Lessico spirituale per Casa Ilaria

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Insegnare

«Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi» (Marco 1,21-22). Da dove viene l’autorevolezza di un buon maestro, com’era Gesù? Potrà sembrare un po’ strano parlare d’insegnamento, specialmente oggi, con tutte le difficoltà che docenti e studenti di ogni ordine e grado debbono affrontare a causa della pandemia. Forse proprio per questo merita ragionarne, anche se in genere va più di moda parlare d’informazione piuttosto che d’insegnamento, per via del sapore antiquato del termine. Ovviamente, la questione non riguarda soltanto la scuola e la didattica, ma la ben più ampia esperienza – offerta e ricevuta mediante parole ed esempi – che permette di conoscere, decidere e agire liberamente. Se qualcuno non t’insegna, è difficile diventare persone in grado di autodeterminarsi, di crescere e di lavorare.
Per molto tempo si è creduto che l’insegnamento consistesse principalmente nell’accumulo di nozioni, dalle quali si è presa distanza considerando piuttosto il metodo. In contesti diversi da quello occidentale, invece, è prevalsa la forma sapienziale, diversa dal sapere che cosa e come. Un rischio odierno, globalizzato, viene dalla massa di informazioni che ci investono, vere o false che siano. Come se chi ne ha di più sapesse stare meglio al mondo. Allora, come imparare, e da quali maestri? Chi di noi non ha incontrato professori ossessionati, frustrati e frustranti? Come pure insegnanti attenti ai giovani, entusiasti ed entusiasmanti, veri maestri di vita oltre che di cultura? Don Lorenzo Milani scriveva: «Spesso gli amici mi chiedono come faccio a fare scuola e come faccio ad averla piena. Insistono perché io scriva per loro un metodo, che io precisi i programmi, le materie, la tecnica didattica. Sbagliano la domanda, non dovrebbero preoccuparsi di come bisogna fare per fare scuola, ma solo di come bisogna essere per poter fare scuola» (Esperienze pastorali – LEF, Firenze 1957, p. 239).
Quando s’incontrano adulti generosi e appassionati – specialmente in età giovanile – in grado di infondere fiducia, che partono da ciò che siamo e valorizzano il più piccolo passo in avanti, è allora che impariamo a ragionare con la nostra testa, diventiamo persone libere, capaci di affrontare nuove sfide, invece di evitarle. Ancora don Milani, nel suo “testamento pedagogico”, raccomandava: «Non ho bisogno di lasciare un testamento con le mie ultime volontà perché tutti sapete cosa vi ho raccontato sempre: fate scuola, fate scuola; ma non come me, fatela come vi richiederanno le circostanze». E poco prima di morire ripeteva: «Guai se vi diranno: il Priore avrebbe fatto in un altro modo. Non date retta, fateli star zitti, voi dovrete agire come vi suggerirà l’ambiente e l’epoca in cui vivrete. Essere fedeli a un morto è la peggiore infedeltà» (Dalla testimonianza di Adele Corradi).

don Maurizio

Gruppo informale “Cultura e carità”

Webinars su I semi teologici di Francesco

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Venerdì 29 gennaio – L’ armonia Relatore : Dr. Marco Mustaro

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Webinar “L’armonia” del 29 gennaio

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Prossimità

«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo» (Marco 1,15). La vicinanza della signoria di Dio è il cuore dell’annuncio di Gesù, il Figlio che s’immerge nell’umanità per risollevarne il destino. Per i credenti questa è una buona notizia, per tutti una faccenda su cui riflettere. Vicino vuol dire prossimo, a breve distanza interiore più che fisica. Proviamo perciò a ragionare sulla prossimità come scelta decisiva, proprio in un tempo in cui si raccomanda la distanza di sicurezza. Fa pensare la storia del buon samaritano, presa da papa Francesco, nell’ultima sua enciclica, come specchio in cui si riflettono molti tratti della nostra vita odierna, perché: «tutti abbiamo qualcosa dell’uomo ferito, qualcosa dei briganti, qualcosa di quelli che passano a distanza e qualcosa del buon samaritano» (Fratelli tutti 69).

A chi di noi non capita d’incontrare per strada persone con lo sguardo smarrito, il capo chino, l’andatura incerta, che tradiscono solitudine, paura, sconforto? Mai come in questi giorni non si riescono a camuffare i sentimenti più nascosti. Vedi uno con la mascherina abbassata e lo giudichi irresponsabile. Passa un altro troppo vicino e ti affretti a scansarlo. Due o tre siedono a un caffè e li guardi perplesso. Rischiamo così di diventare ossessivi, dibattendoci continuamente tra sentimenti opposti. Ma davvero questa situazione ci giustifica nel rimanere lontani, diffidenti, sospettosi di tutto e di tutti?

Accorgersi dell’altro, che ci passi accanto o sia distante, è un dono inatteso, una luce che si accende dentro, fa vedere oltre, al di là di sé, e spinge il cuore in avanti. Ci si può anche sentire più soli che mai, persino compagni di sventura, mai però totalmente estranei all’umano comune bisogno di compagnia e di prossimità. Nelle sue meditazioni Verso Gerusalemme, il cardinale Carlo Maria Martini scriveva: «Essere nel deserto vuol dire accorgersi di chi, ai lati della strada, è più disperato di noi, più solo di noi; vuol dire vivere la prossimità. Nel deserto, infatti, la prossimità è come più immediata, perché si comprende il bisogno di chi è più solo di noi».

All’incontro con chi è più debole, ferito o mezzo morto cadono le maschere, si viene fuori per ciò che si è veramente: «Nei momenti di crisi la scelta diventa incalzante: potremmo dire che, in questo momento, chiunque non è brigante e chiunque non passa a distanza, o è ferito o sta portando sulle sue spalle qualche ferito» (FT 70). La vita scorre, il tempo passa, rimane solo quanto donato senza calcolo e senza rumore, che altri occhi oltre quelli di Dio non hanno visto. Non sarà mai stato inutile aver speso qualche briciola di tempo a raccogliere frammenti di umanità – ci rammenta Emily Dickinson:

«Se io potrò impedire
a un cuore di spezzarsi
non avrò vissuto invano
Se allevierò il dolore di una vita
o guarirò una pena
o aiuterò un pettirosso caduto
a rientrare nel nido
non avrò vissuto invano».

don Maurizio

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Domenica 17 gennaio 2021

Cercare

«Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”» (Giovanni 1,38). Cercare è il verbo di oggi. In generale, vuol dire «adoperarsi per trovare o ritrovare cosa o persona» (Treccani). Ovvero, impegnarsi per trovare qualcosa di nascosto o ritrovare ciò che si è perduto. La vita è fatta di ricerche, da mattino a sera, e non solo: i sapienti antichi amavano la notte, e di certo anche i ladri di ogni tempo. Gli artisti e i poeti attendono l’ispirazione, gli studiosi sudano sulle carte, gli scienziati cercano le formule, i medici le cure, i filosofi le idee, gli affaristi i quattrini, i senza tetto un luogo riparato dal freddo e dalla pioggia. Ognuno s’ingegna come meglio può per raggiungere uno scopo, per ottenere ciò che gli sta a cuore, e non risparmia energie. Per alcuni è un tormento, per altri un’avventura, per tutti una sfida. Ma il risultato, aldilà di ogni sforzo, appare sempre come una grazia.

Cercare sembra una scelta, in realtà è una necessità: non saremmo viventi, né tantomeno umani. Vi è un insopprimibile bisogno di vita che spinge a cercare nutrimento, amore, riposo e casa. Quando si spegne, vuol dire che siamo ammalati. In una delle sue prime udienze generali, papa Francesco diceva: «L’uomo è come un viandante che, attraversando i deserti della vita, ha sete di un’acqua viva, zampillante e fresca, capace di dissetare in profondità il suo desiderio profondo di luce, di amore, di bellezza e di pace. Tutti sentiamo questo desiderio!» (8 maggio 2013). C’è chi assapora per un istante il frutto della propria fatica, e chi non trova mai pace. A questa insopprimibile aspirazione sembra di essere condannati. In realtà, è la leva interiore che dà senso all’esistenza e ne rivela l’incompiutezza: «Un cuore che cerca sente bene che qualcosa gli manca; ma un cuore che ha perduto sa di cosa è stato privato» (Johann Wolfgang von Goethe).

Abbiamo tutti bisogno di sollevare lo sguardo, di salire come nani sulle spalle dei giganti e vedere più lontano, per cercare la verità dovunque si trovi. Nel XVI secolo, Michel de Montaigne scriveva nei suoi Saggi: «Io accolgo a braccia aperte la verità e la accarezzo ogni volta che la trovo, non importa in quali mani sia, e a lei mi arrendo con letizia» (III, 8), riconoscendo tuttavia che solo la continua ricerca rende liberi, poiché «solo i folli sono sicuri e risoluti» (I, 26). A suo modo, con lo stesso spirito libero e in cerca di verità, Francesco Guccini cantava in Cirano:

«Venite gente vuota, facciamola finita,
Voi preti che vendete a tutti un’altra vita;
se c’è, come voi dite, un Dio nell’infinito
guardatevi nel cuore, l’avete già tradito
e voi materialisti, col vostro chiodo fisso,
che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso,
le verità cercate per terra, da maiali,
tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali;
tornate a casa nani, levatevi davanti
per la mia rabbia enorme mi servono giganti».

don Maurizio