Giuseppe, non aver paura

Oggi, il vangelo di Matteo ci presenta quella che potremmo chiamare “annunciazione a Giuseppe”, il promesso sposo di Maria, che probabilmente ha già saputo dalla sua fidanzata che è in attesa di un figlio. Possiamo immaginare cosa sarà passato nella mente e nel cuore di un giovane innamorato, prossimo al matrimonio. Lo sconvolgimento del progetto comune, nella luce della fede, affidati insieme al Signore che li ha chiamati all’amore. Com’è possibile che Maria sia incinta se entrambi hanno aspettato di sposarsi? Che cosa è successo alla sua amata? La fiducia è crollata in un attimo; non sanno più cosa fare; forse è meglio andare ognuno per la propria strada.

Scrive l’evangelista: «Aveva già in cuore questi pensieri, quand’ecco un angelo del Signore gli si manifestò in sogno». Non sono le parole di Maria a rassicurare Giuseppe: ci pensa il Signore, con la delicatezza di chi sa entrare nel cuore e nella mente, in uno dei rari momenti in cui Giuseppe riesce a dormire: «Giuseppe, figlio di Davide, non aver paura di prendere con te Maria, tua sposa». Non c’è un altro uomo che ti ha preso il posto, stai tranquillo, è lo Spirito santo che dona a voi due una nuova vita: accoglierete e custodirete la vita senza fine. Gesù, il Figlio di Dio, sarà figlio vostro.

Il sogno dei due giovani innamorati non è distrutto; il Signore ne costruisce un altro, più grande, inatteso, inimmaginabile. Quel Dio in cui credono non li ha traditi, con loro vuol assumere il volto di bambino, di giovane, di vero uomo. Solo così anche noi impareremo che Dio ha bisogno dell’umanità, non vuol farne a meno. Solo così Maria e Giuseppe sapranno che Dio vuol farsi nutrire, farsi prendere per mano e crescere insieme a noi. Il mistero li supera, ci oltrepassa tutti, ma non da fuori: dentro questa storia d’amore infinito che ci avvolge, oggi e per sempre.

Ascoltiamo le parole ispirate di Sartre, il filosofo non credente, incantato dal mistero della Vergine pallida, nella notte di Natale del 1944, tra i prigionieri di guerra, che gli chiesero di parlare del Natale. Egli così immaginava Maria e poi Giuseppe: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia. […] E Giuseppe? Giuseppe, non lo dipingerei. Non mostrerei che un’ombra in fondo al pagliaio e due occhi brillanti. Poiché non so cosa dire di Giuseppe e Giuseppe non sa che dire di se stesso. Adora ed è felice di adorare e si sente un po’ in esilio. Credo che soffra senza confessarselo. Soffre perché vede quanto la donna che ama assomigli a Dio, quanto già sia vicino a Dio. Poiché Dio è scoppiato come una bomba nell’intimità di questa famiglia. Giuseppe e Maria sono separati per sempre da questo incendio di luce. E tutta la vita di Giuseppe, immagino, sarà per imparare ad accettare».

Don Maurizio

IV Domenica di Avvento – Vangelo e omelia (21 dicembre)

È grande chi fa spazio ai piccoli

Potrebbe giustamente meravigliarci la domanda che i discepoli di Giovanni Battista, ormai in prigione, rivolgono a Gesù: «Sei tu colui che viene o dobbiamo aspettare qualcun altro?». Essi hanno sentito delle opere che egli ha compiuto, ma resta una incertezza, probabilmente dovuta al momento di crisi che Giovanni sta attraversando. Nonostante il Battista abbia incontrato Gesù sulle rive del Giordano, e lo abbia riconosciuto come l’inviato da Dio tanto atteso, adesso i dubbi lo assalgono: teme di aver fallito la propria missione di precursore, sperimenta tutta la propria fragilità, non sa cosa pensare. Tra non molto la sua testa cadrà, per la crudeltà della madre di Salomè; tutto il suo impegno per annunciare il Messia sembra vanificato; ha bisogno di essere rassicurato.

L’esperienza di Giovanni il Battezzatore assomiglia anche alla nostra, di credenti messi alla prova nei momenti di oscurità. Per quanto nutriamo fiducia in Gesù, talvolta non veniamo risparmiati dal dubbio. Ed è qui che il Signore risponde indicando dei segni: «Andate ad annunciare a Giovanni ciò che udite e vedete».

L’accoglienza e la cura degli ammalati, colpiti dalle più diverse infermità, e l’annuncio del Vangelo ai poveri: questi sono i segni della presenza salvifica di Gesù in mezzo a noi, che oggi agisce attraverso coloro che si fanno prossimi ai più deboli. Nel momento in cui dubitiamo della presenza del Signore, egli ci invita a guardare a ciò che di buono avviene intorno a noi, per mezzo delle fragili mani dei suoi discepoli, di quella Chiesa che non fa rumore, e di quella umanità che quotidianamente opera nella giustizia e nell’amore.

Il Battista, agli occhi di Gesù, rappresenta tutti coloro che attendono e preparano la sua strada, anzi, a lui che è la via, la verità, la vita. Egli ne tesse l’elogio – «fra i nati da donna non è mai sorto nessuno più grande di Giovanni il Battezzatore, ma il più piccolo nel regno dei cieli è più grande di lui» – per dire che è grande chi si fa da parte per lasciare spazio ai piccoli.

Quando ci assalgono i dubbi, e siamo tentati dallo scoraggiamento, dal pensiero del fallimento, guardiamo a tutto il bene che silenziosamente ci circonda: nascerà così nel cuore un’intima gioia, la consolazione di sapere che il Signore non ci abbandona mai. Non c’è da aspettare qualche altro salvatore: colui che è venuto non se n’è andato, è rimasto con noi nell’eucaristia e nei poveri. Come ha scritto papa Leone nella sua prima esortazione apostolica: «Quel Gesù che dice: “I poveri li avete sempre con voi” (Mt 26,11) esprime il medesimo significato quando promette ai discepoli: “Io sono con voi tutti i giorni” (Mt 28,20)» (Dilexi te 5). 

Don Maurizio

III Domenica di Avvento – Vangelo e omelia (14 dicembre)

Anche voi siate pronti

Il tono minaccioso di una inattesa e improvvisa catastrofe, usato da Gesù per annunciare il suo ritorno, può spaventarci. Le tre situazioni che egli paragona a questo evento ultimo della storia non sono certo incoraggianti: il diluvio che colpì l’umanità nei giorni di Noè; un uomo e una donna presi mentre sono al lavoro; il ladro che viene di notte. Perché Gesù ci parla della sua definitiva venuta, del giorno del giudizio in modo così drammatico e pauroso? Non è egli forse il Signore misericordioso, che pazienta nell’attendere, e non vuol perdere nessuno di quelli che il Padre gli ha dato?

Queste parole di Gesù ci invitano a riflettere sulle situazioni imprevedibili, a cominciare da quella della propria fine personale, o di chi abbiamo caro, prima ancora che della fine del mondo. In verità, egli ci raccomanda di spostare lo sguardo: piuttosto che concentrarci su ciò che può accadere di tragico, dobbiamo volgerci al suo venirci incontro. Se guardiamo alla fine della vita come ad un evento distruttivo, ne usciamo di sicuro smarriti e scoraggiati. Se invece crediamo all’abbraccio del Signore, allora si accende la speranza: non andremo incontro al nulla, ma a colui che ci ama. Qui sta la differenza fondamentale tra il pensiero alla morte come fine e l’orizzonte di luce acceso dalla risurrezione del Signore.

Il tempo di Avvento comincia così, allungando lo sguardo verso la sua ultima venuta, che riguarda tutti a cominciare da quella di ciascuno. Il Signore Gesù viene qui ed ora, nel presente che viviamo, con tutte le nostre difficoltà e incertezze. Non servirebbe a molto temere il futuro senza curarci del presente, dove l’amore nutre la vita, strappa dalla solitudine, crea legami che nulla potrà spezzare.

La preparazione al santo Natale del Signore offre a tutti – anche a coloro che non hanno il dono della fede – un orizzonte di speranza, perché nessuno viva l’oggi temendo che il domani sarà peggiore. La tentazione di volgersi indietro, con la nostalgia di un paradiso perduto, o quella di guardare al domani, con l’incubo delle catastrofi, si affaccia sempre alla nostra porta. Il rischio è di chiudersi in una immobile solitudine, dove non c’è più spazio per gli altri, né per la gioia che ogni piccolo atto d’amore porta con sé, come anticipo della pienezza.

Ecco allora la proposta della fede, che si rinnova in questo tempo di attesa del Natale: la piccola storia personale di ciascuno di noi è il luogo in cui rinascere, è lo spazio che il Signore può abitare, dove la cura per i fratelli e le sorelle più deboli dà sapore alla vita. Se crediamo al suo amore indiscutibile, le parole finali di Gesù non potranno suonare come una minaccia, ma come un invito all’impegno lieto e generoso: «Perciò anche voi siate pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non vi aspettate».

 

Don Maurizio

Gesù, ricordati di me

Il regno di Dio è il tema centrale dell’annuncio di Gesù, ma non è stato chiaro cosa intendesse fino al momento culminante della sua vita. Persino il titolo posto da Pilato sulla croce lo ha frainteso: il re dei Giudei. Ma proprio da quel trono, dove Gesù non ha più alcun potere né su gli altri né su se stesso, si rivela la vera signoria di Dio, che consiste nell’offrire la propria vita fino in fondo, solo per amore.

Per comprendere le parole di Gesù occorre guardare ai fatti: il Signore è venuto per servire, non per spadroneggiare; per innalzare gli umili e rovesciare i potenti dai loro troni. La sua onnipotenza è l’amore, il perdono, la misericordia, non l’annientamento dei nemici. Tutto questo diventa chiaro nell’ora della sua sconfitta, in mezzo a due ladroni, abbandonato da quasi tutti gli amici. Da questo momento in poi, non sarà più possibile immaginare un Dio lontano dai nostri dolori, disinteressato delle sofferenze nelle quali sembra abbandonarci. La fede cristiana riconoscerà nella pasqua di Gesù, crocifisso e risorto dai morti, il volto amoroso di Dio, Signore e salvatore, vicino a tutti i sofferenti della storia. La tentazione da cui fuggire sarà sempre quella di giudicarlo assente e impassibile, oppure di considerarlo sovrano e giudice spietato.

L’evangelista Luca ha conservato e ci ha trasmesso il prezioso dialogo tra i tre crocifissi. In quelle parole risuonano anche i nostri pensieri: a volte, quando reagiamo con rabbia al dolore: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!»; a volte, quando troviamo rifugio e fiducia nella sua compagnia: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Quando non sappiamo trovare ragioni e vie d’uscita dalla sofferenza, nel nostro cuore si mescolano scoraggiamento e speranza; temiamo la solitudine e l’abbandono, ma è proprio in questi momenti che Gesù ci ascolta, in silenzio, ci guarda, si commuove con noi, e ci promette: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Certamente, facciamo fatica a credere a questa promessa; ci dibattiamo nel chiaroscuro della fede, avvolti nell’oscurità del dolore, che toglie forze e lascia senza parole. Eppure proprio qui Gesù ha voluto nascondere la sua potenza, rinunciando ad evitare persino la morte, perché dentro l’abisso egli ha acceso la luce della speranza nella risurrezione.

Proviamo ad avvicinarci a Gesù crocifisso e risorto, alla sua finestra che sporge sull’eternità, dove entreremo con lui e con le persone amate. Con una bella immagine, papa Leone così invitava i giovani al loro Giubileo, il 3 agosto scorso: «Facciamoci uno sgabello su cui salire per affacciarci, come bambini, in punta di piedi, alla finestra dell’incontro con Dio. Ci troveremo di fronte a Lui, che ci aspetta, anzi che bussa gentilmente al vetro della nostra anima (cfr Ap 3,20)».  

Don Maurizio

Non un solo capello andrà perduto

Nelle ultime domeniche dell’anno liturgico, le parole di Gesù si volgono al futuro ultimo della storia, con toni a prima vista minacciosi. In realtà, la storia è sempre stata disseminata di terremoti, carestie, pestilenze e fatti terrificanti, al punto da far temere la sua fine. Eppure lo sguardo di Gesù è colmo di speranza, e ci infonde fiducia: «Ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto». Ai suoi amici, il Signore promette salvezza, proprio dentro il mare turbolento della storia: ci chiede solo la pazienza e la perseveranza, senza lasciarci scoraggiare da tutto ciò che di triste accade intorno e persino dentro di noi.

La tentazione di cercare scorciatoie, ripari, soluzioni abbreviate è propriamente umana. In mezzo alle difficoltà, cerchiamo giustamente una via d’uscita, magari riponendo fiducia in chi fa promesse a buon mercato. Invece, Gesù ci invita alla cautela e alla prudenza: «Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: “Sono io”, e: “Il tempo è vicino”. Non andate dietro a loro!». Ciò significa diffidare di improbabili salvatori umani che offrono illusioni: chi ci salva è Gesù, il Signore che sale sulla croce, scende nell’abisso della morte e risorge. In tal modo, egli è vicino a tutti i sofferenti, e soprattutto agli scartati e agli emarginati che non hanno protezione.

Oggi, i poveri celebrano il loro Giubileo, nella IX Giornata mondiale dei poveri, in occasione della quale papa Leone ha inviato un messaggio che fa riflettere, e soprattutto ci invita ad impegnarci per la giustizia e la carità.

«Il povero può diventare testimone di una speranza forte e affidabile, proprio perché professata in una condizione di vita precaria, fatta di privazioni, fragilità ed emarginazione. Egli non conta sulle sicurezze del potere e dell’avere; al contrario, le subisce e spesso ne è vittima. La sua speranza può riposare solo altrove. Riconoscendo che Dio è la nostra prima e unica speranza, anche noi compiamo il passaggio tra le speranze effimere e la speranza duratura. […] 

I poveri non sono oggetti della nostra pastorale, ma soggetti creativi che provocano a trovare sempre nuove forme per vivere oggi il Vangelo. […] Aiutare il povero è infatti questione di giustizia, prima che di carità. Come osserva Sant’Agostino: “Tu dai del pane a chi ha fame, ma sarebbe meglio che nessuno avesse fame, anche se in tal modo non si avrebbe nessuno cui dare. Tu offri dei vestiti a chi è nudo, ma quanto sarebbe meglio se tutti avessero i vestiti e non ci fosse questa indigenza”».

Anche i piccoli segni che qui in San Sepolcro ci sforziamo di offrire ai nostri amici poveri – il pasto mensile insieme in chiesa, i vestiti, una piccola offerta settimanale – diventino per tutti noi un’occasione di incontro con i volti, le storie e la vita delle persone, per imparare a non giudicare, e ad accogliere con semplice amore evangelico i nostri fratelli e sorelle nei quali Gesù si rende presente.

Don Maurizio

XXXIII Domenica del tempo Ordinario – Vangelo e omelia (16 novembre)

La casa del Padre mio

Più volte distrutta durante il corso dei secoli, la basilica di San Giovanni in Laterano, edificata nel IV secolo da Papa Silvestro I, fu sempre ricostruita, e l’ultima sua riconsacrazione avvenne nel 1724. In quell’occasione venne stabilita ed estesa a tutta la cristianità la festa che oggi celebriamo. La Chiesa sceglie di proclamare il brano della “purificazione del tempio” da parte di Gesù, nella redazione del quarto vangelo, per mostrare il rapporto che c’è tra gli edifici sacri e la persona del Figlio di Dio, morto e risorto, presente in mezzo a noi.

Il luogo autentico dell’incontro con Dio è il suo corpo donato e il suo sangue versato sulla croce per amore, presente nell’eucaristia. Questo è il cuore pulsante della nostra fede, dal quale viene la salvezza. Gesù è l’unico Signore e Salvatore di tutti. Per riconoscere questa verità indiscutibile, i discepoli del Signore dovranno fare un cammino lento e faticoso, attraverso il dubbio e l’incertezza, il tradimento e l’abbandono.

L’episodio della cacciata dei venditori dal tempio, con l’annuncio della sua tragica fine – «Distruggete questo tempio, e io in tre giorni lo faccio risorgere!» – deve aver davvero impressionato i discepoli, la gente e soprattutto le autorità religiose d’Israele, se tutti i vangeli lo narrano, al punto che diventerà un importante capo d’accusa nel processo che condannerà a morte Gesù. Il quarto evangelista ne dà persino un’interpretazione diversa, possibile solo dopo la Pasqua: «Ma lui intendeva dire del tempio del suo corpo. Una volta risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono: proprio questo intendeva dire».

In questa luce, la nostra attenzione si sposta dal gesto provocatorio verso il commercio intorno al culto ebraico, al quale Gesù non è molto interessato, tanto che la legge di Mosè lo prevedeva. “La casa del Padre suo” non sono le mura dello spazio sacro, ma la sua persona, perciò la Chiesa sarà un tempio spirituale aperto a tutti, edificato con le pietre vive dei credenti, sulla pietra d’angolo scartata dai costruttori.

Come vediamo dai vangeli, Gesù preferisce comunicare più con i segni che con le parole: essi incidono profondamente, lasciano traccia; le parole, invece, possono essere equivocate. Il grande segno che egli ci ha donato è la sua passione, morte e risurrezione, sul quale c’è poco da discutere: lui è il Signore che dona la vita per amore, il resto è tutto secondario.

Per questa ragione, i cristiani celebrano la sua Pasqua con l’eucaristia. Ogni domenica ci riuniamo in una chiesa, ma le pietre vive siamo noi, le membra del suo corpo unite al capo. Dunque, la festa della Dedicazione della Basilica Lateranense, sede del successore di Pietro, non è altro che il richiamo alla permanente alla cura che dobbiamo avere del luogo sacro in cui siamo adunati, perché esso indica anzitutto la porta aperta di uno spazio accogliente per tutti i deboli assetati d’amore.

Don Maurizio

Dedicazione della Basilica Lateranense – Vangelo e omelia (9 novembre)