Seminari nella Cappella di Sant’Agata: “il bello delle cose”

Venerdì 22 settembre, a partire dalle ore 21.00, si terrà il primo incontro del nuovo ciclo di seminari promosso dal gruppo informale “Cultura e carità”.

Il ciclo di quest’anno ha per titolo “Il bello delle cose”.
La sede della conferenza sarà la cappellina di Sant’Agata, situata alle spalle della chiesa di San Paolo a Ripa d’Arno.

La conferenza sarà tenuta dal professor Augusto Loni e verterà sul tema: “Entomologia e bellezza”.

A presto!

«Se uno vuol venire dietro a me»

L’ispirata e sorprendente confessione di fede di Pietro, nel vangelo di domenica scorsa, sembra oggi avere una battuta d’arresto. L’amico, che sente annunciare un destino doloroso dal Maestro, si mette davanti, per difenderlo, ma Gesù reagisce con forza: «Vattene dietro a me, Satana! Tu sei per me un inciampo». Certamente, il Maestro non ce l’ha con Pietro: è il ragionare troppo umano che l’ostacola, e ad esso non vuol dare ascolto.

Pietro, come chiunque altro vuol stare vicino al Signore: «deve rinunciare ad affermare se stesso, prendere la propria croce e seguirmi». Il punto decisivo è proprio questo: mettere da parte se stessi, con la pretesa di guadagnare il mondo intero, perché la vita si trova donandola.

Una fuorviante comprensione del prendere la propria croce e rinnegare se stessi ha fin troppo segnato certe spiritualità doloriste. Come se al Signore facesse piacere l’autonegazione, il disprezzo di sé e della propria vita. In realtà, l’appello di Gesù è rivolto alla libertà – «se uno vuol venire dietro a me» –, che si acquista al prezzo dell’offerta generosa di tutte le proprie energie.

Si tratta, dunque, dello slancio dell’affidamento, di quell’impeto amoroso che nulla trattiene di sé, quando si avverte l’opportunità della pienezza. Certo, non mancano freni e resistenze interiori, specialmente quando la posta si alza. Perciò, Gesù non promette vita senza prove, ma la croce che salva è la sua, non la nostra. A noi tocca solo di non fuggire, di non mettere avanti noi stessi, ma di rimanere dietro, con il coraggio e la fiducia di chi è pronto a scoprire il volto di un Dio diverso da quello che immaginiamo. Egli non invidia la nostra aspirazione alla felicità, anzi, la riempie di quella pienezza che da soli non possiamo darci.

Per imparare a distoglierci da noi stessi, non ci resta che volgere a Gesù il nostro sguardo.

Un Signore che non ha servi,
che entra nei palazzi dei potenti solo da prigioniero.
Tenerissimo con i più deboli, deciso con gli arroganti.
Incantato dai fiori del campo e dagli uccelli del cielo,
col passo rapido e leggero dei puledri d’Egitto.
Le mani abituate alla pialla da Giuseppe,
la veste, semplice e solenne, tessuta da Maria
La voce chiara e diretta, come il suono del flauto di ragazzi sulla piazza,
che ora invita a danzare festanti, ora canta lamenti e raccoglie lacrime.
Il cuore abitato dal volto del Padre e dal soffio dello Spirito,
la mente colma di compassione per tutti.
Con gli occhi sorridenti e pensosi di Dio.

Don Maurizio

Chi sono io per te?

La prima domanda che oggi Gesù rivolge ai suoi discepoli è di carattere generale: «Chi dicono gli uomini che sia il Figlio dell’uomo?». Certamente si riferisce a se stesso, seppur in modo indiretto: è una specie di sondaggio socio-culturale. La risposta è altrettanto vaga: alcuni ti scambiano per un altro, tipo Giovanni Battista, Elia, Geremia, uno dei profeti. Si fa, dunque, fatica a dire chi sia Gesù, da parte della gente, che lo incontra in modo saltuario. Questo è anche comprensibile, perché solo chi gli sta più vicino sa qualcosa in più di lui.

La seconda domanda, perciò, è diretta: «E voi, chi dite che io sia?», tradotta in modo un po’ lezioso, che in realtà significa: “Chi sono io per voi?”. Pietro dà una risposta esatta, da catechismo, e Gesù lo loda non per la sua intelligenza, rimandando ad una rivelazione del Padre. Su questo punto occorre soffermarci un attimo.

È giusto considerare la professione di fede di Pietro, e la successiva promessa di guidare la Chiesa, ma essa nascerà dal suo costato trafitto, e di questo Pietro non sa ancora nulla. Infatti, il suo entusiasmo sarà smorzato da Gesù, appena questi annuncerà la sua passione, poco dopo. Dunque, non si può trascurare l’unità letteraria del testo odierno di Matteo: è necessario tener conto anche del prosieguo, che ascolteremo domenica prossima.

A Gesù interessa far crescere, nei suoi amici, la disponibilità a scoprire chi stanno seguendo, chi è veramente colui di cui si fidano. E questo non può avvenire che facendo attenzione ad ogni passo fatto insieme a lui: non basta il fascino del Maestro che insegna e guarisce. Egli non chiede, infatti, soltanto chi sono secondo voi, o cosa pensate di me, ma che posto ho nel vostro cuore? E lo fa con l’umiltà di chi si espone, lasciando che altri dicano di lui, dicendo di se stessi.

Facciamo dunque attenzione alla forza rivelatrice della sua domanda: da ciò che si risponde, più che la definizione di chi è lui, emerge la posizione che abbiamo nei suoi confronti. A Gesù sta a cuore il coinvolgimento, la disposizione ad affidarsi, la relazione di amore. Per questo, ci sarà bisogno di tempo, e solo attraverso l’esperienza della sua morte e risurrezione i suoi discepoli potranno accedere, con la grazia della fede pasquale, alla sua piena identità. Allora la domanda rivolta a Pietro – insistente, per tre volte – riceverà il suo senso pieno: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene davvero?». La sua risposta, personale e decisiva, sarà finalmente: «Tu sai tutto, Signore! Tu sai che ti voglio bene!» (Gv 21,17).

Dall’esperienza di Pietro, impariamo che non basta sapere chi è Gesù, secondo il catechismo. È necessario attraversare l’impegnativo sentiero della fiducia, disseminato di prove e incertezze, per arrivare a professare il nostro amore per lui. Ciò sarà possibile solo quando avremo creduto al suo infinito amore per noi. La fede della Chiesa, senza amore, sarebbe vana.

Don Maurizio

«Donna, grande è la tua fede!»

Supplica, umiltà e fede. Questi sono i tre movimenti del cuore della donna cananea (siro-fenicia, non ebrea), che si avvicina a Gesù gridando, perché liberi sua figlia da un demonio. Il racconto mette in evidenza l’ardire di questa madre che, senza alcun diritto di nascita – non è una delle pecore perdute della casa d’Israele cui Gesù è stato inviato – supplica il Signore, che sembra voler prendere distanza, anche con una espressione forte: il pane è per i figli, non per i cani.

La donna non si scoraggia: si tratta di sua figlia, per lei è disposta anche all’umiliazione di essere considerata un cagnolino, che si accontenta solo di «un po’ delle briciole che cadono dalla tavola».

Di fronte a questa pronta reazione, acuta e sorprendente, Gesù compie – a distanza, come nel caso del servo del centurione, anch’egli non ebreo – il segno di guarigione: «Donna, grande è la tua fede! Ti avvenga come vuoi».

Alla fede umile della donna, Gesù risponde con la potenza umile di Dio. Non le dice: “la mia forza libera tua figlia”, ma: «la tua fede è grande».

Da questo racconto impariamo almeno tre cose. Prima: solo quando ci sta a cuore qualcuno che amiamo, la preghiera sgorga con forza, diventa invocazione insistente, supplica persino disperata. Il Signore non risponde subito e nel modo che ci aspettiamo, ma sicuramente ci ascolta. Pregare apre il nostro cuore a quello di Dio, che sempre è disposto al nostro bene, e ci rende pronti ad accogliere la sua presenza consolante, anche se non necessariamente risolutiva del nostro problema.

Seconda: la fede della madre cananea mostra il felice intreccio tra affidamento e umiltà, che la rende pronta a qualunque cosa Gesù disponga. Il bisogno insegna a pregare, senza pretendere, ma semplicemente invocando.

Terza: i discepoli imparano da Gesù la flessibilità e l’apertura verso tutti. Essi sono parte del popolo d’Israele, sentono che Gesù è inviato a loro, non agli altri; infatti, chiedono di esaudire la donna solo per mandarla via. Ma Gesù sorprende anche loro: dovranno ricordare che la salvezza è dono offerto a tutti, e non c’è diritto di nascita territoriale, né etnia che goda privilegio: Dio ascolta il povero che lo invoca, sempre e ovunque.   

Don Maurizio

Santa Maria Assunta in cielo

La solennità di Santa Maria Assunta in cielo ci invita a sollevare il nostro sguardo in alto, dove immaginiamo la presenza di Dio. In realtà, come insegnava il catechismo antico, “Dio è in cielo, in terra e in ogni luogo”, quindi, la festa di oggi abbraccia tutta la creazione, a cominciare dalla nostra umanità che, con Gesù e Maria, è destinata alla gloria. Niente di noi andrà perduto. Maria è segno di consolazione e di questa sicura speranza: lei, che è entrata con il suo corpo nell’eternità di Dio.

La tradizione pittorica e scultorea rappresenta Maria con le braccia aperte, pronta ad accogliere l’abbraccio del Figlio, e in attesa di tutti noi, nella compagnia del cielo. Merita dunque fare un breve pensiero sulle braccia, sull’abbraccio. Il brano evangelico della liturgia ci ripropone il canto del Magnificat, dove compare la strana espressione: l’Onnipotente e Santo «è intervenuto con la forza del suo braccio». La potenza del braccio di Dio non è quella che si aspettano gli uomini, pronta ad annientare i nemici, ma quella che «ha innalzato i piccoli», tra i quali Maria si riconosce per prima: «ha posato lo sguardo sulla piccolezza della sua serva».

Guardare alle braccia aperte di Maria significa nutrire la speranza che le sue mani ci raccolgano con la stessa tenerezza che hanno abbracciato il suo Figlio, quando è nato e quando è morto. Mentre noi pensiamo con tristezza a questa umanità ferita e sconfortata da tanto non amore, Maria ci guarda con la dolcezza di chi mai dispera, come solo una madre sa fare. Perciò, ci attende fiduciosa, sicura che dov’è lei saremo anche noi.

Come scrive Italo Alighiero Chiusano:
«Ora lassù, in una luce che nessuno
concepisce se non vedendola,
non hai perso un filo della tua tenerissima,
ferma, trepida, sorridente maternità».

La verità di fede che oggi professiamo ci riempie di gioia e di responsabilità. Di gioia, perché crediamo che l’aldilà non è vuoto: c’è chi ci aspetta a braccia aperte. Di responsabilità, perché tocca a noi adesso aprire le braccia al povero, al più debole, a chi è prostrato a terra. Come ha ricordato papa Francesco alla veglia della Giornata mondiale della gioventù di Lisbona: «l’unica volta in cui è lecito guardare una persona dall’alto in basso è per aiutarla a rialzarsi».

Questa è Maria Assunta in cielo, che ci tende le braccia per sollevarci dalla polvere – non sempre di stelle – di cui siamo fatti, e perché impariamo a raccogliere chi è caduto e scoraggiato.

Don Maurizio

«Sono io! Non abbiate paura!»

Nella giornata di Gesù c’è spazio per tutti: per la folla, per il Padre suo, per i discepoli. Il brano evangelico di oggi lo mostra, in sintesi, con particolare efficacia. Dopo aver nutrito la gente con la moltiplicazione dei pani e dei pesci, Gesù si ritira da solo sul monte a pregare, poi, quando è scesa la notte, si fa incontro ai discepoli in mezzo al mare. Lo scenario cambia decisamente: dalla pace dell’alto luogo solitario di Gesù alle acque agitate del lago.

Qui comincia il racconto di una manifestazione sorprendente, analoga a quella che avverrà sul monte della trasfigurazione. I discepoli conoscono il Maestro, ma mai del tutto: c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire. Questo è il lento cammino dell’affidamento, che si compirà solo con l’esperienza pasquale, quando veramente sapranno chi è il Signore. La sequela comporta, dunque, un continuo spostamento da se stessi.

Acqua, tempesta e notte sono simboli di pericolo, paura e morte; di tutto ciò che nella vita si può sperimentare di instabile, di insondabile e di abissale. Gesù è qui che si avvicina, alla vita incerta, impaurita, sconfortata. E lo fa in modo insolito: i discepoli credono di vedere un fantasma. Solo quando egli lo sdemonizza con la sua voce, nella scena spettrale irrompe la luce: «Fatevi coraggio! Sono io! Non abbiate paura!».

Ecco che in Pietro si accende la speranza, riconosce la sua voce e si lancia in un’avventura rischiosa, dove si mescolano fiducia e ripiegamento. Appena egli inizia a camminare sull’acqua, guarda al vento invece che al Signore, e comincia ad affondare gridando: «Signore, salvami!».

L’esperienza della fede nasce dal desiderio di vedere un volto amoroso e di ascoltare la sua voce sicura, ma a quella di Gesù si mescolano i rumori del vento e della bufera, nella notte inquieta dell’anima. L’incontro col Signore non mette al sicuro dalle turbolenze, che abitano dentro e fuori di noi. Chi  pensasse di trovare nella fede protezione da difficoltà e ostacoli resterebbe deluso. La presenza salvifica di Dio non fa in modo che non ci siano più tempeste, ma la si sperimenta nelle tempeste.

Dunque, in Pietro e nei discepoli, il dubbio non è estraneo alla fede, che resta una miscela di coraggio e di paura, di ascolto del Signore e di attenzione al vento, di fiducia e di resistenza. Solo Gesù è capace di comprendere questa tensione e di superarla, perché egli stesso ne ha fatto esperienza, dal Getsemani al Golgota.

Dunque, a noi non resta che affidarci a colui che si è affidato al Padre, certi che l’unico rimprovero di Gesù – mentre ci afferra con mano salda, quando siamo travolti dal vortice delle nostre paure – sarà comunque sempre carico di particolare tenerezza: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?».

Don Maurizio