Davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo

Nell’episodio evangelico di oggi, Gesù guarisce dieci lebbrosi, ma uno solo torna indietro a ringraziarlo. Gli altri nove obbediscono al suo comando: vanno a presentarsi ai sacerdoti, ma non ascoltano la loro coscienza di risanati. Prendono il dono e dimenticano chi glielo ha fatto. Gesù li ha inviati dai sacerdoti, per essere riammessi da quella religione che li ha esclusi, perché la malattia è segno del peccato. Ora, finalmente Dio li può accogliere come figli del suo popolo.

Questa scena ci interroga sul modo di rappresentarci il Signore. È colui che giudica e scarta i malati-peccatori, o colui che accoglie, purifica e merita riconoscenza? Probabilmente il samaritano, che torna ai piedi di Gesù per ringraziarlo, ha un motivo in più per temere i sacerdoti: è tre volte escluso, perché malato, peccatore e samaritano. Ma la domanda di Gesù riguarda tutti i risanati: “E gli altri nove dove sono?”. Siamo di fronte ad un amore che oltrepassa tutti i confini, abbatte i muri e ridona vita, aldilà di ogni merito.

Giovedì scorso, papa Leone ha pubblicato il suo primo documento magisteriale, l’esortazione Dilexit te – purtroppo poco considerata dai media. Merita che la leggiamo: tratta dell’amore verso i poveri. Così scrive il papa: «Non siamo nell’orizzonte della beneficenza, ma della Rivelazione: il contatto con chi non ha potere e grandezza è un modo fondamentale di incontro con il Signore della storia. Nei poveri Egli ha ancora qualcosa da dirci» (n. 5).

Guardare ai poveri e ai sofferenti, oggi, significa ascoltare il loro grido, che sale da ogni parte della terra. Tra i pregiudizi persistenti, c’è ancora quello di chi ragiona solo in termini di meritocrazia: chi prospera lo merita, chi è povero e sta male è per colpa sua. «I poveri non ci sono per caso o per un cieco e amaro destino. Tanto meno la povertà, per la maggior parte di costoro, è una scelta. Eppure, c’è ancora qualcuno che osa affermarlo, mostrando cecità e crudeltà» (n. 14). In queste espressioni risuona l’eco della teologia della prosperità, cara a certi ambienti neocalvinisti nordamericani. Papa Leone non lo scrive, ma si capisce dal senso.

Poi il papa si chiede: «Tante volte mi domando perché, pur essendoci tale chiarezza nelle Sacre Scritture a proposito dei poveri, molti continuano a pensare di poter escludere i poveri dalle loro attenzioni» (n. 23). In verità, la missione ecclesiale verso e con i più deboli e scartati ha un chiaro fondamento evangelico: «i poveri per i cristiani non sono una categoria sociologica, ma la stessa carne di Cristo» (n. 110). «La Chiesa, quindi, quando si china a prendersi cura dei poveri, assume la sua postura più elevata» (n. 79).

Don Maurizio

XXVIII Domenica del tempo Ordinario – Vangelo e omelia (12 ottobre)

Aumenta la nostra fede

Oggi il Vangelo ci mette davanti a due parole che, a prima vista, sembrano non avere molto in comune: la fede, che può sradicare un gelso, e il servo, che si riconosce per ciò che è: uno che ha fatto soltanto il proprio dovere. In realtà, queste due immagini sono due volti della stessa realtà: la fede vera.

Gli apostoli chiedono a Gesù: “Aumenta la nostra fede!”. È una preghiera che nasce anche dal nostro cuore. Quante volte, davanti alle difficoltà, ai fallimenti, alla fatica di amare, abbiamo detto anche noi: “Signore, dammi più fede!”. Gesù, però, non promette di aumentarla, come se si trattasse di una quantità da moltiplicare. Risponde con un paradosso: basta una fede grande come un granello di senape – minuscola, quasi invisibile – per compiere cose impossibili. Gesù non ci chiede una fede spettacolare, ma una fiducia autentica, che si abbandona a Dio anche quando non capisce tutto, anche quando non vede i risultati. La fede non è questione di forza, ma di fiducia. Non nasce dal calcolo, ma dall’amore.

Poi il Vangelo ci parla del servo che, dopo aver lavorato, non pretende un premio, ma semplicemente dice: “Quello che dovevamo fare, l’abbiamo fatto”. È una parola dura, ma liberante. Gesù ci ricorda che la vera fede si riconosce nel servizio, nella fedeltà quotidiana, nelle cose piccole fatte con amore e senza aspettarsi applausi. Essere “semplici servi” non vuol dire sentirsi senza valore, ma riconoscere che tutto – anche il bene che facciamo – è grazia. È il Signore che ci dà la forza di servire, di amare, di perseverare.

E allora, forse oggi Gesù ci invita a cambiare prospettiva: non chiedere una fede più grande, ma una fede più vera; non cercare segni straordinari, ma vivere con amore il quotidiano; non misurare il valore del nostro servizio dai risultati, ma dalla gratuità del cuore. Se ogni gesto, ogni parola, ogni attenzione verso l’altro nasce da questa fiducia umile in Dio, anche noi, come quel piccolo granello di senape, potremo smuovere alberi, montagne, e cuori. Perché il primo ostacolo ad essere rimosso è il nostro io, consegnato alle mani sapienti del Signore, che ci tratta come amici, e non più servi.

Don Maurizio

I beni terreni e la libertà

Il brano evangelico di oggi ci invita a riflettere sul nostro rapporto con i beni terreni, alla luce dell’insegnamento di Gesù. Ci sono beni che non ci appartengono, perché affidati a noi da altri, e beni di nostra proprietà. Dei primi, come dei secondi, possiamo disporre in modi diversi: da persone libere o da schiavi.

L’amministratore disonesto viene lodato da Gesù per la sua scaltrezza: nel momento in cui si trova in difficoltà, perché perde il lavoro, egli ricorre all’inganno, froda, imbroglia il suo padrone. Non è certo questo l’esempio da seguire, ma la prontezza nel trovare una soluzione conveniente. È un invito alla saggezza per chiunque di noi si trovi in una situazione simile. Siamo capaci di cercare soluzioni opportune nei momenti critici?

Le parole che seguono fanno luce su questa prospettiva: «fatevi degli amici con la ricchezza disonesta», ovvero utilizzate le cose materiali per fare il bene. Non si tratta di disprezzare il denaro in quanto tale, ma di servirsene opportunamente, così come di tutto ciò che è a nostra disposizione.

Il tema è dunque quello della libertà: se si è attaccati alle cose, ne diventeremo schiavi; se ce ne serviamo per gli altri, saremo liberi, perché: «Non potete servire Dio e la ricchezza».

Può sorprendere che Gesù metta sullo stesso piano del padrone Dio e la ricchezza, ma è solo per provocare la riflessione sulla differenza. Il Signore non ci domina, ci vuole liberi; le ricchezze, se non impiegate per il bene, specialmente dei più bisognosi, diventano un cattivo padrone.

L’insegnamento di Gesù è chiaro: occorre scegliere chi servire. Il Signore si è fatto nostro umile servo, ci dona tutto di sé, senza risparmio; il denaro ci fa sentire padroni, ma è lui che ci rende schiavi. Per evitare l’alternativa, Gesù ci suggerisce di stare con lui, dalla sua parte, senza temere di perdere qualcosa. In fondo, la libertà può fare paura più della servitù, ma proprio per questo il Signore ci ha indicato la via: dietro a lui, nessun timore di perderci; senza di lui, attaccati ai nostri beni, rimarremo a mani vuote. Forse la cosa peggiore è che lasceremo anche i fratelli e le sorelle più poveri a mani vuote, e di questo dovremo rendere conto.

Don Maurizio

La croce di Gesù e le croci umane

Nelle nostre chiese è presente il Crocifisso, al quale ci inchiniamo con venerazione, eppure la presenza reale di Gesù non è lì, ma nell’eucaristia, sull’altare e nel tabernacolo, dove il Risorto ci attende per essere adorato. La croce è il segno del vertice di un amore ineguagliabile, quello del Figlio che il Padre ha donato al mondo per la salvezza di tutti, eppure resta un luogo residuo, temporaneo, non permanente, tanto che don Tonino Bello vi aveva posto l’iscrizione: “collocazione provvisoria”.

Oggi, celebrando la festa della Esaltazione della santa croce, innalziamo il nostro sguardo all’altezza del Signore immolato, agnello innocente, consegnato nelle mani di uomini che, senza pietà, lo hanno trafitto. Non possono, quindi, non venirci in mente gli innumerevoli crocifissi che oggi, come sempre lungo la storia, sono vittime della crudeltà della guerra, che nasce dall’odio e non conosce perdono.

Varrebbe a poco celebrare Gesù crocifisso senza provare profonda commozione per tutto il dolore del mondo, che Dio ha tanto amato al prezzo di una libertà che non usiamo da fratelli e sorelle, ma come nemici gli uni degli altri.

Perché la croce? – ci chiediamo –, dinanzi al sacrificio di Gesù. Perché le croci, nella vita degli uomini? La differenza non sta nelle cause, che spesso sono le stesse, ovvero il potere dei più forti sui più deboli, ma negli effetti. Dalla croce di Gesù, abbracciata senza colpa, con l’offerta inerme di sé, viene il perdono e la salvezza, che il Risorto offre mediante lo Spirito. Dalle croci umane spesso viene il rancore, la rabbia, l’odio. Allora, è mai possibile rovesciare questa prospettiva, che sembra spingere solo verso la vendetta?

Noi cristiani siamo posti drammaticamente di fronte al senso della croce del Signore, che tutti abbraccia con misericordia: «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». La condanna di chi fa il male appartiene alla giustizia, la salvezza anche di chi lo infligge viene dal cuore di Dio. Tuttavia, ciò non significa abbandonare i più deboli in balìa dei più forti, ma lottare, senza armi, per il ristabilimento della pace, perché il Signore vuol spezzare le catene dell’odio, che imprigionano, in una spirale senza fine, chi commette il male e chi lo subisce.

La croce di Gesù è santa perché lui è il santo, che ha fatto del patibolo uno strumento di salvezza, il passaggio verso la vita senza fine. Guardiamo alla croce con il cuore colmo di speranza, perché siamo certi che ogni lacrima sarà asciugata da colui che, per amore, ha preso con sé l’infinito dolore innocente.

Don Maurizio

Le conseguenze dell’amore

Nel brano evangelico di oggi, torna a più riprese l’espressione forte di Gesù: «non può essere mio discepolo». Amare il Signore più di tutti i propri affetti e legami, portare la propria croce dietro di lui e rinunciare ai propria averi sono le condizioni per essere discepoli, che sembrano scoraggiare chi si avvicina a Gesù. Amore, croce e distacco dai beni, tuttavia, non sono sullo stesso piano: il primo è la premessa del secondo e del terzo. Chi sceglie di stare dietro a Gesù è informato sulle conseguenze. C’è una componente di rinuncia a sé che deriva dall’amore, ma ciò non significa annullarsi, né fare del sacrificio in quanto tale un valore. Chi ama conosce bene questo processo, sa che ci sono priorità tali da mettere in secondo piano altre cose, perché l’amore esige una sorta di spogliamento, in favore dell’altro. Ad una certa negazione di sé, in realtà, corrisponde l’affermazione dell’altro, il proprio volgersi in suo favore, lasciando da parte il proprio io. Non ne seguirà la propria tristezza come prezzo della gioia altrui, ma la propria gioia per la gioia dell’altro. Basta ricordare le proprie esperienze di generosità per comprendere questa conseguenza dell’amore.

Con i due esempi che si frappongono a questi insegnamenti – il calcolo della costruzione di una torre e la decisione di andare in guerra con pochi soldati – Gesù mostra, a colui che vuol essere discepolo, con quale sapienza valutare la propria disponibilità, e le energie che richiede la fede. Non saranno certo i calcoli umani a disporre il cristiano alla sequela. Ma rendersi conto di cosa comporta credere è comunque necessario, per non cadere nell’illusione che tutto scorra liscio. La grazia divina domanda collaborazione umana: non può fare tutto lui, non possiamo fare tutto noi.

Quante volte, infatti, la nostra scelta di fede è tentata dalla superficialità, come se fosse sufficiente compiere atti religiosi, limitandoci alle pratiche devote, senza disporci ad un dono più impegnativo e costante.

Il Signore è leale con noi, non ci inganna: non ci mette davanti una scalata impossibile, ma il suo amore esigente, sul quale possiamo contare. Essere discepoli significa decidersi per l’amore più grande – il suo – e per i fratelli e le sorelle più deboli, con la sapienza di chi si lascia attrarre dalla grazia, e mette tutte le proprie forze a servizio, con la consapevolezza necessaria.

Domandiamo a Gesù di insegnarci la via della sequela: la impareremo strada facendo, cadendo e lasciandoci rialzare, sempre sostenuti dalla speranza che egli non ci abbandonerà mai.

Don Maurizio

Sarai felice perché costoro non hanno da contraccambiarti

Il contesto del brano evangelico di questa domenica ci aiuta a comprendere l’insegnamento di Gesù, sintetizzato nelle parole: «chiunque si innalza sarà abbassato, e chi si abbassa sarà innalzato».

In giorno di sabato, Gesù è invitato a pranzo da un capo dei farisei, che non sono proprio suoi amici; infatti, lo osservano con sospetto. Il testo di oggi tralascia il racconto della guarigione di un idropico, proprio di sabato, di fronte ai farisei. La cosa non riceve repliche, ma non passa certo inosservata: è una conferma della sua trasgressione della legge, perché per lui, che è Dio, contano più le persone fragili delle regole umane.

Quindi Gesù inizia il suo discorso sulla scelta dei posti ad un banchetto di nozze, suggerendo di invertire l’ordine delle precedenze: «non accomodarti al primo posto, va’ a metterti all’ultimo posto». Chi lo ascolta capisce che egli mette in discussione la pretesa di credersi più importanti degli altri e degni di considerazione. Prosegue poi rivolgendosi direttamente al capo che lo ha inviato: «quando dai un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, ma mendicanti, storpi, zoppi, ciechi». È la motivazione che conta: «così sarai felice perché costoro non hanno da contraccambiarti».

Gesù ha accettato l’invito in un contesto insincero e ostile, e non vuol mettersi dalla parte di chi pensa di includerlo tra le persone che contano, perciò si fa voce di coloro che vengono esclusi: i poveri e gli ammalati. Chi si aspetta da lui un contraccambio, non lo riceverà: Gesù può solo donare senza attendersi ricompensa; lo stesso devono fare coloro che lo hanno invitato.

Con le sue parole, il Signore ci mette di fronte al nostro bisogno di considerazione e di scambio, che non è un male, ma lo diventa quando è concepito dal calcolo, dalla preferenza e genera esclusione. Si riceve davvero solo se si dona gratuitamente, e ciò avviene quando gli altri non sono in condizione di ricambiare.

Sappiamo bene che, nei rapporti umani, vige la legge non scritta del “do ut des”: io do affinché tu dia. Ora, la proporzione tra il dare e il ricevere serve a garantire equilibrio e giustizia, ma non la felicità. Perciò Gesù va oltre il perbenismo formale: valgono a poco le visite di cortesia, il protocollo e l’etichetta, se non si riconosce che gratuitamente abbiamo ricevuto e gratuitamente dobbiamo donare.

Diversamente, ci sarà sempre chi resta fuori da questa logica, perché non ha nulla da ricambiare. In realtà, il discorso di Gesù sposta l’attenzione sul rapporto con Dio, dal quale noi tutti riceviamo una grazia senza alcun merito. Qui si fonda lo squilibrio della non reciprocità tra il donare e il ricevere Prima abbiamo ricevuto, perciò siamo chiamati a donare: la nostra è solo una risposta alla precedenza del bene ricevuto, mai un primo passo che aspetta restituzione.

Don Maurizio


XXII Domenica del tempo Ordinario – Vangelo e omelia (31 agosto)