, antichissimo sito monastico, la sua tradizione e il collegamento con diversi ordini religiosi, la presenza di una chiesa e il clima di serenità e accoglienza lo rendono particolarmente favorevole alla realizzazione di percorsi spirituali, ritiri personali o di piccoli gruppi, iniziative a carattere formativo-religioso, esercizi, momenti e itinerari di preghiera.

Lessico spirituale per Casa Ilaria

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Cambiamento

«Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime» (Marco 9,2-3). Trasfigurazione traduce il termine greco “metamorfosi” che qui indica il cambiamento nell’aspetto, la modifica della forma. Cambiare e al tempo stesso rimanere se stessi è la sfida dell’esistenza umana, dal fiore dell’infanzia alla maturità della vecchiaia. Tutto di noi è già nell’embrione, eppure diventeremo anche altro, e dipenderà da molti fattori. Difficile sapere quale percentuale ha la componente dell’esperienza rispetto a quella biologica. Potremmo anche essere contemporaneamente prigionieri liberi: da una parte condizionati, dall’altra capaci di autodeterminarci. Sicuramente sono le relazioni a plasmarci, a cominciare da quelle più antiche, genitoriali, principalmente materne.

Esistono però anche mutamenti involontari, totalmente indipendenti da noi. Può darsi che non siamo responsabili delle situazioni in cui ci troviamo, ma potremmo diventarlo se non faremo nulla per cambiarle. I cambiamenti di solito fanno paura: quella che per il bruco è una tragedia, per la farfalla è l’inizio del mondo. Qualcuno ritiene che rimanere sempre delle stesse convinzioni sia coerenza, qualcun altro invece pensa che sia meglio adattarsi. Si potrebbe anche concludere che sia solo questione di carattere: il pauroso è prudente, il coraggioso azzarda. Con questa alternativa però si esclude l’irrinunciabile necessità di essere flessibili, che bene o male vale per tutti.

Per trovare una via, così pregava san Tommaso Moro: «Che io possa avere la forza di cambiare le cose che posso cambiare, che io possa avere la pazienza di accettare le cose che non posso cambiare, che io possa avere soprattutto la saggezza di saperle distinguere». Forse il problema non sta in ciò che accade mio malgrado, ma quel che ci faccio con ciò che accade. Qual è allora il criterio per scegliere tra immobilismo e cambiamento? Chi ha degli obiettivi fa di tutto, con la speranza di raggiungerli. Allo stesso tempo, però, intervengono elementi di disturbo, ostacoli che si frappongono, allora è il momento di discernere. Da ciò che siamo disposti a cambiare, senza rinunciare alla speranza, dipende il futuro. In altre parole, si tratta di decidere tra “Resistenza e resa” – come recita il titolo di uno libro di Dietrich Bonhoeffer, teologo protestante tedesco, protagonista della resistenza al Nazismo, morto nel Campo di concentramento di Flossenbürg – il quale scriveva: «L’essenza dell’ottimismo non è soltanto guardare al di là della situazione presente, ma è una forza vitale, la forza di sperare quando gli altri si rassegnano, la forza di tenere alta la testa quando sembra che tutto fallisca, la forza di sopportare gli insuccessi, una forza che non lascia mai il futuro agli avversari, il futuro lo rivendica a sé. […] Può darsi che domani spunti l’alba dell’ultimo giorno: allora, non prima, noi interromperemo volentieri il lavoro per un futuro migliore».

don Maurizio

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Deserto

«Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana» (Marco 1,12). Il termine deserto è il sostantivo che indica un luogo arido, ma in origine è un aggettivo che significa “abbandonato” (participio passato di deserĕre, abbandonare). È un luogo senza vita, abitato solo dal vento, rovente di giorno e gelido di notte, lasciato a se stesso, pericoloso da attraversare. Chi ci va deve avere proprio un buon motivo, forse quello di scavarvi pozzi in cerca di petrolio, altrimenti il rischio è sicuro. Ma il nostro pensiero lo avverte anche come luogo incerto dell’anima: quando ti senti desolato, smarrito, senza riferimenti. Il deserto entra dentro quando sono assenti gli altri, se vengono a mancare o perché ti abbandonano. Senso di vuoto e aridità spaventano, per questo è difficile scegliere di avventurarvisi.

Anche Gesù vi è spinto dallo Spirito, a lui tocca solo il coraggio e la forza di restarci. Nel deserto si recano profeti ed eremiti, viandanti ed esuli lo percorrono, profughi e fuggiaschi tentano di attraversarlo. I leader delle grandi religioni vi hanno cercato i valori spirituali e terapeutici del ritiro, non per fuggire ma per trovare pace. Perché, come dice un proverbio Tuareg: «Dio ha creato le terre con i laghi e i fiumi perché l’uomo possa viverci. E il deserto affinché possa ritrovare la sua anima». Il deserto può diventare una strada per chi ha una meta, altrimenti è l’oblìo, dove ogni cosa scompare. Ma davvero si può risalire alle sorgenti della vita vagando tra dune sabbiose plasmate solo dal vento?

Nel suo primo messaggio alla città e al mondo, per la Pasqua del 2013, papa Francesco diceva: «Quanti deserti, anche oggi, l’essere umano deve attraversare! Soprattutto il deserto che c’è dentro di lui, quando manca l’amore». Oggi, anche noi siamo coinvolti in processi di desertificazione: quando non amiamo o non siamo amati, e perdiamo la fiducia di uscirne vivi. Ma nel deserto l’unica cosa da fare per sopravvivere è muoversi, camminare, non restare fermi. Solo così, anche nell’ora più buia, col cuore inaridito e la mente vuota, può germogliare la speranza, con la sorpresa di un dono inatteso.

Anna Frank scriveva nel suo Diario: «È un gran miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze perché esse sembrano assurde e inattuabili. Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo. Mi è impossibile costruire tutto sulla base della morte, della miseria, della confusione. Vedo il mondo mutarsi lentamente in un deserto, odo sempre più forte l’avvicinarsi del rombo che ucciderà noi pure, partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà nuovamente al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità».

don Maurizio

Mercoledì delle ceneri

Porta della Quaresima

Alla Messa del Mercoledì delle Ceneri celebrata nella Basilica di San Pietro, Francesco esorta a farsi piccoli intraprendendo un cammino di umiltà che porta alla Pasqua. Il Papa ricorda che “la salvezza non è una scalata per la gloria, ma un abbassamento per amore”.

Gruppo informale “Cultura e carità”

Webinars su I semi teologici di Francesco

Calendario

Venerdì 19 febbraio – La misericordia Relatori: Giorgio e Sara Benvenuti

Per partecipare al Webinar, ecco le credenziali per accedere:

Link alla riunione: clicca qui

ID riunione: 921 5940 3696

Passcode: A5JwfH

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Seminario on-line del 21 febbraio 2021